«Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona. I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole e i realisti con i piedi nel fango.»
Così scriveva George Orwell.
Nello sport non è molto diverso. Nessuno possiede davvero la ricetta vincente. Ce l’ha, forse, chi vince una gara dominando gli avversari, o chi arriva in cima al sasso più difficile del pianeta e può voltarsi indietro dicendo: «Ce l’ho fatta». Ma se fosse davvero sincero, probabilmente ammetterebbe che non era affatto certo del risultato. L’incertezza è il prezzo del gioco. Il banco delle scommesse continua a vincere ovunque e gli allenatori esistono proprio per questo: per aumentare le probabilità di successo, non per garantire il successo. A memoria, oltre a Bob Bowman e Julio Velasco, faccio fatica a ricordare tecnici che abbiano vinto oltre il novanta per cento delle competizioni affrontate. Su roccia tutti abbiamo avuto i nostri «avrei voluto». Io avrei voluto fare l’8c. Sono orgoglioso di ciò che sono riuscito a scalare e ho anche delle ragioni per non aver mai davvero inseguito quel grado, ma i dati restano lì: non l’ho fatto. Per questo sorrido quando leggo certi racconti romantici e acchiappa-consensi di scalatori della mia generazione che oggi fingono di non aver mai cercato approvazione o gratificazione. Non c’è nulla di male nell’averle cercate. C’è qualcosa di stonato nel negarlo.
I dati, i numeri e la statistica sono ciò che molte persone temono. I veri sportivi, invece, imparano ad apprezzarli. Perché non mentono. Naturalmente servono competenza, intelligenza e onestà per interpretarli. I numeri sono impietosi. Ho visto anche recentemente esultanze sproporzionate per prestazioni costruite attorno al niente, una manciata di prese davvero significative e avversari fuori forma. Per lo spettatore è comprensibile: vede il gesto decisivo e si entusiasma. Ma l’atleta dovrebbe sapere che quella lettura è superficiale. Se in una futura gara importante la vera selezione comincerà alla presa venticinque e realmente la tua prestazione ha avuto 6 prese di difficoltà, significa che prima ce ne sono state altre quindici che non contavano e che la tua esultanza doveva essere contestualizzata. Invece di festeggiare, forse sarebbe più utile dirsi: «C’è un problema enorme. Se tra un mese sarò ancora in questa condizione, non arriverò terzo: arriverò oltre il cinquantesimo posto». Ed è quel dato che definirà la stagione. Vale per il professionista e vale per l’amatore. E per dir la verità questa cosa la scopri in fretta quando hai che fare con la matematica tosta, oltre che con lo sport. Quando sei un Dio in un contesto facile, per esempio un liceo, e poi assaggi analisi 2 e analisi 3. A loro volta mattoncini della VERA matematica. Se sei onesto, non esulti sbraitando per una lode in analisi 2 e 3. Io le presi e come tutti noi fummo moderati, avevamo capito che erano cimenti ancora ben lontani da ciò che avremmo potuto assaggiare (e io, di fatto, nella vera matematica non ci ho messo mai il naso). Incidentalmente, Bea mi diede un ripasso straordinario su questo. A Villars, nel 2023, arrivò quarta in Coppa del Mondo. Tutti esultavano, gente della federazione e io. Lei si avvicinò con un sorriso molto beffardo, e mi disse, non mi sento completamente soddisfatta. Aveva capito che non era comunque andata al cento per cento eche qualcuna più forte aveva sbagliato prima. Bea, però, ha un’intelligenza fuori dal comune.
