Fabio Palma

Infinite jest

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novembre 14, 2014
di Fabio Palma
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RIMANERE GIOVANI…ce la fanno in pochi…

Ieri sera sono riuscito (ero sveglio dalle 3 e mezza del mattino, ogni tanto arrivano questi periodi di insonnia, un disantro) ad andare ad una serata di un tipo di cui avevo volentieri letto un paio di libri agli inizi delle mie uscite speleo e prime scalate, e che, ben sottolineando che la narrativa e la letteratura di livello sono ben altra cosa, aveva colpito con storie raccontate con ironia, un certo talento, belle riflessioni, insomma, letture piacevoli.

Beh, fermor estando che quanto mi appresto a scrivere non è assolutamente una critica agli organizzatori, anzi, grandi applausi a loro, volevo veramente lanciare dei pomodori. E pensavo di essere l’unico, invece eravamo in tanti.

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Quando scriveva, ed era giovane o poco dopo, era rottura verso establishment, non prendersi sul serio, auto-ironia. Purtroppo poi con l’età c’è sempre il rischio di una deriva pseudo-filosofica intellettuale che porta a dire scempiaggini e generalizzazioni piatte e sconnesse (ma sì, mi perdo in paradossi) che fanno veramente, ma veramente, piangere. Per esempio, che ora c’è piattezza culturale, che dopo di me o noi è tutto agglomerato di feci, etc etc. Come se io dicessi, ehi, vedete questa foto: beh, l’ho scattata in Namibia, nel deserto. Ah, che viaggi, che avventure facevamo, che livertà, che Spirito giovane ( e fin qui, ok). Poi però aggiungendo: eh, ora i giovani non fanno più queste cose, non sanno più viaggiare, c’è pochezza, si sa tutto, c’è il web, non c’è curiosità, sorpresa, Spirito, libertà…

MA CHE ORONZATE SONO?

Beh, rimanendo nel campo della disciplina scalata e compagnia bella, io di giovani che intellettualmente valgono dieci volte questi autonominatisi guri, e non sto parlando di forza e resistenza e tecnica perchè lì siamo, come è logico e normale, ad un fattore almeno cento, ne conosco almeno un camion. E potrei approfondire la cosa, ma dopo aver sentito certe cose ieri sera…beh, non ne vale veramente la pena. uscire dal proprio giardino, che poi è tutto insito nel termine outdoor, a pieno spettro però, è cosa che denota Spirito, non solo di osservazione. E lo Spirito lentamente muore, se non alimentato. Peccato. Peccato perchè neppure Einstein ebbe il coraggio di dire, a veneranda età, dopo di me il vuoto la pochezza etc. Certo Hegel lo disse, ma insomma Hegel…vabbè, sbagliò forse anche lui, ma diciamo che se lo poteva permettere. E insomma la sintesi è questa: certe frasi sono state così irritanti, si commentava fuori, che tutto il resto, persino le cose che si erano lette ed apprezzate anni fa, diventano davvero senza alcun significato. Spazzate via. Lo so, non è giusto: distinguere quando una persona è savia e scrive e dice cose interessanti, da quando poi diventa quel post “lentamente muore”. magari ce la farò, fra qualche mese. Intanto, però, frequento e leggo volentieri giovani contemporanei immensamente più profondi, colti, riflessivi, stimolanti, intelligenti, etc etc. Sperando che non aridiscano anche loro. fortunatamente non capita a tutti. Solo che quelli a cui non capita non vanno in giro ad esternare e a fare i guru, e questo in fondo, a veder bene, è un problema. Si permette a questi pensatori da strapazzo di far grancassa, ed è giusto, assolutamente giusto, ma poi non si dà spazio a quelli che in due secondi li spazzerebbero via con pensieri, racconti, et etc, contemporanei e anche passati, ma detti e mostrati con bel altro acume e intelligenza

novembre 9, 2014
di Fabio Palma
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INTERSTELLAR

E’ vero, ci ha voluto mettere tutto, assolutamente tutto, in questo film. Per proporsi come tuttologo, però devi averne la stoffa, e Christopher Nolan ce l’ha. Punto.

