Fabio Palma

Infinite jest

gennaio 15, 2015
di Fabio Palma
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EPIFANIA

Il giorno dell’Epifania quest’anno era proprio bello, il tempo dico, ma nel contempo c’era la possibilità di fare delle riprese a Bellagio, per rifinire un video ed iniziarne un altro, e appena ho accennato in casa alla possibilità è partito un riordine di materiale, 4 cavalletti, tre reflex, crane, steady, etc etc, che proprio non potevo tornare più indietro. Giornata di scalata persa, e va beh. Ho chiamato tre amici, e siamo partiti alle 6.30 da casa, tornando indietro alle 20.00
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Vedere lavorare insieme Yuri, Francesco e Luca è stato, in verità, più appassionante che scalare. Incredibile come erano presi da quello che vedevano, e volevano riprendere. C’era come una gara a stupire se stessi. L’attrezzatura a disposizione era davvero notevole, anche due sliders di cui uno di tre metri nato dalla collaborazione di Yuri e SIlvano, una cosa che sembra fatta in casa e in realtà lo è, ma che è incredibilmente funzionale e produce risultati imrpessionanti. Era la prima vera volta che la usavamo, Yuri l’aveva progettata per un video sui Ragni ed ero curioso del suo valore aggiunto e…caspita!!
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Poi verso fine giornata, quando il materiale diciamo essenziale ( ma comunque sempre girato in maniera molto molto particolare, all’insegna della massima dinamicità), era fatto, si sono dati agli esperimenti. Storie di layerlapse in movimento e altre diavolerie, con una proposta di Francesco che all’inizio gli siamo pure andati contro, sia io che Yuri, che dopo 15 minuti di riflessione Yuri ha detto, no, ho detto una idiozia, mentre io ero ancora piuttosto scettico, e che poi tre gg dopo, con una clip di prova, Francesco ha fatto esclamare a Yuri, “il Gritti è un grande”.
Questa corsa alla creatività la voglio sottolineare perchè era un bel pò di tempo che non partecipavo a qualcosa del genere. Di gruppo, intendo. Penso di essere stato creativo, e molto, nella scrittura, ho prodotto delle cose diciamo poco ortodosse e mi viene anche da dire notevoli, dico la verità, ma sono cose personali e quindi anche opinabili. Qui, invece, c’è proprio una creatività oggettivamente di altissimo livello, suffragata da mail straniere di gente Top nel settore video che chiede e si congratula. Sono orgoglioso di avere creato un team simile, di aver individuato i talenti giusti. Ci sono veramente delle cose sensazionali che è possibile fare con le reflex applicate al mondo video. a prezzo di un lavoro di montaggio molto, molto complesso. Si può, senza modificarla o stravolgerla, mostrare la realtà in maniera diversa.
Bellagio_Back_stage2015-10

gennaio 5, 2015
di Fabio Palma
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LAYERLAPSE