«È una visione fredda» «La verità non ha temperatura.» (Cormac McCarthy)
La passione non nasce dall’illusione. Nasce dal confronto con la realtà. Vuoi coltivarla sulla roccia più bella? Nei luoghi più belli? Benissimo. Ma i luoghi più belli raramente sono indulgenti. Richiedono consapevolezza, preparazione e realismo. Salire una via a vista nel Lecchese dice poco su ciò che accadrà su una qualunque parete del Wenden, e anche una via in Verdon ti può abituare al vuoto ma non allo stesso impegno psicofisico. Tantomeno una via classica in Dolomiti. Chiudere un 7a nella propria falesia può avere ben poco a che fare con il 7a che usi per scaldarti a Céüse, e sul 7a in certe falesie potresti perfino avere dei dubbi sull’averlo mai scalato…
E allora la domanda diventa semplice e scomoda. I progetti che sogni poggiano su condizioni favorevoli. Le tue condizioni, invece, le hai costruite?
Oppure stai soltanto sperando che siano sufficienti?
Pochi soggetti umani sono instabili come l’atleta, perché lo sport è un terreno accidentato in cui risultati positivi e negativi, tediose sessioni di allenamento ed eccitanti momenti di euforia rendono la carriera sportiva una funzione informe e imprevedibile, disseminata di punti di discontinuità. Eppure, come accade in molti sistemi complessi, ciò che appare instabile in superficie può poggiare su strutture profonde sorprendentemente solide.
Maria Goeppert-Mayer ha spiegato perché alcuni nuclei atomici siano più stabili di altri. Dietro l’apparente caos delle particelle scoprì una struttura nascosta fatta di livelli energetici e gusci che si organizzano secondo regole precise. Non fu soltanto una scoperta scientifica. Fu una lezione universale: la stabilità non nasce necessariamente da ciò che vediamo, ma da ciò che tiene insieme il sistema dall’interno.
La sua stessa vita ne è un esempio. Per anni lavorò senza il riconoscimento che avrebbe meritato. Continuò a studiare, osservare e costruire conoscenza mentre il mondo accademico la lasciava spesso ai margini. Non vinse grazie a un colpo di fortuna. Vinse perché aveva costruito una struttura interna abbastanza solida da sopravvivere all’assenza di gratificazioni esterne.
Anche un atleta, in fondo, è un sistema a gusci.
Molti guardano soltanto il grado salito, la medaglia conquistata o il risultato mancato. Ma chi allena sa che la vera prestazione nasce molto più in profondità. Nasce da strati invisibili: la fiducia reciproca, la capacità di dire la verità quando sarebbe più comodo raccontarsi una favola, il coraggio di riconoscere i propri limiti e lavorarci sopra senza cercare alibi.
Un allenatore non costruisce soltanto forza, resistenza o tecnica. Costruisce contesti in cui la sincerità possa esistere senza diventare giudizio. A volte il gesto più difficile non è motivare un atleta, ma dirgli con onestà ciò che non vuole sentire. E il gesto più difficile per un atleta non è sopportare la fatica, ma accettare quella valutazione senza viverla come un attacco personale.
Quando questo accade si crea qualcosa che assomiglia molto a una forma di spiritualità. Non una spiritualità religiosa, ma una spiritualità della relazione. La fiducia che permette di affidarsi a qualcuno anche quando il percorso non è chiaro. La riconoscenza verso chi investe tempo, energie e competenze nel nostro miglioramento. L’umiltà di comprendere che nessun risultato è costruito da una sola persona.
Come nei nuclei studiati da Maria Goeppert-Mayer, anche nei team sportivi esistono strutture invisibili che determinano la stabilità del sistema. Non sono fotografabili. Non compaiono nelle classifiche. Eppure sono quelle che tengono insieme tutto quando arrivano gli infortuni, le sconfitte, i periodi di stallo e le inevitabili crisi.
L’insegnamento universale è semplice: la solidità nasce dall’organizzazione interna, non dal rumore esterno. Per gli atleti, questa organizzazione non riguarda soltanto muscoli, tendini o programmi di allenamento. Riguarda anche la qualità delle relazioni che sostengono il percorso.