Come in un western viene accallappiato un drone, mentre un pianeta non così apparentemente messo male ( uomini in giacca e cravatta, donne vestite bene) è costretto a nutrirsi di mais, e a far la polvere tutti, tutti i minuti. Polvere eravamo, polvere torneremo. Già qui, Nolan strappa un punto, sul cartellino dei giudici. E da notare il Presidenzialismo/autoritarismo installato, a partire dalla scuola. Kolchoz come unica via d’uscita?

E poi parte la storia, che sembra un adattamento alla sceneggiatura di Terra di Stefano Benni ( sono l’unico ad aver trovato questa corrispondenza? Mi sbaglio? Chiedo), con però anche molto, molto di più, e citazioni cinematografiche che trasudano reverenza a 2001 Odissea nello spazio ( il robot-monolite, la musica mentre l’astronave si muove nello spazio, il passaggio del buco nero…e tante, tante altre) ma anche a Moon ( imperdibile film di fantascienza e non solo), a La Strada di Mac Carthy, perfino a certi film recenti post tsunami, dove il legame famigliare è visto non come una banale (e corrosiva) fiction alla Beautiful o peggio Una grande famiglia e similari, ma come un cordone ombelicale che si deve e può tranciare, ma che in qualche remota dimensione continua a sussistere. E’ una cosa che ho imparato da quando sono genitore, e che prima non conoscevo. Nolan trova il modo di non essere banale o strappalacrime anche in questo campo, e si affida a videomessaggi che sanno tanto sia di 2001 Odissea che delle videocassette di Infinite Jest per mostrare come sempre e comunque il ricordo ha bisogno di immagini per non decadere.

Non facile la parte scientifica, in molte parti ho arrancato, e penso che se non hai messo letto nulla di fisica potresti trovare il film incomprensibile in parecchie parti. Nolan non fa sconti, non liquida con una ripresa o una frasetta certi momenti di fantascienza scientifica; si affida ad un astrofisico nella consulenza ( anzi, il film parte da un suo trattato), e spiega spiega spiega. Non è, insomma, un film preso da una trama di Dick, dove la fantascienza è un contesto come un altro per fare sociologia, politica, cinema; no no, il film e non lesina estratti di teorie scientifiche tutt’altro che superficiali. Mentre si dipana una storia il montaggio parallelo non è così complicato come in Inception ( che Yuri mi ha dovuto spiegare in almeno un’ora, non avevo capito nulla o quasi! ), ma comunque non lesina sperimentazione ed audacia. Flashback, flashforward, ellissi temporali…Nolan pesta giù duro, con pochi momenti di stanchezza, voluti prima dei gran finali. ( eh già, son più di uno…). Punteggiatura musicale rigorosissima e geniale, fotografia ai massimi livelli, con sfida aperta alle visioni dei film di Ridley Scott. Chi mai dimenticherà le sequenze delle onde, del mais che si piega, della sabbia?

C’è emozione, avvertimento, e grande grande genuflessione intellettuale alla variabile tempo, mai sotto controllo. La meccanica quantistica funziona nel microscopico, la teoria della relatività sul macroscopico. Nessuno riesce a conciliarle, ci han provato proprio tutti, e l’equazione di sintesi viene suggerita con l’alfabeto Morse da una dimensione sconosciuta. Servirà DAVVERO a qualcosa? Non si capisce bene  e qui qualche incongruenza-debolezza nella sceneggiatura mi pare ci sia ( così evidente che direi che è voluta, ma non capisco perchè), ma potrei ovviamente essere io ad esser caduto…ma se ne esce più riflessivi di prima

novembre 5, 2014
di Fabio Palma
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BERNARD HOPKINS

E’ soprannominato Alien.