Questa parola strana, ma soprattutto quello che implica, sarebbe piaciuta un sacco a David Foster Wallace. Credo che ci avrebbe scritto sopra, o una storia o uno dei suoi inarrivabili saggi. Ci avrebbe fatto morire dal ridere, e nello stesso tempo fatto riflettere un casino. Altri geni del postmodernismo, viventi, come Pynchon o De Lillo, certamente la analizzeranno. Ragazzi, credetemi, è una rivoluzione visiva, oltre che filosofica. C’entra la relatività di Einstein, perchè il layer-lapse assegna orologi differenti a dettagli differenti della scena. I dettagli sono INDIPENDENTI, il tempo di fatto diventa re incontrastato.
E’ possibile mostrare le bellezze che ci circondano in modo diverso? Se lo sono chiesti in tantissimi, negli ultimi anni, da quando i migliori fotografi del mondo si sono cimentati nei video con le loro reflex. Sono nate tecniche di ripresa, e poi di montaggio, che immediatamente sono state anche utilizzate nel cinema. La più recente, chiamata layerlapse, è stata diffusa lo scorso Ottobre. Ingenuamente pensavo di aver avuto l’idea per primo, ne avevo parlato con Yuri e Riccardo Mojana, ma poi proprio a metà Ottobre è uscito quel fantastico video su Vimeo girato a Boston (vedi mio post su questo blog), e a milioni nel mondo ci siamo…prostrati.
Yuri ha già assorbito una frase che mi ripeto da sempre, se la ripete anche lui: siamo sette miliardi di anime nel mondo, e c’è un sacco di gente bravissima. Molto molto difficile che tu abbia un’idea o stia facendo qualcosa di nuovo per primo…comunque forse (forse) il primo esperimento italiano di layerlapse lo vedete proprio in questo video, realizzato da Cesare Castelnovo su mie indicazioni e poi costruito da Yuri (dopo un tentativo non riuscito con Francesco Torquati Gritti, a Menaggio, per problemi di…cacciata dal luogo in cui ci eravamo addentrati praticamente illegalmente).
Vedete Pescarenico, dall’altra parte dell’Adda, con le luci che si accendono anche se è ancora giorno…il layerlapse questo è, mostrare a più piani temporali la realtà, come se si operasse un viaggio in una quarta dimensione. L’Hyperlapse, invece, che è quella tecnica nata nel 2013 che ti fa ruotare intorno a quello che vedi, è più un viaggio in una apparente nuova dimensione spaziale. Il reel è stato montato (non me l’ha detto, lo interpreto io così) volendo dare ad ogni istante una sensazione di circolarità spaziale e dinamicità temporale.

 

Nel video poi c’è un Hyperlapse in movimento, Timelapse vari (sempre con qualche tocco di novità), steady, crane, altre riprese più convenzionali; tutte realizzate insieme a Francesco Torquati Gritti e Riccardo Mojana, due veri fuoriclasse, che con Yuri si sono intesi subito al primo secondo, come con Cesare. La procedura è stata la seguente: io li scopro tramite i social, faccio vedere le loro foto a Yuri, e quando lui dice, questo è bravissimo, li contatto. Adesso ne ho contattati una decina in giro per l’Italia, per dire. Gli insegnamo queste nuove tecniche, e voilà…
Yuri sta studiando queste tecniche da mesi, da quando si è liberato del film sulla Uli Biaho, che praticamente non gli lasciava tempo per approfondire questi temi. L’occasione di applicare gli Hyperlapse nei video di Lake Como series ( Tremezzina, insieme a Francesco Torquati Gritti), dopo le prime prove in Agosto, era troppo ghiotta, ed ora eccoci con il primo layerlapse. Ogni giorno penso a nuove sperimentazioni, lui me le boccia quasi tutte (mentre le sue ovviamente vanno bene, dice lui…) ma ogni tanto acconsente e proviamo. Non basta avere l’idea, deve anche portare dei miglioramenti: e non basta neppure questo, deve anche trovare il posto giusto per costruirla. Il layerlapse, per esempio, si applica con facilità in una città piena di grattacieli e sfondi netti come Boston (quantunque, sia chiaro, il tipo fece un lavoro enorme), mentre è molto, molto più complicato e complesso in un ambiente con oggetti e panorami frastagliati.

dicembre 24, 2014
di Fabio Palma
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VOGLIA DI CORRERE FRA LE COSE BELLE

Per respirare scorci, cultura, storie, incantesimi.

Sono contento che Yuri abbia scelto quella splendida musica di Trystan Tyrcha, genio scomparso giovanissimo. che abbia deciso di farci correre nella cultura. Che abbia riempito le vene di voglia di uscire.
Mi rendo conto che sono diventato un pelo pigro, sempre più statico. Questo video mi fa saltare sulla sedia, mi invita ad uscire, ad incuriosirmi.

