Fabio Palma

Infinite jest

Febbraio 11, 2015
di Fabio Palma
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SCRIVERE E SCALARE

Ho smesso di essere competitivo ( e vi assicuro che lo ero veramente tanto…) a Osio sotto. Ultima partita di un campionato di calcio a 5 di serie C, promozione in B mancata (l’avremmo raggiunta l’anno dopo con certezza, ma avevo deciso di smettere di allenare, dicendo anche no ad una proposta di una squadra di B), fine delle ostilità…ero stato anche supercompetitivo a ping pong, dieci anni di scarsitudine fino alla serie C, con bile versata un pò in tutta la lombardia, e naturalmente fino a quando avevo corso dietro a un pallone (sempre molto scarsamene, con rottura del crociato che grazie al cielo aveva spento quel pietoso spettacolo).
Niente competizione negli studi, al liceo, all’università. Mai sentita, d’altronde sarebbe stata idiota, o sei vicino a qualche nobel e allora magari ci sta, oppure fremere per avere il voto in più del compagno di classe…beh, le classi sono miliardi, al mondo…e fra l’altro all’università avevo visto coi miei occhi spiegamenti intellettivi da paura.
Tanto meno ho mai potuto avvertire la competizione nella speleologia prima e nella scalata poi. Inizi dopo i 30 anni e pensi di competere? E con chi, nonna abelarda? Fai le tue cose, ti trovi anche incredibilmente a farne di importanti, e grazie ricevuta.
Però…però…in realtà c’è un tipo di competitività che, non so voi, ma mi assilla spesso, che talvolta sconfina pure nella testata metaforica al muro. Ti parte un odio verso quel bastardo, vorresti sotterrarlo, salire su un ring e dargliele, etc etc.
Ovvero, me stesso.
Ora, passi che sia riuscito a imparare delle nozioni e delle materie di cui ora non comprendo neppure il titolo.
Passi che sui cento metri forse oggi faccio 22, 10″ in più del passato.
E così via.
Ma che tra tre giorni mi debba trovare a divincolarmi su una linea magnifica sulla quale avevo dato il massimo, con gran resa personale…eh, dura accettarlo. Soprattutto, la domanda in famiglia è, ma scusa, come diavolo fai a muoverti su quei tiri?
Già.
La chiamai Genius appunto per il riferimento al romanzo che finii esattamente la settimana di chiusura via. La via andava all’ombra alle 14, io scrivevo dalle 5 alle dieci di mattina, tutto di getto, Dodo, si alzava alle 8, due ore in spiaggia fino a mezzogiorno, poi sentiero sudatissimi e via con la lotta sulla via. Una settimana per un solo tiro…mezza giornata fino al buio per 4 metri…c’era Dodo sconsolato, ma alla fine una soddisfazione immensa.
In sostanza dal 26 al 30 sarò con Riky e Teo a fare riprese sia su Genius che su E la vogliono capire.
No, ho sbagliato.
E non la vogliono capire. Che il nome è veramente sempre più azzeccato.
http://ragnilecco.com/genius-monte-ginnircu/

Febbraio 9, 2015
di Fabio Palma
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CUCCOVILLO