E’ una storia. Come tutte le storie, ne vediamo la facciata e chissà quanti grinze ci sono, in questa storia. Però a vederla così, come insomma la si può vedere, è una Signora storia.
E dunque a 18 anni va in carcere e ne esce a 23. E se sei nero e finisci in carcere a 18 anni, beh, ci han fatto dei film. Pensate al peggio del peggio, e ci siete vicino.
Però gli fanno provare la boxe, e pensa, fa per me. Guardate che dirsi così, nella boxe, è un’affermazione importante, soprattutto se la dici in un carcere.
Dice che lui fa notizia perchè è nero e a 23 anni uscì appunto dal carcere, e da allora sperano di ributtarlo dentro, tipo Hurricane ( Carter, interpretato da Denzel Washington, e complice della più bella, per me, canzone di Dylan).
Esce di galera e fa il primo incontro.
Lo perde. e per oltre un anno non sa cosa fare. La probabilità che si rimetta con una pistola in mano e rifinisca dentro non è alta. Di più.
Si dice, ne faccio un secondo.
Ne vince 20, 11 al primo round. Comincia a far rumore. E da lì diventa quello che è, con delle sconfitte, anche, ma veramente poche, e soprattutto con dei record di quelli: da tutti i tempi.
Ha fatto perdere un sacco di soldi nelle scommesse contro di lui, e questo lo obbliga ad andare in giro con guardie del corpo da tutte le parti. Fa uno sport dove con tecnica e intelligenza puoi perfino puntare ai 40, ma più spesso a 30 sei finito. Anzi, sei finito a 22, se sbagli una frazione di secondo. Non che arrivi secondo o ultimo, quello fa parte della vita. No, sei proprio finito. Man mano che ti alzi di livello e sei più ambizioso, il confine fra leggenda ed essere finito è labilissimo. A parte il free solo (senza corda) in arrampicata, non mi viene in mente altra cosa in cui il mezzo secondo faccia così la differenza fra esserci ed essere finito.
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Da qualunque parte lo si giri, Bernard Hopkins è il più grande sportivo vivente. Sì, più di Bolt, di Phelps e di Lochte, di Le Bron James, di chiunque altro. Perchè fa boxe, e se avete dei dubbi su questa affermazione, mettete uno sportivo di qualunque livello e di qualunque sport davanti ad un sacco per tre minuti, a tirare saltellando, e vi dirà, stanco. Poi ditegli che intanto deve colpire un bersaglio in movimento velocissimo, e soprattutto non farsi colpire, e vi dirà, ferma. Poi ogni diciamo per essere buoni venti secondi dategli un “cartone” chirurgico e veloce neppure in faccia, diciamo al rene, e vi pregherà, lascio. Nella foto che vedete, sta malmenando, a 48 anni, uno di molti lustri meno di lui, e molto molto dato per favorito contro il vecchietto.
Hopkins VA PER I 50, e non gli hanno dato sacchi bolsi da colpire negli ultimi 15 anni. Qualcuno, sì, ma molti altri no. Erano tosti, cattivi, e desiderosi di prenderne il posto. Il posto e la gloria. La gloria ma soprattutto i soldi. Nel 2008 lo davano già spacciato contro un altro cattivissimo, Pavlik. Lo ridicolizzò a tal punto, spazzando bookmakers e media, che nel giro di poco tempo quel bianco si ritirò e ora ha problemi di alcol e depressione. Era sicuro di prenderne il posto, ora è uno straccio umano. Non c’è niente come la boxe per aprire un bivio alla propria vita, neppure una malattia. Perchè quella non te la scegli, la boxe sì.
Ora tra non molte ore avrà di fronte un picchiatore bianco con una voglia mattissima di farlo fuori e prenderne il posto. Uno che ha vinto 23 volte su 25 per Ko, e nel 2011 un suo avversario è morto dai pugni.

E non ci sarebbero dubbi sull’esito, se lui non si chiamasse Hopkins e non avesse un fisico, e una tecnica, bestiale. E naturalmente ha i soldi da secoli per ritirarsi, la sua tecnica mostruosa lo ha lasciato integro e non è come tanti ex pugili che sono pieni di soldi ma insomma, il cervello è quello che è. No, lui è ben savio, ben lucido, etc etc. Ma continua. E ha accettato questo picchiatore che anche un 30enne di categoria avrebbe chiesto al manager, cercamene un altro, per favore. E, beh, nella foto da una parte c’è una barba bianca, dall’altra fate voi, a trovarvi davanti uno così, a quasi 50 anni.
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Vai a capire, perchè ogni tanto c’è in giro gente così

ottobre 19, 2014
di Fabio Palma
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MICHAEL HEDGE

In un’intervista Eddy Van Halen disse che non riusciva proprio a capire come diavolo facesse a suonare così.