La domanda, allora, è semplice: quali sono i vostri gusci interni? Quali relazioni, valori e abitudini vi tengono stabili quando la prestazione oscilla? E soprattutto: sapete riconoscere e coltivare quelle persone che, spesso lontano dai riflettori, contribuiscono ogni giorno alla vostra architettura interiore?
Gli atleti sono come bambini: non sanno niente della vita. Sanno solo allenarsi e gareggiare.
Questa frase fu detta da uno dei più grandi atleti di tutti i tempi, Emil Zátopek, e sembra però in contraddizione con la sua stessa vita, invero un romanzo di sceneggiatura stupefacente.
Emil si riferiva a tutti gli altri tranne se stesso, capace di inventare l’interval training, di allenarsi come soltanto decenni dopo fecero i migliori al mondo, di rivoluzionare le convinzioni diffuse.
Di fatto, le sue vittorie olimpiche assolutamente incomprensibili per i suoi tempi rivoluzionarono il concetto di allenamento e introdussero alcuni elementi base della psicologia dello sport moderna: il giovane atleta che aspira all’eccellenza, in genere, impara da diversi allenatori. Il primo gli insegna i fondamentali; il secondo gli trasmette la disciplina e le tecniche che devono essere padroneggiate per eccellere, e questa fase va però, anagraficamente, di pari passo con la fase adolescenziale e post adolescenziale (i famosi 14-22 anni, finestra che per qualcuno/a si conclude a 18, per altri/e va avanti fino perfino a 25).
E’ l’età in cui puoi avere la tendenza ad ascoltare te stesso o, peggio, i tuoi coetanei o gente che vuole approfittare di te. E’ l’età in cui il talento ti porta avanti, ma è un allenatore disinteressato al tornaconto personale che ti impedisce di perderti. Se il talento è ribelle e incontra la persona sbagliata, è finito. Se incontra la persona giusta, che vuole BENE al ragazzo/a senza ambizione personale, voglia di mettersi in mostra, tornaconto economico, allora avrà delle possibilità, altrimenti sarà così vittima delle sue Distorsioni Cognitive da buttare letteralmente nel cesso la sua carriera. Qualunque sport ha infinite storie che raccontano questo ma nonostante (e faccio appunto nomi attuali) fuoriclasse come Garnbret, Ceccon, Martinenghi, Sinner, di ENORME talento, si siano correttamente affidati a tali figure senza se e senza ma, tantissimi e tantissime credono di potersi fidare di se stessi e addirittura dei coetanei.
Sempre e comunque, contano i risultati, che vanno anche raccontati e visti con sincerità, pena schiaffi roboanti quando cambia il contesto. Le Distorsioni Cognitive fanno esagerare ciò che si considera bene (che dati alla mano bene o progresso non è), fino a quando non arrivano i ceffoni da contesti veri, reali.
In queste settimane ho sempre più ringraziato il destino per avermi fatto incontrare Maia Marinescu: non solo è un talento smisurato, con Bea e Iris la miglior climber che abbia mai visto, ma è anche davvero una persona eccezionale (al momento non ci sono avvisaglie o campanelli d’allarme che l’età possa cambiarla in peggio). Purtroppo abita a Friburgo e questo è un limite enorme, a un certo punto dovremo trovare insieme un allenatore che la possa seguire da vicino e almeno bisettimanalmente. Questo dovrà avvenire quando arriverà a livello internazionale giovanile avanzato e in Coppa del Mondo (e sarebbe la terza mia atleta che ci arriverebbe). Altrimenti dovremo trovare un modo di vederci più spesso come faccio con Bea, perché solo chi ti vede continuamente e non appartiene al tuo insieme può distinguere i tuoi punti deboli, da dati e analisi oggettive.
