Fabio Palma

Infinite jest

luglio 22, 2014
di Fabio Palma
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IL TERREMOTO DELL’IRPINIA

Dovete sapere che mio padre è di Castelfranci, e che io da bambino andavo a Castelfranci almeno una settimana all’anno, in Agosto (la festa di Santa Maria), qualche volta anche a Natale. L’Irpinia è una regione bellissima, ancora oggi, una sorta di pezzo d’Umbria più meridionale, con i faggi più belli d’Italia, un vino superlativo (il Taurasi), formaggi incomparabili, gente supersimpatica e insomma tante belle cose.
Poi arrivò quel giorno. Mio padre stava proprio tornando da giù, e fermarono il treno. Ci vollero molte ore, per capire cosa fosse successo. E quando qualche mese dopo vidi cos’era rimasto di Nusco, capii che certi film di guerra e fantascienza non rendevano altrettanto bene il disastro. La cosa più alta di Nusco era rimasta più o meno a un metro e mezzo, e io non pensavo che in un posto potessero essere accumulate così tante macerie. Nel mio romanzo Genius, Pepato è esattamente Castelfranci, uguale ed identico. Me lo ricordavo perfettamente. E la stazione…era la MIA stazione, quella di queste foto
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330935_3686713082774_977783409_oLa stazione aveva mura spesse anche mezzo metro, e crollò in un mare di sabbia. Quando non la ritrovai, persi l’infanzia, anche se ci stavo poche ore in un anno.

Ma quello che avvenne dopo, con il dopo-terremoto, fu quasi peggio. Quasi, perchè non c’è nulla di peggio della morte e di famiglie distrutte. Ma ricordo bene la rivoluzione urbanistica ( eufemismo… ) e sociale che ci fu…nuovi ricchi (…), nuovi ultraricchi (…) e ovviamente anche i cornuti e mazziati. Intendiamoci, l’Irpinia anche oggi è fantastica, ma fra tante cose lette da allora ad oggi lo scritto più intenso, e riepilogativo, è del mio vecchissimo amico Poldino, uno che lesse le Confessioni di San Agostino mentre lavorava come benzinaio in una stazione di benzina dove di giorno non passava nessuno (oggi è diverso, ovvio), uno che quando parlava prima, durante e dopo cinque birre sembrava un intellettuale del 1000 D.c catapultato nel XX secolo, uno che mi scriveva le lettere più belle e difficili ( altro che Thomas Pynchon, ragazzi. Leggere Pynchon è una bazzecola dopo che hai capito la profondità dii Poldino) che io abbia mai letto, uno che è dentro la mia personalissima classifica delle cinque persone più intelligenti e colte che abbia mai conosciuto ( testimonianza vivente, fra ‘l’altro, che la laurea, che lui non ha, non è assolutamente necessaria per scrivere, parlare e soprattutto pensare come un genio).

Ho il forte sospetto che se alla parola Castelfranci sostituite molte migliaia di nomi di comuni italiani, fra Nord e Sud, ritroverete delle verità. Ma magari mi sbaglio