E io non ero e non sono mai stato un conoscitore della chitarra, ma mi piacevano i chitarristi, ne capivo un pochino, e mi incuriosii.

Poi ora si sa che ha rivoluzionato la chitarra acustica, e che fra mille anni ci saranno statue di lui in ogni conservatorio o chissà come diavolo chiameranno le scuole di musica, ma io di Hedge volevo invece scrivere che…beh, gli devo molto. Genius deve molto a lui. La mia vita gli deve molto.

Nessuno era mai salito su un palco suonando l’acustica in quel modo. La casa discografica scrisse, no overdubbing, ma molti non ci credettero. Una sola chitarra? Impossibile.

Genio è chi arriva e scuote, facendo qualcosa che neppure si era immaginato. Ed Hedge fece questo, suonando dal vivo quei pezzi assurdi in una maniera così limpida e naturalmente spettacolare che allora, che non c’era youtube, cominciarono a propagarsi articoli di cronisti e spettatori increduli e meravigliati. Suona davvero da solo, dicevano.

E giù a tentare di rifare le stesse cose, i migliori al mondo, o misconosciuti bravissimi. ma per molto tempo non ci fu verso, sembrava davvero una cosa dell’altro mondo.

Forse il pezzo che mi ha dato di più si chiama Point B, è lungo appena 2 minuti. Ma questo che vedete

l’ho fischiettato così tante volte che, beh, dovete capire, certi brani onirici di Genius sono venuti fuori proprio così, e volevo dirlo, e farvelo sentire.

Meòodia e tecnica, complessità e gusto. Non mi sono mai piaciute le cose semplici, mi annoiano. Questo brano, come tanti altri di Hedge, ogni volta che l’ascolti percepisci qualcosa di nuovo.

Quando seppi della morte per incidente d’auto, misi su tutti i suoi dischi per un pomeriggio

ottobre 18, 2014
di Fabio Palma
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Una rivoluzione!

Niente, mi han fregato. Anzi, ci han fregato.
Pensavo di aver avuto une bella, e grande idea, e di averla anche affinata, progettualmente, con Yuri e con nuovi grandi talenti con cui lavoro, tal Riccardo Mojana e Francesco Torquati Gritti. Yuri, da fine Novembre in poi, ci avrebbe lavorato su.
E invece il tipo l’idea deve averla avuta parecchi mesi fa, forse anche più di un anno fa, e l’ha realizzata alla grandissima. Tecnicamente, un mostro. Filosoficamente , una rivoluzione.

Perchè quello che un timelapse mostra è quello che una normale ripresa video o una fotografia non può mostrare: la variazione della realtà circostante in un certo arco temporale.
E questa idea, e realizzazione, va oltre: mostra la realtà nelle sue variazioni, mescolandole. Come sarebbe quella parte lì di note? Come sarebbe quel quartiere a mezzogiorno? Ma quando arrva nuvolo come si colorerebbe quel pezzo di…
Tutti, ma proprio tutti gli aspetti, messi insieme. Che li devi vedere e rivedere, potendo assorbire in un colpo solo ogni possibile sfaccettatura della realtà che hai di fronte.
Non sono così presuntuoso da dire, ah, se l’avessi avuta soltanto tre mesi prima e non a Settembre, questa idea, ora saremmoi stati noi i primi.
No, il tipo è anche stato BRAVISSIMO a realizzarla. Quanto ci ha lavorato, è cosa che soltanto chi conosce certi programmi Sw può capirlo. Gusto artistico e tonnellate di lavoro messe a disposizione di un’idea. Giù il cappello.
Peccato che così il tipo ha proprio fissato uno standard alto, maledizione. La probabilità di una realizzazione inferiore, ma così inferiore da apparire impubblicabile, è così alta che vien voglia di cercare altre idee

ottobre 15, 2014
di Fabio Palma
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Il megafono delle mediocrità