Sono anche molto felice e motivato per aver ricominciato ad affiancare Giulia Rosa. Estremamente intelligente, ovvi motivi personali avevano interrotto senza alcun strascico il nostro legame Allenatore-Atleta. C’è sempre stata stima reciproca, l’ho vista crescere tecnicamente, arrivare in nazionale, l’ho davvero sempre tifata perché è una persona vera. Poi la vita l’ha costretta a riavviare il nostro legame sportivo e chiaramente darò tutto per portarla fra le prime 3 in Italia nel Boulder. Non è professionista e non fa la vita da professionista e questo è il nostro unico vero ostacolo. Con due sedute al giorno scommetterei su una semifinale di Coppa del mondo nel 2027, altrimenti interromperei io la collaborazione (se un atleta fa vita da professionista e non migliora vistosamente a livello internazionale, evidentemente c’è qualcosa che non va). Però ho brigato per farle arrivare a breve il meglio per allenarsi col suo tempo a disposizione, e naturalmente devo essere bravo a non sbagliare e a modificare in corsa.
“tutti hanno un piano fino a quando non arriva un pugno in faccia”. (Mike Tyson)
A me e Bea è arrivato a Wujiang: un grandioso miglioramento, doppio primato italiano, invece di portarla fra le prime 8 al mondo l’ha vista al 21esimo posto. Significa che il mondo è migliorato meglio di noi e che entrambi dobbiamo modificare qualcosa. Tempo al tempo è un valido aforisma ma nello sport agonistico va affiancato, appunto, alla frase di Tyson.
And there is no justice: the rich win, the poor are powerless. We become tired of hearing people lie. And after a time, we become dead… a little dead ( The verdict)
There comes a precise moment in sport when the noise of the field stops being just competition and becomes something deeper—conscience. It’s the moment you realize that not every defeat is born from a technical mistake, a stronger opponent, or a bad day. Some defeats are written elsewhere. In regulations. On desks. In the distraction—or worse—of those who are supposed to protect.
The story of Maia Marinescu, 17, belongs to this category. Eleven months without competing. Eleven months of competitive silence. A penalty that, in substance, is equivalent to a doping suspension. But here there is no deception, no shortcut, no betrayal of sport. There is, instead, adult negligence. And a girl who pays the price.
It brings to mind the suspended, almost spiritual atmosphere of Pneuma by Tool: that deep breath, that tension between body and soul, between human error and the search for meaning. Maia is exactly there, in between. She is not just an athlete on pause. She is a young conscience forced to confront a system that no longer distinguishes between guilt and responsibility.
And then the mind turns to Fight the Good Fight by Triumph. Fight the good fight, the chorus says. But what kind of fight is this, if the field is tilted? If a minor ends up serving a penalty designed for those who knowingly cheat? This is not about battling an opponent, but about struggling against a logic that has lost its sense of proportion.
Because the real fracture lies here: the rigidity of the adult world. A system that moves by automatism, applying rules without questioning who stands in front of it. A machine that works perfectly… until it collides with real life. And when it does, it doesn’t stop. It crushes.
In this story, Maia Marinescu paradoxically becomes what she is not: “guilty.” The time taken from her is the same that would be taken from someone who deliberately violated the rules. It is a suspension that is symbolically devastating, because it sends a clear message: it doesn’t matter how you got there, only that you ended up inside the mechanism.
And so even Ordinary Man by Triumph echoes with a bitter undertone. The ordinary person. Maia is exactly that: a normal girl with talent and a dream. Not a lab case, not an example to be punished. Yet she is treated like an anomaly to be corrected.
The point is not to deny the rules. Sport lives on rules, on fairness, on justice. But when justice becomes so blind that it no longer sees differences, it stops being justice. It becomes procedure.
And here something doesn’t add up. Because if a system cannot protect the youngest from the mistakes of adults, then it has stopped being educational. It has become merely punitive.
Eleven months, at 17, are not just time. They are growth, opportunities, identity in the making. They are competitions that will not return, experiences that cannot be recovered. It is a piece of the future put on hold.
And so the question remains, suspended like a long note: who really pays in this story?
For now, the answer is simple—and unjust: Maia pays. But what should trouble everyone is that the system, instead, never does.