Praticamente ci sono due tipi di persone che hanno segnato la mia vita, quelle cattive e quelle forti. Sul piano fisico, quando sono cattive E ANCHE forti, c’è da rimanerne lontani, è chiaro. C’è il mio sport preferito, la boxe, che li incanala in un ring ( dopo adolescenze che a farla breve sono costellate di diciamo una tonnellata di pestaggi e risse varie ), e poi c’è la vita, che nel caso di Cuccovillo prevedeva la vendita di frutta e verdura al mercato, non esattamente un’attività in cui puoi far valere la tua forza, e non parliamo della cattiveria.
In realtà, a Cuccovillo farei un torto; lui, in 7×24-2 ore alla settimana, era un tipo superpacifico, buono come il pane, e pure stra-simpatico.
C’è una sottrazione, lì, e quelle due ore sono quando giocava a partite di calcio ufficiali. Con un arbitro, insomma.
Presto allontanato con ogni mezzo dal calcio a 11, dove era il terrore dell’hinterland milanese di ogni categoria, era capitato fra i miei giocatori mentre allenavo a calcio a 5. Prima partita, e ‘sto Cuccovillo fa letteralmente la differenza. Immarcabile. Una furia della natura. Una sorta di Roberto Carlos con circa 70kg di muscoli stradefiniti, una grinta mai più vista live nella mia vita, una velocità assurda, tiro della Madonna e pure discreta tecnica. Stavo giusto chiedendomi perchè il Cuccovillo non lo vedessi a 90esimo minuto tra i protagonisti quando arrivò la seconda partita.
Corsa furiosa di Cuccovillo sulla fascia, ne salta due tra corsa e dribbling, arriva uno e con spinta riesce a fargli perdere l’equilibrio, lui precipita in volo da deltaplano ( andava ad almeno 25 all’ora ) e l’arbitro non fischia.
Ci eravamo un pò tutti alzati da panchina etc etc quando con la coda dell’occhio vedo Cuccovillo alzarsi dopo ‘sto volo aereo, e partire come un Rhino verso l’arbitro.
Intuisco ( all’epoca ero fresco di Università con sinapsi rapide e ragionevoli ), urlo a due panchinari vicino a me fermiamolo, e tagliamo in diagonale.
Spazzati via.
Nei cinque minuti seguenti tipo dieci ragazzi fra i 20 e i 30 anni cercavano di fermare Cuccovillo, mentre una delle persone più terrorizzate che io abbia mai visto in vita mia ( più anche di me su Achtibahmìn al ratikon, alla fine, o in apertura su Follie di fine Estate ), si faceva piccolo piccolo e sperava che le due squadre, unite in quel momento, lo fermassero.
Beh, cinque giornate di squalifica e periodo nel quale scopro che il mio giocatore è figlio d’arte, figlio di un portiere di serie B a 11 squalificato a vita per rissa, l’unico portiere squalificato a vita per rissa, I presume, nella storia del calcio.
Quel campionato Cuccovillo giocò sei partite, 4 delle quali terminate con espulsione e folla a tenerlo. Niente, non c’era verso, quando vedeva una divisa arbitrale che gli fischiava contro entrava in un mondo dove bisognava farsi giustizia nel modo più sommario possibile.
Quante volte ci viene voglia di fare la stessa cosa quando l’ingiustizia è evidente e pure cattiva? Un pò di volte sì. dai, diciamolo. Comunque non l’ho più visto e mi dispiace perchè vi dico che fuori da quelle due ore ci stavi proprio bene, insieme.

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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UN PRIMA E UN DOPO

 

Sono affezionato a questa foto, rappresenta una svolta. Avevo l’esame di Fisica II un Lunedì, ma mi sentivo preparato e così il mercoledì sera prendo un traghetto e me ne vado in sardegna, Capo Teulada, scavalco recinzione militare, arrivo al capo, ricammino, traghetto, treno, metropolitana, auto, a cento metri da casa mia, ore 13.30 di domenica ( lo so, ore di traghetto allucinanti per poche ore di non so bene cosa), frontale (colpa mia…) con moto, il motociclista si salva perchè da poco tempo, era il 1986, era entrata in vigore la legge sul casco, alle 13.30 in quel punto c’erano solo due mezzi in quella strada, il terzo arrivò poco dopo, che era compagno del liceo (ciao Previ) che non vedevo da due anni e mi vede prostrato sul marciapiede, mi autopunisco e per due anni niente macchina, però su quel traghetto un ragazzo piemontese mi aveva detto che lo avevano portato in grotte con cascate, laghi, spiagge, robe enormi, mi rimane nel cervello, questa cosa, e così quando ritorno in sardegna, anni dopo, post laurea e post australia, becco un pastore speleo, tal Gianni Pinna che poi ora è praticamente una leggenda, non c’è più, questo mi mette sul ciglio di un buco nascostissimo dalle parti della valle di Lanaitto, mi dà uno strano oggetto, mi fa vedere rapidissimamente come metterci dentro una corda e poi si cala nel buco. Non so come e perchè infilo in quel coso, che poi era un discensore otto, correttamente la corda (non sapevo giudicare la qualità di una corda, mai vista una; comunque il Pinna attrezzò una calata qualche anno dopo, che sapevo ormai valutare, con corda di tapparella, lì mi rifiutai tagliando un pezzo di una corda nuova, niente da dire, il Pinna era troppo avanti, altro che Hard Grit), lascio i piedi fino all’ultimissimo sul bordo del buco per cui inizio la discesa a testa in giù, ovviamente poi capovolgendomi. Stranamente non mi terrorizzo, però insomma. Comunque arrivo giù controllando con attrito di pelle che non vi dico la velocità, e in fondo il Pinna mi fa, in sardo italico, tu queste cose le puoi fare (presumo che quelli che avessero sbagliato la prova siano sepolti in quel buco), e in questa grotta c’era questa stalagmite, che il Pinna mi spiegò che un giorno l’acqua se n’era andata via tutto d’un colpo, magari terremoto o chissà cosa, e quindi c’è questo doppio strato, lo si vede, per n-mila o milioni d’anni sotto l’acqua, per molti meno sopra aria, per tutto quello che è restato quello che si vede. Ero così stupito che la terrificante salita di un paio d’ore dopo non me la ricordo neppure, mi ricordo solo questo stupore, l’essere meravigliato. Il giorno dopo andai in Su Bentu dietro il Pinna, molte molte ore. Se l’Australia mi aveva dato una botta, quei due giorni consecutivi in grotta mi diedero una mazzata che non vi dico. Non ne fui consapevole, ma fondamentalmente certe strane idee che circolavano a mia insaputa su di me ( carriere lavorative, etc etc ), e che probabilmente mi erano comunque estranee ma chi può dirlo, passarono in un istante in uno stato così gassoso che non poterono mai più essere afferrate e neppure viste.Cominciarono i viaggi e la speleologia. E anni dopo l’arrampicata. Così posso dire che per me è uguale a questa stalagmite, la storia. Un prima e un dopo.Su Bentu F1040016