Verrebbe istintivo, quasi logico, vomitare sui miei Lidi natali…
Castelfranci aveva una Sua identità, tracimava tradizioni vere, schietta semplicità e forse, emanava financo Culture. Per quanto si tracimasse però, nelle Sue inalienabili limitatezze per lustri e periodi splendidamente indefinibili, ha comunque trasudato tenacia e dignità tramite buona parte dei Suoi stessi nativi. Poi però, avvenne l’irreparabile: 23 Novembre 1980… Un Terremoto “geologico” ha distrutto quanto doveva, e non pago ha annientato ogni Sua struttura Umana fin dalle Sue storiche radici. Come Pompei, anche Noialtri Hirpini siamo stati sommersi da colate laviche, ma di natura bècera e ben più caustiche di quelle Vesuviane. Lapilli, esalazioni tossiche, sontuose scosse telluriche e sanguinolenti contorni causati in malomodo da tanti Personaggi di infima specie, hanno arrecato danni per tanti versi irreparabili, ben riguardosi però, di salvaguardare i propri interessi e di quei pochi Altri, mèriti di chissà quali “fattezze”. Non potrei odiare il mio Paesello, come non posso certo amare buona parte dei Suoi “Indigeni”, soprattutto Quelli fuoriusciti da certune lievitazioni pseudo-politiche, e perciò non di certo Figli “d.o.c.” di Madre Terra. Parvenu di infima specie che serpeggiano (ahimè) per le viuzze Nostrane, impettiti di ciclopica ignoranza e sostenuti da inconcepibili rafforzature economiche razzolate qua e la, fra i polveroni del dopo Terremoto. Ad oggi Ci tocca sorbire Personaggi di dubbia entità, concepiti probabilmente più dalla scelleratezza di Chi ha “governato” Castelfranci negli ultimi 40 (quaranta e forse più…), che da causali “incroci” promiscui di razze senza origini. Braccia letteralmente sottratte all’Agricoltura e trasbordati in una realtà “metropolitana” nella quale non potranno mai riconoscersi; per non dire di Quei non pochi (!!!) “adibiti” a consoni occupanti di poltrone di “Palazzo”, senza un benché minimo titolo professionale, etico e tantopiù di mèrito… Fino a qualche tempo addietro, bastava saper apporre la propria firma, e si riscoprivano grotteschi e improbabili scibi d’ufficio. Si era capaci di usare un semplice metro (per misura…), e tanto bastava a qualificarsi da consumati Ingegneri d’alto bordo. Una cazzuola da muratore ben impugnata, improntava altisonanti gratifiche di sapienti imprenditori èdili. tutto il Mondo è Paese, non c’è che dire. Castelfranci cosiccome tantissime altre “piccole” realtà, è afflitto da congenite disfunzioni strutturali. Il divario fra l’irrazionalità delle cose e le contraddizioni quotidiane, va sempre più assottigliandosi, generando una globale “miscellanea” di liquami incolori ma tremendamente caustici e nauseabondi. E nel frattempo ahiNoi, Ci si crogiola di melmosa quietudine; ogni Evento o involuzione susseguino, s’incastonano impietosamente nel Mosaico colorito delle quotidianità Nostrane. Castelfranci è morto, Castelfranci è corrotto, Castelfranci oramai è la proiezione di se stesso, un po come la Luce riflessa della Luna… Viva Castelfranci!!! Chi vuol esser lieto, sia. del doman non v’è certezza. Lieti davvero, ma di un Presente informe, mortifero e terribilmente inattaccabile. * POLDINO dixit *

 

luglio 21, 2014
di Fabio Palma
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LA SOTTILE LINEA ROSSA