E’ un’immagine della cultura un pò diversa, quasi aggressiva. Mi ricorda artisti pazzi, scriteriati, sfrenata e straripante volontà di esagerare.

 

novembre 28, 2014
di Fabio Palma
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30″

A 30″ dalla fine è un film che mi ricordo proprio volentieri, specie l’ultima scena.

Questo invece è un trailer pubblicitario realizzato da Yuri, sfruttando sue riprese ma anche riprese di Riccardo Mojana ( mamma mia che bravo, ma proprio TANTO bravo, molto molto di più di fotografi popolari di Lecco e provincia, fidatevi. Un altro mondo, un’altra classe, un’altra conoscenza della macchina, delle tecniche, di tutto), Riky Felderer ( un paio di clips del film sulla Grignetta), Carlo Fedele Barri e Daniele Carzaniga.

Super esperti hanno detto che è montato da urlo, cioè alla grande. Faccio sempre vedere le cose con cui ho a che fare dal top in Italia in campo editing video e/o produzione video e documentari. Talvolta ricevo mazzate, talvolta applausi a scena aperta. Questo è piaciuto da paura, come lo showreel e altro di Yuri.

 

 

LAKE COMO free energy from RAGNI DI LECCO on Vimeo.

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novembre 14, 2014
di Fabio Palma
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RIMANERE GIOVANI…ce la fanno in pochi…

Ieri sera sono riuscito (ero sveglio dalle 3 e mezza del mattino, ogni tanto arrivano questi periodi di insonnia, un disantro) ad andare ad una serata di un tipo di cui avevo volentieri letto un paio di libri agli inizi delle mie uscite speleo e prime scalate, e che, ben sottolineando che la narrativa e la letteratura di livello sono ben altra cosa, aveva colpito con storie raccontate con ironia, un certo talento, belle riflessioni, insomma, letture piacevoli.

Beh, fermor estando che quanto mi appresto a scrivere non è assolutamente una critica agli organizzatori, anzi, grandi applausi a loro, volevo veramente lanciare dei pomodori. E pensavo di essere l’unico, invece eravamo in tanti.

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Quando scriveva, ed era giovane o poco dopo, era rottura verso establishment, non prendersi sul serio, auto-ironia. Purtroppo poi con l’età c’è sempre il rischio di una deriva pseudo-filosofica intellettuale che porta a dire scempiaggini e generalizzazioni piatte e sconnesse (ma sì, mi perdo in paradossi) che fanno veramente, ma veramente, piangere. Per esempio, che ora c’è piattezza culturale, che dopo di me o noi è tutto agglomerato di feci, etc etc. Come se io dicessi, ehi, vedete questa foto: beh, l’ho scattata in Namibia, nel deserto. Ah, che viaggi, che avventure facevamo, che livertà, che Spirito giovane ( e fin qui, ok). Poi però aggiungendo: eh, ora i giovani non fanno più queste cose, non sanno più viaggiare, c’è pochezza, si sa tutto, c’è il web, non c’è curiosità, sorpresa, Spirito, libertà…

MA CHE ORONZATE SONO?