C’è un momento preciso, nello sport, in cui il rumore del campo smette di essere solo competizione e diventa coscienza. È il momento in cui capisci che non tutte le sconfitte nascono da un errore tecnico, da un’avversaria più forte o da una giornata storta. Alcune sconfitte sono scritte altrove. Nei regolamenti. Nelle scrivanie. Nella distrazione – o peggio – di chi dovrebbe proteggere.
La storia di Maia Marinescu, 17 anni, appartiene a questa categoria.
Un incaricato si dimentica di chiedere il suo trasferimento mentre lei, ignara di tutto, in tre mesi di duri e proficui allenamenti raggiunge la sua prima finale senior in Italia e supera il Trial svizzero in maniera così brillante da addirittura guadagnarsi il ticket da World cup.
La gioia e’ infinita da parte sua, io felice perché una brava ragazza, buona e sincera, si è fidata e ha creduto ai miei studi. Le scrivo che per me è diventata un prospetto olimpico per il 2027, che i prossimi 11 mesi saranno PNEUMA. Gliela faccio ascoltare, gliela spiego. Niente di elettronico, di artificiale. Anni di composizione per poter anche solo pensare a una complessità così. Le dico, se LUI, Danny Carey, ha osato PNEUMA (respiro!!) dal vivo), allora tu puoi osare il sogno olimpico.
E’ una ragazza BUONA, dolce. Sincera e che non parla alle spalle, il suo sorriso è vero, il suo sguardo non nasconde nulla. E per una grave dimenticanza adulta, ha davanti 11 mesi senza gare. 11 mesi di silenzio agonistico. Una pena che, nella sostanza, equivale a una sospensione per doping. Ma qui non c’è inganno, non c’è scorciatoia, non c’è tradimento dello sport. Una negligenza adulta e una ragazza che paga.
Sto ascoltando l’atmosfera sospesa e quasi spirituale di Pneuma dei Tool: quel respiro profondo, quella tensione tra corpo e anima, tra errore umano e ricerca di senso. Maia è esattamente lì, in mezzo. Non è solo un’atleta ferma. È una coscienza giovane costretta a confrontarsi con un sistema che non distingue più tra colpa e responsabilità.
E allora il pensiero corre a Fight the Good Fight dei Triumph. L’ho ascoltata forse 1000 volte fra i miei 16 e 25 anni. Combatti la buona battaglia, dice il ritornello. Ma quale battaglia è questa, se il campo è inclinato? Se una minorenne si trova a scontare una pena pensata per chi bara consapevolmente? Qui non si tratta di lottare contro un’avversaria, ma contro una logica che ha perso il senso delle proporzioni.
Perché la vera frattura è tutta qui: la rigidità del mondo adulto. Un sistema che procede per automatismi, che applica norme senza interrogarsi su chi ha davanti. Una macchina che funziona benissimo… finché non si inceppa sulla vita reale. E quando succede, non si ferma. Travolge.
In questa storia, Maia Marinescu diventa paradossalmente ciò che non è: una “colpevole”. Il tempo che le viene tolto è lo stesso che si toglierebbe a chi ha violato le regole in modo deliberato. È una sospensione simbolicamente devastante, perché manda un messaggio chiaro: non importa come ci sei arrivata, conta solo che sei finita sotto il meccanismo.
E allora risuona amara anche Ordinary Man, stesa disco dei Triumph. L’uomo ordinario, la persona qualunque. Maia è questo: una ragazza normale, con un talento e un sogno. Non un caso da laboratorio, non un esempio da punire. Eppure viene trattata come un’anomalia da correggere.
Il punto non è negare le regole. Lo sport vive di regole, di giustizia, di equità. Ma quando la giustizia diventa cieca al punto da non vedere le differenze, allora smette di essere giustizia. Diventa procedura.
E qui c’è qualcosa che non torna. Perché se un sistema non sa proteggere i più giovani dagli errori degli adulti, allora ha smesso di essere educativo. È diventato solo punitivo verso i NON adulti.