Operaio, ornitologo, professore di filosofia. Questo spiega tante, tante meraviglie del film.
Esattamente come sarebbe doveroso per certi libri, anche certi film dovrebbero obbligatoriamente essere diffusi fra politici, gente di potere e parlamenti in generale. La sottile linea rossa è un capolavoro inaudito, che si apre con un alligatore, perfetto simbolo di ferocia naturale, che si rivelerà nel film rappresentativo piuttosto di impotenza, innocuità e gentilezza.
Malick parte con una fotografia sensazionale, praticamente un documentario di altissimo livello, tanto che si è totalmente spiazzati, e insieme rapiti, da una successione di scene magistralmente lente e perfettamente incastrate in una sceneggiatura ( sempre di Malick ) geniale.
Quando arriva la guerra, un cobra e l’erba di un crinale, o un giapponese che prega in ginocchio durante un assalto, saranno alcune tra le decine di sequenze memorabili, in un montaggio dal ritmo jazzato, continuamente oscillante fra una punteggiatura melodica e una base metal. A dispetto dei nomi altisonanti del cast, tutti spaventosamente bravi (Travolta compare appena, e quell’appena è da oscar, con i tic nervosi e lo sguardo maleficamente perso di un ammiraglio sprofondato nell’ambizione) ma di fatto mai protagonisti, perchè è la linea rossa l’unica vera dominante del film, un crinale appena accennato ( l’erba, l’erba simbolo di giochi e spensieratezza, qui mossa dal vento in riprese che non dimenticherò mai, l’erba peggio del fango, l’erba peggio del buio di qualsiasi film del terrore. Malick è un genio ) eppure confine di vita e morte, di coraggio e pazzia, di alienazione e ferocia, di terrore e nudità ( i giapponesi nudi, quasi completamente nudi, così inermi e te li aspetteresti samurai invincibili ).
Dov’è l’umano? Il Bene? Come ce lo siamo giocato, in questo modo? Gli uomini se lo chiedono, tutti, ognuno a suo modo. Un possibile protagonista si arrende, praticamente suicidandosi, quando capisce che l’altro mondo, che pensava e credeva fermamente esistesse, è davvero finito. Un indimenticabile Sean Penn se ne frega di menzioni e medaglie, combatte e uccide, con occhi lucidi e rassegnati allo schifo. Nick Nolte, il colonnello che ha rifiutato la pensione e che si sente ingiustamente derubato dalla vita. I locali, che guardano alle due civiltà, americana e giapponese, come se fossero uno dei tanti uragani che bisogna soffrire, ma che a differenza degli uragani non hanno neppure un valore positivo. Decine di comparse dagli sguardi appartenenti già al passato, attori così reali, anche quando appena ripresi in fondo al campo visivo, che io mi chiedo come ha fatto Malick a farli recitare così. Forse gli ha semplicemente fatto ascoltare le frasi che il fuoricampo scolpisce nel film, e tutti sono diventati veri assurdi soldati. E ha ragione chi ha accusato le recensioni dicendo, NON E’ UN FILM DI GUERRA. Non lo è. Le parti di guerra sono perfino in minoranza. E’ un film sull’uomo, un avvertimento. Temo andato perso. I capolavori vanno persi, purtroppo mi tocca pensare così. Li vedono solo e solamente gente che non conta, che non fa carriera, che non prende le decisioni che contano. La famiglia, il ruolo del padre, della madre, di una moglie, intervengono a più momenti, spesso con voce fuoricampo, altre volte con dissolvenze incrociate oniriche, rifugio mai raggiungibile e quasi etereo.
L’umanità è minima nel punto più alto del potere ( Travolta, e si può solo immaginare cosa c’è ancora più in alto), massima nei soldati più semplici, e negli ufficiali deboli ( il capitano, e il capitano giapponese che offre a Witt la salvezza). Il nemico? Non lo vedi se non all’ultimo, ma non è mica quello a cui spari, quando lo trovi, ti appare piuttosto un povero Criito ( osservazione di Yuri). Tutta questa morte per trovare dei poveri Cristi…
“Dove eravamo insieme, chi eri tu ? Quello col quale ho vissuto, camminato, il fratello, l’amico. Buio dalla luce, conflitto dall’amore. Sono il frutto di una sola mente, i tratti di un solo volto. Oh anima mia, fa che io sia in te adesso, guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato. Tutto risplende.” (Soldato Edward P. Train)
Ci siamo alzati dal divano senza parole, posseduti da mille commenti che non volevamo esprimere per non rovinare il capolavoro appena visto. Yuri mi dice, forse il film dai significati più intensi e più numerosi che abbiamo mai visto. Di solito parla di tecniche e di nozioni, stavolta ha paura di parlare e di rovinare qualcosa. Aveva voluto guardare Apocalypse now tre volte, questo chissà.
Da ieri per me Terrence Malick è un DIO

luglio 15, 2014
di Fabio Palma
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DIETRO UNA SCENEGGIATURA

Sceneggiatura e montaggio sono di Yuri, così come le frasi in inglese e l’idea che da un posto lontano, al limite extraterrestre, un viaggiatore fori le nubi, veda la Grigna, e scopra contrasti di bellezza, tanto che anche la gente del posto, alla fine, decida di prendere un cannocchiale e dare un’occhiata. C’è un’alternanza di luoghi severi e tranquilli, perchè la bellezza non ha un solo volto.
Alcuni dettagli (le foglie in basso a sinistra dal 41″ che battono il ritmo della musica, la clip è stata accellerata in modo da dare il tempo, e non essere semplicemente sincrona. Oppure il fuorifuoco di una cima che successivamente va a fuoco. L’occhio assoluto che stenta a riconoscere subito la bellezza e la wildness, e piano piano la realizza), sono stati curati per dare sensazioni inconscie. Anche la color correction è stata usata in tal senso.
Yuri ha scritto, composto e montato una sceneggiatura per chi, come me, dovrebbe ogni tanto fermarsi a “dare un’occhiata”. Ora sta lavorando su un video dedicato al centro lario, ma l’asse portante del secondo episodio di #leccomountains è già pronto, e lì oserà di più (volutamente, certe idee sono state accantonate perchè, come primo video, gli ho detto di non esagerare in editing)

Il progetto Leccomountains è bellissimo, e fa parte di un’idea grandiosa, che si chiama Eco Smart Land.