Scrive Poldino, il libero pensatore più intelligente ed acuto che abbia mai conosciuto
Ognuno reclama un suo spazio, col malcelato intento di esprimersi fra le nebbie di paroloni e sentenze trasudati da ben altri Pensatori. Si ha timore di ammettere se stessi, cautelandosi con fantasmagoriche immagini incorniciate nel “bianco e nero” di personalismi che tracimano nelle sabbie “immobili” del proprio egoismo. Anche nel falso traspare una cruda verità: quella impietosa di una Società disillusa. Silente e costumata di fragilità emotive… Tutti a piangersi addosso di rabbie insoppremibili. Tanti Altri, probabilmente troppi, a scrollarsi le spalle, come a consolazione di un (fuorviante) senso di credito verso il Mondo intero. Tantissimi Carnefici, miriadi di “Vittime” e… nessunissima logica che ne giustifichi i malesseri.

Poldino ce l’ha un pò con un certo mondo e ovviamente provoca. Nessuno o quasi lo conosce, e se un giorno dovessero mai recuperare i suoi scritti e pensieri, diranno che a cavallo dei due milleni si erano persi il nuovo Russell.
Chi provoca deve generalizzare e buttarla giù pesante, ma la sostanza c’è. I social, meravigliosa invenzione appunto sociale, hanno cortocircuitato il mondo, dando megafono libero. Molto meglio dei forum, dove si scriveva avvolti in fantonmatici nocknames, nei social ti presenti e dici la tua. Spesso a vanvera, ma di fatto compilando un diario di bordo di te stesso e di come la vedi.
Appunto, come la vedi?
Non la vediamo benissimo, si legge. Nonostante non si sia nati in Sudan o anche in certe periferie di Caracas e similari. Si è spesso arrabbiati, e stanchi di ingiustizie. Che forse oggi sono meno che nel passato antico, ma meno comprensibili.
Il fatto è che il megafono è dato proprio a tutti, anche ai mediocri. Che purtroppo fanno la voce grossa più dei medi e dei grandi (Poldino, per esempio). I mediocri non sono tanti, anzi secondo me sono una minoranza perfino esigua (poi dipende dalle cose, certo. A pallavolo siam tutti mediocri e a calcio tutti hanno un trascorso da raccontare, ma la pallavolo è roba difficile e seria e l’altro è un giochino, va da sè che ognuno dovrebbe scegliersi il proprio campo), solo che con i social strillano più di tutti. Li senti e cercano consensi, di solito fra pochi intimi ( che quando sono per dire cento brindano, hai visto, mi han messo dieci, venti, cento likes ).
Ora Poldino dice una cosa: di pensare con proprie sentenze. E nelle pieghe dell’intervento ci dice di ragionarci su, sulle sentenze. Di distinguerle. E ora naturalmente dei mediocri diranno Poldino, chi è costui, o Palma, lui si pensa non mediocre, ed è vero, non mi sento mediocre e i mediocri mi danno fastidio. Ma sapete perchè? Perchè lo vogliono. Io di mediocri veri ne avrà visti sì e no una decina, uno dei quali io appunto in pallavolo, gli altri lo vogliono essere. Perchè non esserlo è molto più faticoso che non esserlo. Non essere mediocre comporta sacrifici, riflettere, pensare, fare passi indietro e, più di ogni altra cosa, riconoscere il talento in altri. Riconoscere che altri sono migliori di te in una determinata applicazione. Dare la precedenza. Farsi sorpassare e ammetterlo.
E io qui mi vanto di averlo sempre fatto: fin dal post laurea, quando laureato con lode in mezzo ad altri con la lode tolsi il disturbo; rispetto a loro valevo la metà.
Questo, devo dire, è una cosa a cui coi social bisognerebbe meglio interagire. Smascherare i pochissimi, ma arroganti e rumorosi, mediocri, ed isolarli. Ne guadagneremmo tutti. E, attenzione: i mediocri fan spesso strada, perchè l’arroganza senza contenuto fa comodo al potere.

settembre 26, 2014
di Fabio Palma
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I SARACENI

Ogni foto potrebbe essere abbinata ad una storia e io ne ho una per questa.