Beh, rimanendo nel campo della disciplina scalata e compagnia bella, io di giovani che intellettualmente valgono dieci volte questi autonominatisi guri, e non sto parlando di forza e resistenza e tecnica perchè lì siamo, come è logico e normale, ad un fattore almeno cento, ne conosco almeno un camion. E potrei approfondire la cosa, ma dopo aver sentito certe cose ieri sera…beh, non ne vale veramente la pena. uscire dal proprio giardino, che poi è tutto insito nel termine outdoor, a pieno spettro però, è cosa che denota Spirito, non solo di osservazione. E lo Spirito lentamente muore, se non alimentato. Peccato. Peccato perchè neppure Einstein ebbe il coraggio di dire, a veneranda età, dopo di me il vuoto la pochezza etc. Certo Hegel lo disse, ma insomma Hegel…vabbè, sbagliò forse anche lui, ma diciamo che se lo poteva permettere. E insomma la sintesi è questa: certe frasi sono state così irritanti, si commentava fuori, che tutto il resto, persino le cose che si erano lette ed apprezzate anni fa, diventano davvero senza alcun significato. Spazzate via. Lo so, non è giusto: distinguere quando una persona è savia e scrive e dice cose interessanti, da quando poi diventa quel post “lentamente muore”. magari ce la farò, fra qualche mese. Intanto, però, frequento e leggo volentieri giovani contemporanei immensamente più profondi, colti, riflessivi, stimolanti, intelligenti, etc etc. Sperando che non aridiscano anche loro. fortunatamente non capita a tutti. Solo che quelli a cui non capita non vanno in giro ad esternare e a fare i guru, e questo in fondo, a veder bene, è un problema. Si permette a questi pensatori da strapazzo di far grancassa, ed è giusto, assolutamente giusto, ma poi non si dà spazio a quelli che in due secondi li spazzerebbero via con pensieri, racconti, et etc, contemporanei e anche passati, ma detti e mostrati con bel altro acume e intelligenza

novembre 9, 2014
di Fabio Palma
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INTERSTELLAR

E’ vero, ci ha voluto mettere tutto, assolutamente tutto, in questo film. Per proporsi come tuttologo, però devi averne la stoffa, e Christopher Nolan ce l’ha. Punto.

Come in un western viene accallappiato un drone, mentre un pianeta non così apparentemente messo male ( uomini in giacca e cravatta, donne vestite bene) è costretto a nutrirsi di mais, e a far la polvere tutti, tutti i minuti. Polvere eravamo, polvere torneremo. Già qui, Nolan strappa un punto, sul cartellino dei giudici. E da notare il Presidenzialismo/autoritarismo installato, a partire dalla scuola. Kolchoz come unica via d’uscita?

E poi parte la storia, che sembra un adattamento alla sceneggiatura di Terra di Stefano Benni ( sono l’unico ad aver trovato questa corrispondenza? Mi sbaglio? Chiedo), con però anche molto, molto di più, e citazioni cinematografiche che trasudano reverenza a 2001 Odissea nello spazio ( il robot-monolite, la musica mentre l’astronave si muove nello spazio, il passaggio del buco nero…e tante, tante altre) ma anche a Moon ( imperdibile film di fantascienza e non solo), a La Strada di Mac Carthy, perfino a certi film recenti post tsunami, dove il legame famigliare è visto non come una banale (e corrosiva) fiction alla Beautiful o peggio Una grande famiglia e similari, ma come un cordone ombelicale che si deve e può tranciare, ma che in qualche remota dimensione continua a sussistere. E’ una cosa che ho imparato da quando sono genitore, e che prima non conoscevo. Nolan trova il modo di non essere banale o strappalacrime anche in questo campo, e si affida a videomessaggi che sanno tanto sia di 2001 Odissea che delle videocassette di Infinite Jest per mostrare come sempre e comunque il ricordo ha bisogno di immagini per non decadere.

Non facile la parte scientifica, in molte parti ho arrancato, e penso che se non hai messo letto nulla di fisica potresti trovare il film incomprensibile in parecchie parti. Nolan non fa sconti, non liquida con una ripresa o una frasetta certi momenti di fantascienza scientifica; si affida ad un astrofisico nella consulenza ( anzi, il film parte da un suo trattato), e spiega spiega spiega. Non è, insomma, un film preso da una trama di Dick, dove la fantascienza è un contesto come un altro per fare sociologia, politica, cinema; no no, il film e non lesina estratti di teorie scientifiche tutt’altro che superficiali. Mentre si dipana una storia il montaggio parallelo non è così complicato come in Inception ( che Yuri mi ha dovuto spiegare in almeno un’ora, non avevo capito nulla o quasi! ), ma comunque non lesina sperimentazione ed audacia. Flashback, flashforward, ellissi temporali…Nolan pesta giù duro, con pochi momenti di stanchezza, voluti prima dei gran finali. ( eh già, son più di uno…). Punteggiatura musicale rigorosissima e geniale, fotografia ai massimi livelli, con sfida aperta alle visioni dei film di Ridley Scott. Chi mai dimenticherà le sequenze delle onde, del mais che si piega, della sabbia?