Undici mesi, a 17 anni, non sono solo tempo. Sono crescita, occasioni, identità che si forma. Sono gare che non torneranno, esperienze che non si recuperano. È un pezzo di futuro sospeso.
E allora la domanda resta, sospesa come una nota lunga: chi paga davvero, in questa storia?
Per ora, la risposta è semplice e ingiusta: paga Maia. Ma dovrebbe inquietare tutti il fatto che il sistema, invece, non paghi mai.
Sotto le costole c’era rumore, e non sempre era il cuore. Certe giornate le andavano avanti in libertà vigilata, pavimentate come tappetini da doccia. C’era appena da guardare dove mettere i piedi, ma senza troppa attenzione. Come se il tempo scorresse, al suo fianco, in una corrente ostinata e contraria. Quando invece avrebbe voluto attraversarlo, o viverci insieme. Quei rari momenti di una donna nei quali il corpo è felice di un istante, e nel petto il suono non è sordo, ma acuto all’inizio e poi rotondo, ben fatto. Cercava quelli, di momenti. Con tutto quello che sapeva, avrebbero dovuto gemere dall’essere troppo pigiati, in troppi. E invece si erano assestati qua e là, come stelle. Brillanti, sì, ma infinitamente circondati di scuro. La stanchezza la assaliva alla testa, e poi la pesantezza le arrivava ai piedi, che si trascinavano come dentro due ciaspole e sotto erba secca invece che soffice neve. La stanchezza eclissava la volontà, e intorpidiva l’attenzione. Era un’arma potente, avrebbe potuto usarla contro i riottosi, i più attenti. Avrebbe dovuto STANCARLI. Colpendoli con cose da fare. Affossando il loro tempo libero. E questo era complicato, ma non complesso. Già lo facevano, i poteri. Ma entrare nelle case di ciascuno, nei piccoli angoli delle cose private, quella era sfida difficile. In mezzo a televisioni, computer e passatempi di maniera, molti avevano ancora il loro orticello. E lei lo capiva dalle piccole pieghe che formava la pelle del viso, che andava per suo conto e contro il volere della maniera. La vedeva, la donna che sorrideva ai figli e al marito e intanto pensava, ogni minuscolo istante, ago che punge il pensiero con dolore e ricordi, a una vita diversa, con un uomo diverso, con un sogno diverso. Lo vedeva, l’uomo che accompagnava la moglie a fare la spesa, vagando nel desiderio di un’altra, a volte anche solo accarezzando le gambe di una ragazzina debolmente vestita. Quella e quello si ritrovavano soli, la sera o di giorno, su qualche divano, e allora si abbandonavano al gesto, come annusando il profumo di un mobile antico, e la musica di qualcosa perduto per sempre li avvolgeva con nostalgia di una vita diversa, e le mani si lasciavano andare, prive di qualsiasi vergogna. Come fare per entrare in quei piccoli orti? Sorprendere la gente nella loro piccola sfera di emozioni, l’ultima rimasta. Coglierli lì, impreparati, dove si sentono forti. Lasciarli con un buco nel petto, impossibilitati a riempirlo con le parole. Come se le certezze diventassero palpabili quanto la foschia mattutina. Stancarli, doveva stancarli. Cominciò a mangiare. Smise appena un attimo, quando si affrettò allo specchio a controllare che accenni di rughe ci fossero veramente, e c’erano, e non sapeva rispondere al quesito se fossero figli del meglio o del peggio.