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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L’EREMITA

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Eravamo sulla costa del Venezuela, alla ricerca di posti veri, non turistici. Ci imbattiamo nel tipo della foto, un pescatore, che dalla faccia e tutto il resto sembrava proprio uno che la sapesse lunga. L’avrei minimo scritturato per un film, fossi stato un regista. Gli chiediamo, ma dov’è che possiamo trovare il vero Venezuela, qui sulla costa? Eravamo di ritorno dai Tepuy, qualunque insegna commerciale ci faceva schifo. Allora il tipo ci ragiona su, e ci fa saltare sulla sua barca, vaghiamo in mezzo a delle isole vicino alla costa, passiamo anche vicino ad una raffineria e la poesia mi rotola via immediatamente, poi dopo una curva sembra di nuovo giungla su mare, finchè arriviamo su un’isola, dove in posizione precarissima c’è una capanna, infossata sulle rocce, mare sotto piuttosto inquietante. Zero spiagge, siamo saltati dalla barca sugli scogli, l’isola sembrava disabitata. Il tipo ci fa, con quel sorriso lì da schiaffi, torno domani sera, seguro eh, gli dice Pitax, comunque sbarchiamo.
Saliamo alla capanna, mica facile, sentiero zero, esce un tipo che non fotografammo ( lo so, stupidi ), ci vede, fa una smorfia che era un sorriso ma di quelli non so come dire originali, e si mette a parlare. Pitax era il nostro speaker spagnolo, nel senso che sapeva cento parole e cento verbi, a tutto il resto attaccava la s. Nos otros venimos da Italias, donde sta atras gentes ? cose così. Il tipo si mette a parlare che la smetterà soltanto 36 ore dopo, ininterrottamente. Lui e Pitax. Io e Grego, esausti, perlustriamo a fatica l’isola, torniamo e il tipo su brace fuori dalla capanna ci arrostisce del pesce che non vi dico, poi parte la notte in cui il tipo continua a blaterare fra un pò di sonno e l’altro, anche Pitax tentenna un pò, comunque la mattina prende una bagnarola e ci porta in giro, pesca, lui e Pitax continuano a parlare e parlare, Pitax ci dice che non capisce assolutamente nulla, niente di niente, risponde per cortesia, gli dice della politica italiana e chissà quello cosa risponde, della DC che sta crollando e quell’altro parla del suo, e così via. Mai sentite tante altre s in vita mia. Alla fine ce ne andiamo perchè viene a riprenderci il tipo della foto, che almeno si capiva. Ci dice che quello era un eremita, se n’era andato via dal villaggio sulla costa anni e anni prima, e che lui sapesse noi eravamo i primi ad aver speso una notte lì. Gli altri pescatori ogni tanto passavano vicino all’isola e salutavano con la mano, e morta lì. Un pò perplessi saltiamo su un pullman che arriva a Caracas a mezzanotte esatte. Caracas allora era la città più violenta del mondo, 50 omicidi a notte garantiti ( avete letto bene), un paio di scarpe nuove e ti tagliavano la gola, sbarre ai market e ordinavi da dietro le sbarre, sbarre tipo San Vittore fino al terzo piano, vi giuro che era proprio così. Arriviamo nella piazza dei pullman, siamo noi tre, punto. L’autista ci fa, non andate in giro, trovate subito un taxi e fatevi portare vicino al centro, e fila via con la faccia di uno che l’ha scampata. Siamo tre italiani con degli stracci addosso ma tre zaini, tutto buio, passa una macchina, la blocchiamo tipo film, l’autista è terrorizzato ma gli sventoliamo dieci dollari, che là erano una fortuna, e gli diciamo downtown, dove dormiremo un pò così, più che altro passeremo la notte, e devo dire che ripensai all’eremita e qualche ragione gliela diedi, della scelta. Magari non tutte, eh, ma qualcuna sì

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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LA MATURAZIONE

 

 