Nature is always awesome #rainbow #rain #puglia #italy #nature #after #the #storm #landscape ||photo is mine||

Ormai quasi 10 anni fa peregrinavo spesso, e da qualche anno, fra Italia e Turchia, in certi periodi perfino ogni settimana. Una delle tappe era Izmir, la seconda città più popolata della Turchia.

Era da un po’ di tempo che avevo una domanda da fare ad uno dei mega boss della locale Beko, azienda che produceva quasi il 30% delle Tv e degli elettrodomestici europei ( nota: un giorno dissi, ma visto che fate Tv etc per Philips, Sharp, Sanyo, etc, perchè non li fate col vostro brand? Ma no, Fabio, così guagnamo di più. Beh, devono essere cambiate le cose, visto che i nimi citati ora non producono più un bel niente in Europa e non solo, e Beko ha pure intasato la Mediaworld), e alla fine gliela feci, diretto: ma com’è che qui a Izmir c’è un sacco, ma proprio un sacco, di fragorosissime belle ragazze?

Era proprio così. Fra l’altro noi si andava in giro molto ridicolmente in giacca e cravatta (sempre pensato che la giacca e la cravatta stiano malissimo sul 99% degli uomini, ma questa è un’altra storia), e circolavano ragazze e donne dall’abbigliamento casual very aggressive. Il lungomare sembrava in perenne sfilata.

Guarda, mi dice il boss molto orgoglioso, questo era il porto di arrivo dei Saraceni…noi vi fregavamo tutte le donne migliori, ma proprio tutte, e tagliavamo la testa a quelle brutte e agli uomini.

Va così. Fra l’altro almeno inizialmente i Saraceni non arrivavano dalla Turchia e la storia pare molto più lunga e complessa, certo è che se adesso uno vuole andare a colpo sicuro nel trovare un posto dalla bellezza abbacinante su qualche costa mediterranea, basta che chieda in giro, c’è una torre di avvistamento Saraceni? Sono tutte in posizioni iperpanoramiche, in luoghi meravigliosi, torreggianti sulla più vasta area del pianeta possibile. Immagino quale terrore dovesse suscitare la vista degli antenati di quelli della Beko, visto che pure ai nostri tempi hanno fatto soonquassi, sia pure di natura diversa.

Raccontata la storia, Yuri ci ha fatto la foto. Una persona dalla camminata spaesata, un cielo che non prometteva nulla di buono, la natura che infligge una bellezza assolutamente indifferente alle brutture umane. Molte vestigia del passato hanno tramandato solo la bellezza e non anche il terrore sulle quali e per le quali sonos atte costruite, colosseo e piramidi ne sono un bel esempio e la torre nella foto, mah, dubito molto che chi era preposto all’avvistamento si trstullasse in pensieri di meraviglia, bellezza, che bel arcobaleno e così via. A noi rimane invece solo un significato che di fatto era allora sconosciuto: per esempio, sembra che questa torre sia stata messa lì per avvertire dell’arrivo di un arcobaleno doppio.
Forse, invece, l’arcobaleno era proprio la posizione dei saraceni, indicava che stavano arrivando. In effetti, quel posto è poco prima Otranto, e i Saraceni arrivavano proprio da quella parte lì

settembre 19, 2014
di Fabio Palma
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Caro amico

Caro amico, e forse ex socio

so che non sei un sentimentalone o un romanticone, ma stamattina ti brillavano gli occhi mentre raccontavi, e da come hai scritto questo racconto, non ho dubbi che quello che hai provato si chiama, banalmente, commozione, La stessa che hai provato in un altro momento che hai magicamente descritto solo in inglese, nell’articolo sulla Egger, e che non hai mai tradotto in italiano. Pudore? forse allora non volevi apparire sentimentale ai tuoi amici?