C’è emozione, avvertimento, e grande grande genuflessione intellettuale alla variabile tempo, mai sotto controllo. La meccanica quantistica funziona nel microscopico, la teoria della relatività sul macroscopico. Nessuno riesce a conciliarle, ci han provato proprio tutti, e l’equazione di sintesi viene suggerita con l’alfabeto Morse da una dimensione sconosciuta. Servirà DAVVERO a qualcosa? Non si capisce bene  e qui qualche incongruenza-debolezza nella sceneggiatura mi pare ci sia ( così evidente che direi che è voluta, ma non capisco perchè), ma potrei ovviamente essere io ad esser caduto…ma se ne esce più riflessivi di prima

novembre 5, 2014
di Fabio Palma
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BERNARD HOPKINS

E’ soprannominato Alien.

E’ una storia. Come tutte le storie, ne vediamo la facciata e chissà quanti grinze ci sono, in questa storia. Però a vederla così, come insomma la si può vedere, è una Signora storia.
E dunque a 18 anni va in carcere e ne esce a 23. E se sei nero e finisci in carcere a 18 anni, beh, ci han fatto dei film. Pensate al peggio del peggio, e ci siete vicino.
Però gli fanno provare la boxe, e pensa, fa per me. Guardate che dirsi così, nella boxe, è un’affermazione importante, soprattutto se la dici in un carcere.
Dice che lui fa notizia perchè è nero e a 23 anni uscì appunto dal carcere, e da allora sperano di ributtarlo dentro, tipo Hurricane ( Carter, interpretato da Denzel Washington, e complice della più bella, per me, canzone di Dylan).
Esce di galera e fa il primo incontro.
Lo perde. e per oltre un anno non sa cosa fare. La probabilità che si rimetta con una pistola in mano e rifinisca dentro non è alta. Di più.
Si dice, ne faccio un secondo.
Ne vince 20, 11 al primo round. Comincia a far rumore. E da lì diventa quello che è, con delle sconfitte, anche, ma veramente poche, e soprattutto con dei record di quelli: da tutti i tempi.
Ha fatto perdere un sacco di soldi nelle scommesse contro di lui, e questo lo obbliga ad andare in giro con guardie del corpo da tutte le parti. Fa uno sport dove con tecnica e intelligenza puoi perfino puntare ai 40, ma più spesso a 30 sei finito. Anzi, sei finito a 22, se sbagli una frazione di secondo. Non che arrivi secondo o ultimo, quello fa parte della vita. No, sei proprio finito. Man mano che ti alzi di livello e sei più ambizioso, il confine fra leggenda ed essere finito è labilissimo. A parte il free solo (senza corda) in arrampicata, non mi viene in mente altra cosa in cui il mezzo secondo faccia così la differenza fra esserci ed essere finito.
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Da qualunque parte lo si giri, Bernard Hopkins è il più grande sportivo vivente. Sì, più di Bolt, di Phelps e di Lochte, di Le Bron James, di chiunque altro. Perchè fa boxe, e se avete dei dubbi su questa affermazione, mettete uno sportivo di qualunque livello e di qualunque sport davanti ad un sacco per tre minuti, a tirare saltellando, e vi dirà, stanco. Poi ditegli che intanto deve colpire un bersaglio in movimento velocissimo, e soprattutto non farsi colpire, e vi dirà, ferma. Poi ogni diciamo per essere buoni venti secondi dategli un “cartone” chirurgico e veloce neppure in faccia, diciamo al rene, e vi pregherà, lascio. Nella foto che vedete, sta malmenando, a 48 anni, uno di molti lustri meno di lui, e molto molto dato per favorito contro il vecchietto.
Hopkins VA PER I 50, e non gli hanno dato sacchi bolsi da colpire negli ultimi 15 anni. Qualcuno, sì, ma molti altri no. Erano tosti, cattivi, e desiderosi di prenderne il posto. Il posto e la gloria. La gloria ma soprattutto i soldi. Nel 2008 lo davano già spacciato contro un altro cattivissimo, Pavlik. Lo ridicolizzò a tal punto, spazzando bookmakers e media, che nel giro di poco tempo quel bianco si ritirò e ora ha problemi di alcol e depressione. Era sicuro di prenderne il posto, ora è uno straccio umano. Non c’è niente come la boxe per aprire un bivio alla propria vita, neppure una malattia. Perchè quella non te la scegli, la boxe sì.
Ora tra non molte ore avrà di fronte un picchiatore bianco con una voglia mattissima di farlo fuori e prenderne il posto. Uno che ha vinto 23 volte su 25 per Ko, e nel 2011 un suo avversario è morto dai pugni.