Venezuela F1060006A ben vedere le espulsioni per schiamazzi notturni, disturbi della quiete pubblica, nonchè successivi viaggi in quartieri malfamatissimi di città dove era consigliato in almeno dieci lingue diverse di non addentrarsi (Caracas, Nairobi, Johannesburg, Città del Messico, Belize city…), ha un pò a che vedere con una certa sfrontatezza e noncuranza dei giudizi altrui, e in questo devo citare almeno tre nomi, il grande Pitax (su cui devo scrivere un libro, almeno), il qui presente Pedrazzani Bruno detto Pedro e il magnificente Francesco Nicolò. Mi sa che se ci ritrovassimo insieme ci metterebbero dentro dopo un’ora, perchè in foto avevo 31 anni (peraltro stavo lavorando al Politecnico, con anelli come in foto e praticamente vestito uguale) e forse si limitavano alle espulsioni sperando che prima o poi maturassimo. Così mi dissero una volta anche in quinta liceo, Fabio devi maturare su certe cose, che io risposi meglio acerbo, che la maturazione è preludio al marcire, di getto certe risposte vengono bene. A ben pensarci, semplicemente, non avevamo vergogna di niente. Ma proprio di niente. Tipo che di ritorno dal Venezuela sull’aereo, con una fame di altri tempi causa solito digiuno economico degli ultimi due giorni, io e Pitax col piatto percorremmo i corridoi chiedendo i resti avanzati a tutti i passeggeri del boing, che alla fine applaudirono per discorso finale che improvvisammo di ringraziamento (ricordi vaghi, Pitax tirò fuori citazioni di Amleto e io qualcosa di idolatrante sul cibo), oppure quando sulla metropolitana a Cadorna, carrozza piena, io e Pitax vediamo una ragazza veramente ultranice, e io mi alzo e urlo, Signori, il mio amico qui presente Pitax è da mesi che si vuole dichiarare a questa meravigliosa ragazza, per favore ascoltatelo, diamogli coraggio, e Pitax (giuro, non c’eravamo messi d’accordo, tutto improvvisato. facevamo sempe così) si alza con i suoi 195cm e con voce baritonale (a volta tentava Nessun dorma, grande performances pubbliche varie) declama TIGER, tiger, burning bright. In the forests of the night,. What immortal hand or eye. Could frame thy fearful symmetry? In what distant deeps or skies etc etc, che dopo un minuto la ragazza, impietrita all’inizio, sorride, ma sorride VERAMENTE, e io a squarciagola, ha sorriso, gente, ha sorriso, l’incanto è accaduto, e TUTTA la carrozza applaude scrosciante, forse pensava fossimo artisti di strada, d’altronde Pedro una volta dopo una roba simile con un berretto raccolse pure soldi, beh sapete perchè oggi vi racconto questo? perchè domani sera c’è una serata, la quarta in due anni, e ci vuole anche noncuranza molto prossima a queste cose per decidere di costruire serate simili, che dovete sapere che una minoranza, esiguissima minoranza, di invidiosi, c’è sempre e sempre ci sarà, e motto immarcescibile della mia vita è una grandiosa scritta sotto una statua a Napoli, dopo che non lo fecero santo ” San Gennà, futtatenne!! ” Beh, qui di santi zero su zero, ma insomma prendete nota, secondo me è una gran frase in un sacco di situazioni. Buon giorno a tutti quelli ancora almeno un pezzo acerbi

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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NEI LAGHI DI SU BENTU

Su Bentu F1000015

Per gli speleo seri raggiungere questo luogo è turismo speleo, visto immagino anche con un certo disprezzo, ma per me, Emilio e Pitax fu una giornata magica. Volevamo percorrere uno dei rami principali della grotta di Su Bentu, che era una successione di laghi. Sapevamo che usavano i canotti, e che ci mettevano sulle 24 ore fra andata e ritorno, trasportare i canotti da un lago all’altro significava sgonfiarli etc. Così mi disse, beh, compro delle mute. Ovviamente usate, allora c’era Seconda mano. La mia la presi di 3 mm, scelta felice per i movimenti, che pavimentava qualche riflessione quando mi diedi al canyoning ( in sostanza o mi muovevo in continuazione o crepavo di freddo senza se e senza ma ), Pitax impiegò circa 30′ di insulti al creato per mettersi la sua. Di fatto fu fantastico, i laghi erano lunghi al massimo 30 metri, direi, o poco più, la muta faceva pure galleggiare, per cui era una sciccheria. Incontrammo spiagge, concrezioni, di tutto. Mancava Alice, ma il resto era tutto meraviglia. Alla fine si arriva a delle dune di sabbia, dune vere, decine di metri di altezze, dovete pensare che non si vedeva la volta, in pratica era come stare in un canyon con la volta. Così ci diciamo, vabbè, un sonnellino e torniamo indietro. I più attenti chiederanno la temperatura, e io risponderò, 17-18, una sciccheria. Ma quelli più attenti ancora osserveranno, e tu con la muta addosso bagnata pretendi di dormire a 18 gradi? Infatti dopo mezz’ora mi sveglio che tremo come mai in vita mia.
Su Bentu F1010009
Diciamo pure che mi prende per qualche secondo il terrore, poi mi metto a fare flessioni come un pazzo e in breve mi scaldo. Si sveglia Emilio e va in panico, proprio come me. Qua muoriamo, dice. Intanto Pitax russa che è un piacere, lui il freddo manco sa dove si trovi, un pò perchè è nato a Udine, e forse anche perchè la mattina aggiunge sempre grappa a caffèlatte, abitudine che, lo dico ai benpensanti fra cui pure me medesimo, non gli impedì di laurearsi col massimo dei voti in ingegneria. Comunque una volta volli provare anch’io e praticamente quel giorno lì fui cadavere fatto e finito. Comunque tornando al momento della sveglia, convinsi a forza Emilio a far flessioni, e poi via verso all’uscita. Uscimmo stanchi, mi pare di ricordare stessimo in totale sulle 17 ore, poi mi ripromisi di tornarci perchè una cosa così non l’avevo proprio neppure immaginata. A Su Bentu di fatto entrai più volte, ma mai più con le mute, che usai nel Bue Marino una volta aggregandomi ad una puntata esplorativa, semplice ma pazzesca, sciprimmo una sala di cristalli di quelli da mille e una notte, Talmente belli e fragili che mi chiesero, visto che era solo un buco magnifico ma senza proseguimento, di non rivelare nulla, non l’avrebbero neppure pubblicato. E nulla dico. Solo che devo ammettere che ho vissuto molte emozioni in tante cose, e visto pure cose decisamente belle, ma quelle tipo questa della foto, e la sala da non rivelare, e anche altre, beh, mai più visto qualcosa di simile. Ho dovuto spostare in alto l’asticella del livello meraviglia, che di fatto ammetto non aver più usato in nessun ambiente di montagna percorso.