Quando finì, non era tardi per quello che davvero si era imposta di fare. Pensò come fosse curioso che mangiare facesse andare diritto al cuore delle cose, udire l’eco dei suoi desideri, e scioglierli. Tranciare catene e recidere etichette, come se a pancia piena si fosse più leggeri. Col vino era già pronta ad ammettere e amare. Aveva mangiato, e tentacolari erano affiorati i ricordi di sterzate brusche – perché non c’era stata, con Alberto? – e di curve mal impostate, con se stessa a insabbiarsi o, peggio, urtare malamente sacchi di cemento. Con lo stomaco carico di grassi e proteine, e gli zuccheri ormai in collisione fra loro, scese in strada per ascoltare il respiro della gente. Quando arrivò nella via, si sedette su quel marciapiede dove era inciampata in bicicletta, tanti, tanti anni prima. Col ginocchio sbucciato, non era andata da Luca, vergognosa della carne gonfia e della pelle a brandelli. Ora il ginocchio era ancora gonfio, ma del liquido dell’età, che sembrava duro a siringare. Le mancava papà, le avrebbe detto qualcosa. Allora, su Luca, e ora, su tutto quello che le percorreva la testa. Luca, allora, se n’era risentito, era scomparso, e lei si era adagiata nella scomposta vallata umana dell’equivoco. Seduta nello stesso posto, ora così diversa, satolla di cibo e vuota di vita, decise di non piangere. Svapora, la vita, quando la scruti a pancia piena dal marciapiede dove non hai osato scendere. Due ore più tardi si alzò molto più forte. Esaminò con interesse quanto la digestione fosse stata completa e acuta nel riempire vuoti diversi, un processo complesso e contorto, con un fine preciso. Ora il corpo era forte, e così anche i pensieri più lineari e sicuri. Stancarli, doveva stancarli.
Prendetevi 17 minuti per vederlo, e 3 per leggere i commenti, tutti di persone veramente Spesse.
Quello che penso di questo cortometraggio.
Tecnicamente, chi ne capisce lo ha inquadrato nei commenti. La fotografia è sensazionale, il montaggio strepitoso, cinematografico con scelte anche originali (l’utilizzo di diverse Handcam vintage). Yuri è molto ricercato come DOP su set di moda e ha vinto premi come regista di documentari, per cui il tutto non è una sorpresa. In Italia nel mondo arrampicata-alpinismo solo Achille Mauri aveva pubblicato standard così alti. Ci sono in giro Portraits orrendi, che letteralmente sfigurano il personaggio. Qualche volta sono orrendi in tutto, praticamente sempre manca la sceneggiatura e il montaggio curato con una regia di valore. Certo non è facile fare un bel cortometraggio se il protagonista ha poco da rivelare oltre alla bravura, ma nella maggior parte dei casi vien fuori male anche la bravura, il così-detto Livello. Mentre scrivo, penso che Yuri farebbe qualcosa di eccellente anche con Giga e Luchino. E certamente era eccellente prodotto per Rock Experience, che riporto alla fine. Tuttavia questo va OLTRE, ed ecco, secondo me, perché.
Uno studio americano molto serio di un neuro scienziato, pubblicata settimana scorsa. La Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2010) registra prestazioni inferiori rispetto a chi l’ha preceduta in quasi tutte le misurazioni cognitive, e fondamentali, ed è la prima generazione che inverte un trend positivo che durava da molti decenni (insomma, per la prima volta da oltre cento anni una generazione e’ meno intelligente della precedente). Lo studio è stavo fatto con tantissimi test cognitivi, ed è anche venuto fuori che c’è una elevatissima discrepanza tra i risultati oggettivi e l’autovalutazione degli studenti. Fondamentalmente, i giovani pensavano di essere nel giusto, aver compreso, etc etc. In maniera anche arrogante. Messi davanti ai risultati che mostravano inequivocabilmente che erano molto meno intelligenti dei Boomers che tanto prendevano in giro, hanno avuto una reazione emotiva preoccupante “ Più le persone pensano di essere intelligenti, più sono in realtà stupide”. Lo studio, effettuato su un campione vastissimo, da’ queste spiegazioni: Al centro dell’analisi vi è l’uso intensivo della tecnologia. Lo scienziato attribuisce le difficoltà attuali al fatto che questa generazione è cresciuta con un’esposizione costante ai dispositivi digitali. Invece di favorire l’acquisizione di conoscenze, l’uso massiccio di schermi sembra aver ridotto le opportunità di apprendimento profondo. Horvath ricorda che “gli esseri umani sono biologicamente programmati per imparare da altri esseri umani e dallo studio approfondito, non scorrendo schermate per riassunti a punti”.