Stamattina eravamo incollati alla sedia, e i giornalisti sono diventati spettatori. Ho visto un vecchio lupo di roccia e misto come Alessandro Gogna emozionarsi, e molto. Ho visto gente normale, che non conosce la montagna e l’oceano e il kayak, stupirsi che quello che stavi raccontando fosse veramente avvenuto.

Devo confessarti che non sono molti i racconti di montagna che mi hanno veramente fatto venire i brividi: sicuramente la storia di Doseth, alcuni racconti americani, la montagna di luce, le cose di Kelly Cordes, Vince Andersen. Ma, più di ogni altro, il libro Endurance, l’incredibile viaggio di Shackleton al Polo sud, di Lansing. Pensa, me lo regalò Manolo, dicendomi, leggilo, è il più grande libro di alpinismo di tutti i tempi.

Aveva ragione, eguagliò la magia che mi aveva fatto provare Jack London, fu capace di trasportarmi altrove, come mi capita spesso con certi romanzi.

Ora, vedo che sei anche diventato capace di scrivere un racconto così, e mi viene da dire che le cose che non riuscivi a dirmi e che avevi negli occhi quando finimmo le nostre vie ora riesci anche a scriverle. Anche perchè questa roba che hai fatto non è, semplicemente, una grande via, tra le più grandi che uno possa immaginare, LA via per antonomasia, No, è molto di più, un’esperienza umana completa. Di convivenza con due amici, di incertezza totale (ma veramente totale, io pensavo che saresti tornato indietro, e a fatica, dopo due giorni…), di isolamento.

Penso che leggere racconti come il tuo faccia veramente bene.

http://ragnilecco.com/groenlandia-grande-caccia-squalo/

luglio 22, 2014
di Fabio Palma
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IL TERREMOTO DELL’IRPINIA

Dovete sapere che mio padre è di Castelfranci, e che io da bambino andavo a Castelfranci almeno una settimana all’anno, in Agosto (la festa di Santa Maria), qualche volta anche a Natale. L’Irpinia è una regione bellissima, ancora oggi, una sorta di pezzo d’Umbria più meridionale, con i faggi più belli d’Italia, un vino superlativo (il Taurasi), formaggi incomparabili, gente supersimpatica e insomma tante belle cose.
Poi arrivò quel giorno. Mio padre stava proprio tornando da giù, e fermarono il treno. Ci vollero molte ore, per capire cosa fosse successo. E quando qualche mese dopo vidi cos’era rimasto di Nusco, capii che certi film di guerra e fantascienza non rendevano altrettanto bene il disastro. La cosa più alta di Nusco era rimasta più o meno a un metro e mezzo, e io non pensavo che in un posto potessero essere accumulate così tante macerie. Nel mio romanzo Genius, Pepato è esattamente Castelfranci, uguale ed identico. Me lo ricordavo perfettamente. E la stazione…era la MIA stazione, quella di queste foto
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330935_3686713082774_977783409_oLa stazione aveva mura spesse anche mezzo metro, e crollò in un mare di sabbia. Quando non la ritrovai, persi l’infanzia, anche se ci stavo poche ore in un anno.

Ma quello che avvenne dopo, con il dopo-terremoto, fu quasi peggio. Quasi, perchè non c’è nulla di peggio della morte e di famiglie distrutte. Ma ricordo bene la rivoluzione urbanistica ( eufemismo… ) e sociale che ci fu…nuovi ricchi (…), nuovi ultraricchi (…) e ovviamente anche i cornuti e mazziati. Intendiamoci, l’Irpinia anche oggi è fantastica, ma fra tante cose lette da allora ad oggi lo scritto più intenso, e riepilogativo, è del mio vecchissimo amico Poldino, uno che lesse le Confessioni di San Agostino mentre lavorava come benzinaio in una stazione di benzina dove di giorno non passava nessuno (oggi è diverso, ovvio), uno che quando parlava prima, durante e dopo cinque birre sembrava un intellettuale del 1000 D.c catapultato nel XX secolo, uno che mi scriveva le lettere più belle e difficili ( altro che Thomas Pynchon, ragazzi. Leggere Pynchon è una bazzecola dopo che hai capito la profondità dii Poldino) che io abbia mai letto, uno che è dentro la mia personalissima classifica delle cinque persone più intelligenti e colte che abbia mai conosciuto ( testimonianza vivente, fra ‘l’altro, che la laurea, che lui non ha, non è assolutamente necessaria per scrivere, parlare e soprattutto pensare come un genio).