Su Bentu F1040013

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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LA VERGOGNA

 

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Ve l’ho già detto della mancanza di vergogna? Forse sì, ma ormai ho la memoria di un unicellulare, quindi fa niente. Ho anche già usato questa foto, ma fa niente lo stesso.Tre sono i personaggi a cui mi accomuno nella totale mancanza di vergogna in pubblico. Che poi forse è il motivo per cui se mi piazzano una telecamera in faccia o mi sparano un microfono in bocca e dall’altra parte c’è gente a piacere non trovo problemi. Comunque quello alla mia destra è Pedrazzani Bruno, alias Pedro, che conobbi così: semilite in un bar di Meina (eravamo passionali…), improvvisa amicizia nell’arco di due ore, al secondo giorno gli faccio, guarda io fra due settimane vado in Calabria, Soverato e poi Montepaone lido, visto che ella mi ha piantato vedo se ho chances con quella di cui ero innamorato e che comunque non mi ha mai voluto però sai mai che dopo 4 anni ci ha ripensato, etc etc, vuoi venire? Comunque è bello, tornei di bigliardino (motivo recondito dell’amicizia, formavano una coppia paurosa che vinceva soldi…), etc etc…Pedro mi dice di sì, okkio che allora non c’erano cellulari, non avevo là telefono fisso, etc, beh, questo prende il treno, e dopo 25 ore di viaggio perchè sbaglia coincidenza lo ritrovo con una valigia e scarpe da città che cammina sulla spiaggia alla mia ricerca. Un mito. Ragazzi, Pedro non aveva paura e vergogna di NIENTE. Lasciate perdere quello che vedete in TV, quelli son pagati. Pedro era freelance, una lancia libera, per tutti. Pedro, guarda là, una bella Signora. e lui andava dalla Signora e diceva, ho fatto 1000 km per i suoi occhi. Certo rischiammo qualche pestaggio ma vi dico che eravamo una delle coppie più tamarre che si fossero mai viste in Europa. dal Portogallo alla Grecia via Sardegna e Sicilia e Calabria, eravamo il terrore dei benpensanti. Quando vedeva una tipa che gli piaceva le si parava davanti (con canottiera alla Trinità, di modo che quando la levava l’abbronzatura sulla schiena era a chiazze per via dei buchi, tatuaggio variegato e naturalissimo) e diceva, lui laureato in nucleare sa tutto, io terza media, usciamo insieme io te e tua amica con lui che ha studiato? Ci hanno cacciato via per schiamazzi da innumerevoli posti pubblici, poi quando si unirono Pitax e Cecco alias Francesco Nicolò …ciao…però è una bella palestra di vita. Voglio dire, vai in un posto dove non conosci nessuno, nessuno sa chi sei, e dopo mezz’ora ne hai fatte talmente tante che tutti ti guardano o malissimo o stupiti che tu non sia pagato per fare quel casino. A ben pensarci, dopo è ovvio che in qualunque situazione diciamo civile tu sia noncurante alle brutte figure, che poi quali sono le brutte figure? Basta mi fermo lì perchè ci sarebbe da dire quali sono davvero le brutte figure, secondo me…F1020030

Febbraio 6, 2015
di Fabio Palma
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SPROVVEDUTI IN WORLD TOUR