http://www.esl.lecco.it/category/mountains/

E’ la volontà di sviluppare un progetto integrato che promuova le eccellenze di un territorio in una maniera il più possibile Eco e Smart. La montagna, a Lecco, è per forza di cose in prima linea propositiva, ma sono davvero contento della realtà Univerlecco, del Politecnico, degli istituti del CNR. Quante realtà italiane stanno sostenendo queste cose, e la cultura? Quando mi sono laureato, nel 1990, l’Italia aveva la meccanica, l’elettronica, il tessile, la cultura, a livelli eccelsi. Hanno ammazzato tutto. Questo progetto mi pare una goccia in un mare, ma almeno per dove vivo potrebbe essere un oceano. In meno di due mesi ho conosciuto persone eccellenti, che alla cultura, alla fotografia, all’innovazione, alla tecnologia, credono ancora, fermamente. Quello che vedete è un video in cui è stata messa l’anima.

giugno 27, 2014
di Fabio Palma
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LO SPECCHIO di quello che siamo?

Uno, due…al quinto cretino che l’ha detto, ho capito che non sono pochi quelli che la pensano così.
Siamo circondati.
E, fra l’altro, uno di quelli che l’ha detto era un giornalista, in TV, con un certo seguito.
Insomma, siamo fuori dal mondiale di calcio, e vabbeh, mille ragioni tecniche e fisiche e sinceramente non me ne importa molto, mi è dispiaciuto di più per la Pellegrini quinta all’Olimpiade ( che dissero, fallimento…quinta all’Olimpiade…) per una conduzione tecnica sbagliata.
Ma che si dica che la situazione del calcio italiano rispecchia la situazione sociale ed economica del paese…
MA PER FAVORE
Adesso guarda un pò che conviene investire in stadi e calciatori e vivai di calciatori invece che in ricerca, cultura, ambiente, innovazione. Pensa un pò che a me pareva che la situazione del paese fosse rispecchiata da Pompei, o dall’Olivetti che fu tra le primissime a costruire un PC e ora…lasciamo perdere. Che la situazione del paese fosse rispecchiata dal processo Ruby e da Moccia scrittore e dal premio Strega, piuttosto che da un calciatore che non sta in piedi e uno staff che sbaglia la preparazione puntando alla seconda parte di una competizione calcistica.
Casomai lo specchio del paese potrebbe, nello sport, essere dato proprio da come vengono gestiti gli sport seri, quelli formativi. Con palestre e palazzetti inesistenti in molte province italiane, per esempio, e questa sì che è cultura.
La situazione del paese, ahimè, mi pare rispecchiata non da una nazione che va fuori ai mondiali di calcio ( vedi un pò il paradosso che ne esce, il Giappone sta peggio del Brasile…), ma piuttosto dai talk show televisivi che ruotano intorno al business calcio, un business che nulla dà alla cultura di uno stato, ma proprio nulla. Si vuole far passare il messaggio che bisogna investire sull’immagine, e non sulla sostanza. Che è meglio avere un figlio calciatore che un figlio intelligente, e se come calciatore sfonda “è lo specchio di una famiglia solida”.
Mah

giugno 14, 2014
di Fabio Palma
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TALENTI

la cosa straordinaria dei social networks, che personalmente mette in secondo piano tutte le sfaccettature negative arcinote ( e che, comunque, fanno dire a un sacco di gente “ai miei tempi, etc etc, e che i tempi passati siano necessariamente migliori di quelli presenti è una barzelletta bella e buona ), è che in pochi minuti ti permette di conoscere persone in gamba, di talento, che nel loro tempo libero rincorrono con gran classe passioni autentiche. La differenza fra tutte queste splendide persone ed altre che spesso muovono i fili economici e politici del nostro intorno è devastante.
Per la pagina https://www.facebook.com/leccomountains stanno arrivando delle foto spaziali, che dietro hanno ore di studio, appostamento, analisi. Molte di amatori, ma che gusto nei loro scatti, e che amore verso il territorio. Lo capisci che non lascerebbero un rifiuto in giro, il mondo loro lo guardano costantemente in una focale costruita col rispetto delle persone e dell’ambiente.
E’ stimolante sapere che c’è un sacco di gente diversa dai boriosi propinatori di vuoto a perdere

giugno 9, 2014
di Fabio Palma
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L’aria fritta