Ho il forte sospetto che se alla parola Castelfranci sostituite molte migliaia di nomi di comuni italiani, fra Nord e Sud, ritroverete delle verità. Ma magari mi sbaglio

Verrebbe istintivo, quasi logico, vomitare sui miei Lidi natali…
Castelfranci aveva una Sua identità, tracimava tradizioni vere, schietta semplicità e forse, emanava financo Culture. Per quanto si tracimasse però, nelle Sue inalienabili limitatezze per lustri e periodi splendidamente indefinibili, ha comunque trasudato tenacia e dignità tramite buona parte dei Suoi stessi nativi. Poi però, avvenne l’irreparabile: 23 Novembre 1980… Un Terremoto “geologico” ha distrutto quanto doveva, e non pago ha annientato ogni Sua struttura Umana fin dalle Sue storiche radici. Come Pompei, anche Noialtri Hirpini siamo stati sommersi da colate laviche, ma di natura bècera e ben più caustiche di quelle Vesuviane. Lapilli, esalazioni tossiche, sontuose scosse telluriche e sanguinolenti contorni causati in malomodo da tanti Personaggi di infima specie, hanno arrecato danni per tanti versi irreparabili, ben riguardosi però, di salvaguardare i propri interessi e di quei pochi Altri, mèriti di chissà quali “fattezze”. Non potrei odiare il mio Paesello, come non posso certo amare buona parte dei Suoi “Indigeni”, soprattutto Quelli fuoriusciti da certune lievitazioni pseudo-politiche, e perciò non di certo Figli “d.o.c.” di Madre Terra. Parvenu di infima specie che serpeggiano (ahimè) per le viuzze Nostrane, impettiti di ciclopica ignoranza e sostenuti da inconcepibili rafforzature economiche razzolate qua e la, fra i polveroni del dopo Terremoto. Ad oggi Ci tocca sorbire Personaggi di dubbia entità, concepiti probabilmente più dalla scelleratezza di Chi ha “governato” Castelfranci negli ultimi 40 (quaranta e forse più…), che da causali “incroci” promiscui di razze senza origini. Braccia letteralmente sottratte all’Agricoltura e trasbordati in una realtà “metropolitana” nella quale non potranno mai riconoscersi; per non dire di Quei non pochi (!!!) “adibiti” a consoni occupanti di poltrone di “Palazzo”, senza un benché minimo titolo professionale, etico e tantopiù di mèrito… Fino a qualche tempo addietro, bastava saper apporre la propria firma, e si riscoprivano grotteschi e improbabili scibi d’ufficio. Si era capaci di usare un semplice metro (per misura…), e tanto bastava a qualificarsi da consumati Ingegneri d’alto bordo. Una cazzuola da muratore ben impugnata, improntava altisonanti gratifiche di sapienti imprenditori èdili. tutto il Mondo è Paese, non c’è che dire. Castelfranci cosiccome tantissime altre “piccole” realtà, è afflitto da congenite disfunzioni strutturali. Il divario fra l’irrazionalità delle cose e le contraddizioni quotidiane, va sempre più assottigliandosi, generando una globale “miscellanea” di liquami incolori ma tremendamente caustici e nauseabondi. E nel frattempo ahiNoi, Ci si crogiola di melmosa quietudine; ogni Evento o involuzione susseguino, s’incastonano impietosamente nel Mosaico colorito delle quotidianità Nostrane. Castelfranci è morto, Castelfranci è corrotto, Castelfranci oramai è la proiezione di se stesso, un po come la Luce riflessa della Luna… Viva Castelfranci!!! Chi vuol esser lieto, sia. del doman non v’è certezza. Lieti davvero, ma di un Presente informe, mortifero e terribilmente inattaccabile. * POLDINO dixit *