Sprovveduti in world tour.
Venezuela F1020007E quindi poco dopo i Tepuy e 26 ore con un eremita e una notte di strizza a Caracas dove capimmo tutti molto bene cosa significasse okkio alla pelle quando vai in giro, capitammo a Los Roques, allora sabbia e niente luce. Però ci arrivammo con aereino di contrabbando, niente check-in o cose del genere, poi capirete perchè preciso. Scotch da pacchi ai finestrini rotti (giuro), e breve scambio vocale fra pilota losco e Pitax ( voi lasciare giù uno zaino-perchè Desculpe-perchè se no non ce la facciamo-e desculpe tu come sai che senza uno zaino ce la facciamo e con lo zaino ci schiantiamo, hai la bilancia negli occhi? – io pilota tu turista tu fidare – ma vivi di turisti così? – quello ride molto e dice – ma no io avanti e indietro con Colombia giro largo e arrotondo – ah capito), arrivo a Los Roques su pista di sabbia con due dico due aereini capovolti a lato della pista uno da mezz’ora. Va beh, ora è diverso, mi sa. Comunque dopo un giorno ci rompiamo e becco un pescatore, senti ci porti da qualche parte in mezzo all’oceano, non c’è qualcosa di selvaggio? Quello annuisce entusiasta e ci carica la mattina all’alba. Un’ora e mezzo, siamo in costume, io Pitax Grego e due ragazze romane, Pitax ha anche maglietta bianca, noi no, duri e puri, non cominciate a pensare male perchè vedrete che non è proprio il caso. Arriviamo in questo atollo o come diavolo si chiama. nome che dice il pescatore, Caja de Muerte, non lo dimenticherò mai. Essere striscia di sabbia di cento metri, altezza 30 cm sul livello del mare, larghezza max 5 metri. Un ellisse molto molto stretto. Sbarchiamo pronti ad orbitare, attenzione ragionate un pò, cosa vi portereste su tale perla bianca? Pitax dice, Desculpe, nos otros potemos nadar o pescados comir with nos otros making gnam gnam? – Pescatore ride tantissimo e dice, no nadar, gnam gnam. Ah ok. Sono le 10.00 a.m. Avete riflettuto bene o non ve ne frega nulla? manca qualcosa? Io ci misi tipo 3 minuti, troppi, Pescatore ormai a cento metri puntino nell’oceano.
Grego, l’acqua? Azz…Grego l’avevi tu, e adesso che c…. beviamo per cinque ore? Già, cinque. Comunque il posto è stra-bello e facciamo avanti e indietro un pò di volte. Troviamo a cinque metri dalla riva (…e come la devo chiamare, anche se tutto è largo cinque metri??) conchiglione di 25 cm di larghezza. Tutto molto romantico, però anche le due ragazze romane pragmaticamente a mezzogiorno esclamano, fa un caldo che se more, o qualcosa del genere. In effetti…io e Pitax siamo ingegneri ma secondo me neppure quello dell’isola misteriosa ( grande Verne) avrebbe tirato fuori qualcosa da una conchiglia e cinque costumi, e pure Robinson Crusoè avrebbe avuto il bel daffare ad arrivare al capitolo II del romanzo, comunque sono le 13.00 quando Pitax, che è di Udine, rosso di capelli, alto 195cm e bianchissimo di pelle, dice, Fabio, e mentre con con voce flebile dalla sete gli dico, che c’è?, quello mi crolla giù diritto come un palo abbattuto. Svenuto.
Ahia…le due ragazze sono un pò sull’isterico, ma pure io e Grego non è che siamo proprio quiet, eh…anche allora avevo un buon autocontrollo, come quando poi ho aperto le vie, quindi ci ragiono su. E ragionando le cose mi peggiorano, perchè i più attenti fra voi lettori saranno già sicuramente arrivati alle seguenti deduzioni 1) allora mica c’erano i telefonini etc etc 2) chi cacchio ti ha assicurato che il pescatore ritorna e soprattutto quando? 3) quand’è l’ultima volta che hai visto un documentario sulle maree? 4) che probabilità hai di trasportare ‘sto pezzo d’uomo di 90 kg a quell’isoletta laggù senza essere gnam gnammati, che poi che fai là che non ci sono alberi, lo sdrai sotto arbusti di 50 cm e gli fai bere clorofilla? Con il conchiglione facciamo un pò di croce rossa, nel senso che per due ore gli versiamo acqua di mare in testa, so mica se facesse bene, eh…fra l’altro sono le 16.00 e in generale pure noi abbiamo svarioni vari, ah niente cibo, ma con 35 gradi all’ombra minimo ( ombra? sorry, dichiarazione idiota) e il pescatore sarebbe dovuto tornare alle 14.00 che fai ti porti il pranzo al sacco? I più attenti ricorderanno che siamo arrivati lì con aereo di contrabbando, niente registrazioni, insomma non troveranno i corpi e con la conchiglia non posso neppure scrivere sulla sabbia mamma e papà vi ho sempre voluto bene. Sono le 18.00 quando compare puntino all’orizzonte di grande oceano, diventa barca alle 18.15, Pitax mormora, lo uccidiamo solo quando abbiamo attraccato a Los Roques, eh? beve lui praticamente tutti e due i litri che Grego aveva lasciato in barca, quindi non abbiamo energie neppure per farlo fuori anzi gli diciamo bello bello lui fa – magnana altro giro? Vabbè la risposta non ve la dico.
Buongiorno, eh. Nella foto Pitax un’oretta prima di cadere, maglietta bianca a turbante, poi gli facevamo ombra con i nostri corpi e quella maglietta, io sono all’estremità dell’isola. tutto davvero stra-bello, eh?