E non ci sarebbero dubbi sull’esito, se lui non si chiamasse Hopkins e non avesse un fisico, e una tecnica, bestiale. E naturalmente ha i soldi da secoli per ritirarsi, la sua tecnica mostruosa lo ha lasciato integro e non è come tanti ex pugili che sono pieni di soldi ma insomma, il cervello è quello che è. No, lui è ben savio, ben lucido, etc etc. Ma continua. E ha accettato questo picchiatore che anche un 30enne di categoria avrebbe chiesto al manager, cercamene un altro, per favore. E, beh, nella foto da una parte c’è una barba bianca, dall’altra fate voi, a trovarvi davanti uno così, a quasi 50 anni.
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Vai a capire, perchè ogni tanto c’è in giro gente così

ottobre 19, 2014
di Fabio Palma
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MICHAEL HEDGE

In un’intervista Eddy Van Halen disse che non riusciva proprio a capire come diavolo facesse a suonare così.

E io non ero e non sono mai stato un conoscitore della chitarra, ma mi piacevano i chitarristi, ne capivo un pochino, e mi incuriosii.

Poi ora si sa che ha rivoluzionato la chitarra acustica, e che fra mille anni ci saranno statue di lui in ogni conservatorio o chissà come diavolo chiameranno le scuole di musica, ma io di Hedge volevo invece scrivere che…beh, gli devo molto. Genius deve molto a lui. La mia vita gli deve molto.

Nessuno era mai salito su un palco suonando l’acustica in quel modo. La casa discografica scrisse, no overdubbing, ma molti non ci credettero. Una sola chitarra? Impossibile.

Genio è chi arriva e scuote, facendo qualcosa che neppure si era immaginato. Ed Hedge fece questo, suonando dal vivo quei pezzi assurdi in una maniera così limpida e naturalmente spettacolare che allora, che non c’era youtube, cominciarono a propagarsi articoli di cronisti e spettatori increduli e meravigliati. Suona davvero da solo, dicevano.

E giù a tentare di rifare le stesse cose, i migliori al mondo, o misconosciuti bravissimi. ma per molto tempo non ci fu verso, sembrava davvero una cosa dell’altro mondo.

Forse il pezzo che mi ha dato di più si chiama Point B, è lungo appena 2 minuti. Ma questo che vedete

l’ho fischiettato così tante volte che, beh, dovete capire, certi brani onirici di Genius sono venuti fuori proprio così, e volevo dirlo, e farvelo sentire.

Meòodia e tecnica, complessità e gusto. Non mi sono mai piaciute le cose semplici, mi annoiano. Questo brano, come tanti altri di Hedge, ogni volta che l’ascolti percepisci qualcosa di nuovo.

Quando seppi della morte per incidente d’auto, misi su tutti i suoi dischi per un pomeriggio