Il fritto nuoce alla salute, ma almeno, solitamente, giova all’umore, visto che di gnocco fritto e altre prelibatezze non posso dire di essermi tenuto sempre lontano.
Ma respirare l’aria fritta, e peggio ASCOLTARLA, non so a voi, ma a me ha sempre fatto venire l’orticaria. Me ne sono sempre tenuto lontano, insomma. Cose tipo passerelle istituzionali, i discorsi di vuoto spinto (qua e là infarciti di vocaboli assorbiti in qualche corso universitario dove probabilmente erano associati a concetti, quelli invece affondati nel dimenticatoio), i progetti sociologicamente roboanti a portata sociale nulla.
Essi, coloro che maneggiano e dispiegano l’aria fritta, faticherebbero ad arrivare a pagina 50 di un libro di Mac Carthy o di Wallace, che i vocaboli li sanno usare davvero per descrivere la contemporaneità. Quando vengono messi a capo di un progetto, lo annegano inevitabilmente. Il loro curriculum è infarcito di fallimenti, ma sono clamorosamente ai vertici del potere decisionale, politico, istituzionale. Ai convegni non mancano mai, ti accorgi di loro perchè declamano l’ovvietà, e sono a capo di società di consulenza che attingono a soldi, spesso pubblici, senza portare nulla, ma proprio nulla. di positivamente utile alla comunità.
Questo è uno sfogo a voi, ragazzi. Io ho fallito, forse non ci ho mai provato seriamente. Tutti noi abbiamo fallito. Non eravamo in gamba come voi, non avevamo internet e i social networks e SAPERE era molto più difficile. Per questo, probabilmente, allenare l’intelligenza era più complicato, e farsi fregare più semplice. Noi pensavamo esclusivamente alle nostre passioni, intese anche come “da grande voglio fare questo”, e prendevamo per il culo quelli che cominciavano a menare il can per l’aia con l’aria fritta. Si iscrivevano, quelli, a facoltà universitarie minori, dove collezionavano voti alti studiando un decimo rispetto a facoltà dove il 30 te lo dovevi guadagnare con le nottate, e un sacco di ragazzi molto più in gamba di loro erano andati a lavorare subito, senza università e studi ulteriori, qualcuno aveva anche lasciato prima, ma vi assicuro che erano in gamba, solidi e abili, e…che vi devo dire, noi delle università dure e serie e loro dei lavori solidi e abili…ci hanno fregato, a tutti. Quelli dell’aria fritta, ci hanno fregati. E continuano a farlo.
Ho dilapidato quello che amici e professori dicevano possedessi? In certe situazioni, perdonatemi la presunzione, da un pò d tempo mi viene da dire di sì. Ho ASCOLTATO da vicino questi dell’aria fritta e , mio Dio, sono ancora peggio di quello che immaginavo. Perchè in Tv, sapete, li ascoltate per pochi minuti e secondi e scuotete la testa e poi vi mettete a fare altro, ma LIVE…Dio, è live che si vede il musicista. E’ live che si vede se uno sa scrivere, senza ghost writer e correttori. Quello che state leggendo, lo sto scrivendo live, mica lo rileggo prima di cliccare PUBBLICA. E allora ascoltare quelli dell’aria fritta in veste live, pure con un foglio davanti che sai mai che mi dimentico il parolone, beh, ragazzi, io non pensavo che sarebbe finita così. Voi, per favore, dateci dentro. Non lasciatevi fregare. Siate SMART, ma nel senso intellettuale del termine, non fregando il prossimo. Spazzate via questi dell’aria fritta. Questi che ci hanno lasciato con una rete che ci costringe a vedere sulle superstrade per scambiare i dati di un progetto, mentre nei paesi evoluti vanno a 100Gb/s. Questi che ci hanno lasciato con una Tv che racconta di amici e di veline, come se il talento fosse quello e chissà perchè intanto la Corea ha sgominato tutti nell’elettronica e l’India nel sw. Questi che hanno distrutto la letteratura italiana, impedendo agli scrittori veri di pubblicare e rendendo ricchi e famosi degli scribacchini che in un tema di liceo non sarebbero nella metà alta delle votazioni.
Quando annusate aria di invidia, fateli fuori. Quelli dell’aria fritta hanno fatto carriera grazie ai mediocri che han fatto dell’invidia la ragion pura. Gli invidiosi, che alla fine sono una minoranza, fanno di tutto per segare le gambe a quelli in gamba, e il risultato è che avanzano quelli dell’aria fritta. Ditemi pure che è un’analisi troppo stringata e semplicistica, ma vi porto mille esempi a dimostrazione.
Scrivili qui, mi direte.
No. Lasciatemi fare ancora qualche tentativo. Su piccole cose a discreto impatto. Fatemi tentare un’altra volta. Ci ho provato con un libro e dopo tre ristampe lo hanno levato di mezzo, sai mai. Ci ho provato con un paio di idee e sono state immediatamente soffocate. Ora ci sto provando cercando di essere un pelo più smaliziato, diciamo sotterraneo.
Intanto, però, cominciate a sgomitare. Quelli dell’aria fritta li riconoscete subito, spacceranno per novità cose ovvie e si atteggeranno a fini psicofilosociologi declamando l’elementare ( ed eventualmente appropriandosi delle idee altrui, naturalmente poi affossandole). Mentre gli invidosi…beh, parlano alle spalle, san fare solo quello