Febbraio 3, 2015
di Fabio Palma
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RICORDI, KENIA

KeniaF1040003

Quando sono andato in Kenia con Tatiana facevo speleo, ero abbastanza allenato in sfacchinate, così quando abbiamo deciso di salire sul Monte Kenia ho pensato che fosse una passeggiata, all’epoca i 2000 metri di dislivello erano, per esempio, un qualcosa che mi attizzava, non mi scomponeva minimamente. Arriviamo verso i 2500 e vediamo un gruppetto di kenioti che corre, in gruppo, e quando dico corre non rende l’idea, così lo stampatello: CORRE. Poi mi dicono che erano gli atleti della nazionale keniota di mezzofondo, che come sapete il più scarso se va male in Europa vince a mani basse. Comunque zainone con futura moglie alleggerita e si parte, dico, facciamo una tirata unica fino all’ultimo rifugio, che era 4200m. Vado su che sto di meraviglia, Tatiana accusa sui 3500 e allora faccio il grande, prendo tutto io. Tipo 20kg, viveri etc, per tre giorni. A 4000m sento un principio di mal di testa…a 4010, improvvisamente un castoro comincia a mordermi il sottotempia. Arriviamo al rifugio che sono un cadavere, una nausea che non vi dico, Tatiana non messa strabene ma in definitiva mi trasporta a letto. Notte da incubo e la mattina lei mi fa, c’è uno che ci consiglia, visto come sei messo, di fare il giro della cima, sono due francesi, loro fanno così. Fammi vedere la mappa, dico, e vedo che ci sono da fare circa 4 passi intorno ai 4500m, su e giù. La cima era sui 4900m, vado a memoria senza consultare. Dunque, dico io, sono un cadavere, ma 700m li faccio e poi mi rotolo giù, mentre quel saliscendi mi puzza di giro interminabile. Si va su. Tatiana sta alla grande, prende lei carico e io dietro che mi trascino, arriviamo su che all’autoscatto sorrido ma insomma…scendiamo, lei saltella, io moribondo, progressivamente a dir la verità un pò meglio. Difatti arrivo giù che non è che inizierei una partita di rugby, ma comunque non è male. Molte molte ore dopo al rifugio si comincia a parlare dei due ragazzi francesi, qualcuno li ha visti? Arrivano a notte inoltrata, visti poi alcuni film recenti post-guerra e loro erano più o meno così. Uno dei due la mattina esce, va per i suoi bisogni, sviene, si rompe in caduta il setto nasale. Maschera di sangue, tamponiamo con acqua bollente… Poi noi scendiamo per altro percorso, siamo solo noi due e ci ritroviamo verso i 2500 in simil giungla, vediamo un branco di babbuini, piantiamo la tenda che alzando la testa vedo tranquilla un’aquila enorme in cima all’albero. Non c’è morale, poi ricordo che a Kenia city andiamo a prendere un autobus local e ci troviamo unici bianchi in un posto un pò così, intuisco che non dobbiamo essere lì e faccio la faccia che facemmo a Caracas quando ci ritrovammo nel posto sbagliato. Guardo davanti e cammino come se cercassi il boss della zona o giù di lì. Mi fa, dopo, ma che faccia cattiva che avevi, prima. La paura aguzza il mimo, dico.

Febbraio 1, 2015
di Fabio Palma
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GUATEMALA

Guatemala Belize F1000008

Ci dice, di là non va nessuno, se vi va. In qualche ora si arriva in Guatemala. Ci strizza l’occhio. Ci passo io quando devo andare in Guatemala, che non ci potrei. Abbiamo appena incontrato quell’italiano ricercato in 5 stati per cose varie, che conosce quella zona come le sue tasche, per forza, ci si è rifugiato. Siamo in Messico, non lontano dal Guatemala. Quanto lontano? fai due giorni, ci fa. Partiamo. Strada nella giungla, facciamo qualche ora, buche sedimentate, e il fuoristrada si scassa. Il tipo non ne viene a capo e Grego gli trova il problema. irrisolvibile. Passano un paio d’ore, parolacce varie, lui ci fa, qui passa l’autobus. L’autobus qua??? Pitax lo sta per sgozzare dal nervoso, quando arriva una cosa che Sergio Leone avrebbe rifiutato per qualunque film ma che lì c’era, ed era uno strano solido con buchi che un tempo erano finestrini, rumore alla Slayer e velocità mai superiore ai 20 km/h. Sono gli autobus di terza categoria, ci fa il fuggiasco. Non hanno orari, ma vanno dappertutto, servono i villaggi nella giungla. Non ci credo ma lo vedo, mi dico. E ci saliamo. Sembra di essere in Apocalypse now, la giungla è così. Arriviamo ad un villaggio con una collina di lattine di pepsi vuote accatastate, dieci capanne, trenta locals. Proseguiamo. Arriviamo ad un altro villaggio, confine. C’è un fiume, di qua Mexico, di là Guatemala. Un tizio non abituato a vedere turisti ci timbra i passaporti, ma sarà valido? Il fuggiasco ci fa salire su una chiatta, e arriviamo dall’altra parte. Villaggio, un ventina di ragazzini e bambini giocano con pallone di pezza fra le capanne. Siamo in Guatemala, che fra parentesi è in guerra civile ma, avevamo letto in Italia, se stavi lontano dagli epicentri ci potevi anche andare. Come kaiser ce ne andiamo via da qua? Il fuggiasco prende Grego e scompare, passano due ore e Pitax è nervoso, tornano su una ruspa (!!) che compare al margine del villaggio, Grego fa, arriva verso sera una jeep che va verso la civiltà. Va beh. C’è dell’acqua, ci laviamo? Grego, che a filosofia era superiore a Platone in quelle situazioni, osserva che ci mancano ancora almeno due giorni di giungla, che ci laviamo a fare? Sono cinque giorni che con 30 gradi minimi e umidità al 100% eroghiamo una sudorazione da combattimento, ma Pitax dice, forse però così teniamo davvero lontano gli insetti. Lì per lì non trovo una replica fondata e quindi quando saliamo sulla jeep siamo come prima, avvicinabili solo a noi stessi. facciamo 200 metri e vediamo la cosa più sconvolgente, o quasi, della mia vita: i bambini-ragazzini con divisa pseudo-militare appostati come in un film nella giungla e erba alta, con fucili. Ma che fanno? La jeep procede lenta, e dopo un paio di minuti altri ragazzini, pare un pò più grandi e vestiti più alla w il parroco, ma questa volta guardano alle nostre spalle, sempre con fucii. Guerra, ci fa il fuggiasco. Guerra? C’è la guerra civile, ci fa. Lo sappiamo, saputello, ma non c’è un maggiorenne nelle due fila. Proseguiamo. Parte il padre di tutti i monsoni, anche se nel centroamerica si chiamano diversi, ma insomma avete capito. Noi siamo seduti sul retro, senza copertura. con gli zaini. Ore notturne così. Ad un certo punto, ve lo giuro quanto le labbra della Moric sono gonfiate da silicone, sento russare, in mezzo a quel diluvio. E’ Grego, seduto, jeep che ogni metro salta di mezzo per buche, diluvio, che russa! Grande Grego, che ci aveva confidato, a me nella vita basta una donna che la sera mi sposta le pantofole quando devo andare a letto, il sonno è tutto. Comunque arriviamo in piena notte a un fiume, e di là delle luci. Quella è Sayaxè, dove arriva il turismo. Ok, fenomeno, ma noi siamo di qua. Il fuggiasco allarga le braccia, e Pitax scompare. Torna con un ragazzino trovato ad una capanna, gli ha sventolato cinque dollari e quello, con fare circospetto, ci dice di seguirlo. Smette di piovere, ci fa salire su una specie di piroga. E’ chiaro che non è sua, ed è chiaro che non la sa guidare, ed è chiaro che non sapevamo che il giorno dopo avremmo fotografato alligatori a destra e manca, comunque sono tipo le due di notte quando arriviamo di là. Sembrano case insieme a capanne, qualcosa in effetti di più turistico. Becchiamo uno, Desculpe, nos otros volemos dormir. Impossibile, nel fango altissimo, buttare per terra dei sacchi a pelo. Solito biglietto da 5, e quello ci porta in una bettola da pirati. Entriamo, una cosa grossa come una mano sul muro, ebbene sì, datemi un run out di dieci metri e magari ve lo faccio, su una parete di roccia, ma ho un terrore fottuto degli insetti. Ci porta ad una camera, la chiamo così, ok? Entriamo, e un biologo, da quello che c’è sulle pareti e sul letto, avrebbe esclamato, qui ci faccio la tesi. Ci infiliamo con neppure il naso fuori nei sacchi a pelo, tremo dalla paura che quei cosi apprezzino il mio giaciglio. Grego, serafico, commenta: speriamo che l’idea di non lavarsi funzioni.
L’ho scritto di getto, as usual, e mi rendo conto che pare esagerato, ma casomai mi mancano dei pezzi che non ricordo, era così.