maggio 31, 2014
di Fabio Palma
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LUNEDI 2 Giugno, Cuneo

Io e Matteo terremo una conferenza durante la quale verranno proiettati due film.
Ecco il link con i dettagli

http://www.festivaldellamontagna.it/evento/29

e il trailer del film sull’Uli Biaho

https://www.youtube.com/channel/UCRJy8Tkfn07fLcsaUGzoWAQ

maggio 8, 2014
di Fabio Palma
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CASTELLANZA, 9 Maggio

All’Università Liuc proietterò il film Infinite JEst, e Simone Morandotti e Mike Guzzo suoneranno alcune delle colonne sonore originali composte per il film e per altri video dei Ragni di Lecco

Per esempio, spettacolare l’esibizione live di questa colonna sonora

aprile 16, 2014
di Fabio Palma
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Sua Maestà Cormac Mac Carthy

Questo brano che andate a leggere non è niente di speciale, per Suttree, uno dei capolavori di Mac Carthy. Suttree ne ha centinaia, di brani così.
Ma è speciale per chiunque abbia la fortuna di leggerlo.
Ieri ho riaperto, come faccio spesso, questo capolavoro, e a caso ho letto questa pagina. Si potrebbe scrivere un saggio, su una pagina così. Se ne potrebbe parlare per ore. Ci sono così tante cose da dire e da pensare, su queste poche righe, che a stento si riesce ad accettare che ci sia un Genio capace di dire così tante cose in così poco spazio. Io dico solo che a scuola, una volta al mese, dovrebbero aprire dei libri del genere e leggerli ad alta voce. E basta.

Il cadavere giaceva come un sacco sul fondo dello schifo.
Posata sul sedile di poppa con il suo esile pennacchio di insetti, la lampada catturava nella sua luce i colpi liquidi dei remi, le perle d’acqua che correvano come vetro fuso sotto le pale e le increspature che ad ogni vogata si srotolovano nelle luci riflesse della città fra i più foschi profili di stelle e galassie ammarate nel fiume silenzioso.
Arrivati all’altezza del ponte della ferrovia Suttree disarmò i remi. Leonard era occupato ad avvolgere il padre nelle catene, che chiudeva con certi lucchetti da discout passandole nei buchi dei cerchioni. Una delle gambe del vecchio giaceva torta sul tavolato dello schifo e Suttree intravide il pigiama lurido di flanella che indossava.
Io dico che così può andare, Sut, osservò Leonard.
Tu dici?
Sì, cazzo, con questa roba il culo gli colerà a picco come un fottuto missile.
Vuoi dire qualche parola?
Se voglio che cosa?
Dire qualche parola.
Leonard ebbe una specie di smorfia nervosa. Qualche parola?
No? Vorrai mica seppellire tuo padre così…
Non lo sto seppellendo.
Questo lo dici tu.
Lo sto solo scaricando nel fiume.
Fa lo stesso. E’ come un funerale in mare.
Accidenti, Suttree.
Allora?
Questo vecchio bastardo non ha mai messo piede in chiesa in vita sua.
Ragione di più.
Insomma, non conesce nessuna fottuta preghiera nè niente. Merda. Pensaci tu.
Le uniche parole che conosco sono quelle cattoliche.
Cattoliche?
Cattoliche.
Leonard considerò il padre incatenato e incappucciato sul fondo dello schifo. Giuda boia. Cattolico non era di sicuro. E quel passo che parla dell’ombra della valle della morte? Ti dice niente?
Suttree si alzò in piedi nella barca. Intorno a loro il fiume era calmo e nero e le luci del ponte si stiravano rigide nell’acqua a monte.
Dammi una mano.