Anche l’introduzione della tecnologia educativa, o Edtech, viene messa in discussione. Secondo la ricostruzione fornita al Congresso, l’utilizzo di tablet e computer per le attività scolastiche assorbe risorse mentali che potrebbero essere dedicate alla comprensione complessa. Fuori dall’aula, la consultazione rapida di social media come TikTok sostituisce spesso la lettura integrale dei testi, trasformando gli studenti in lettori superficiali
Me ne ero accorto. Linguaggio modesto, pochissima comprensione logica (la Logica manca del tutto, e la Logica si allena), tendenza fortissima ad arrestarsi alla prima risposta/pensiero che si ha, o meglio si trova su uno schermo, a un imprevisto. Le distorsioni cognitive della GenZ sono continue e su tutto, PERO’ i migliori di oggi sono nettamente superiori ai migliori degli anni ’80 e ’90.
L’arroganza fa veramente compagnia alla incapacità di ragionare, è oggi è molto diffusa fra i giovani. Tesi antitesi sintesi: un processo ignoto a tutti e tutte, con rarissime eccezioni.
Dai primi mesi che ho allenato, mi accorsi che mancavano i vocaboli. Spiegavo un metodo e se dentro la spiegazione inserivo la parola paradosso, mi guardavano a bocca aperta. Ed è noto che si comprende ciò per cui si hanno le parole appropriate.
Diedi a non pochi e poche da leggere, non tutti recepirono.
Ragionare ragionare ragionare. Non fermarsi mai alla prima spiegazione. Oltretutto una conoscenza scarna di vocaboli fa sì che le sensazioni siano ancora più traditrici, progenitrici di errori cognitivi. Perché un corollario importante del QI basso è che si detestano e sfuggono i dati, in quanto spesso rivelatori della fallacità delle sensazioni. Il QI buono o elevato fa accettare senza sussulti emotivi che una propria sensazione sia errata, mentre un QI basso getta nello sconforto quando i dati, ovvero una realtà analizzata, mostrano le crepe o addirittura il falso delle sensazioni.
Dal cortometraggio esce con prepotenza un’intelligenza viva da parte di entrambi, superiore. il “gomitolo di pensieri” di Bea è fuori al comune, l’abilità che ha avuto Yuri nel dipanarlo (grazie al diario, letto e usato come voice over) da grande e sensibile regista. Ed ecco che la GenZ qui ne esce SUPERIORE, e forse ( io ne sono certo ma lascio a voi pochissimi che siete arrivati qui) è stata la lettura che ha reso Bea e Yuri così Potenti. Yuri, che a 13 anni fu l’utente del sistema bibliotecario della provincia di Lecco con più prestiti in un anno, oltre 150 libri in dodici mesi, con tutti i libri di Conrad, Dune, tutto Omero, la Ruota del tempo, Wallace…Bea, che ormai da due anni è una lettrice avida e acuta, famelica di conoscere e sapere.
Penso di aver contribuito a farli diventare così, però mica è successo con tutti e tutte. La cultura e lo sport vanno di pari passo: hanno bisogno di Maestri, allenatori e seminatori, ma se il terreno non è fertile…
Ecco, infine, quello che già era stato un gran bel ritratto, Gennaio 2024
P.S. la foto copertina è di quanto, nel 2003 o 2004, con lo scafoide ingessato tornai per revenge su Legacy, Wenden, dove, per non mettere un Friend , un mese prima avevo fatto oltre dieci metri di volo sbattendo
La desolante telecronaca della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi non è “niente di nuovo sul fronte occidentale” . Quando chi decide permette che o l’incompetenza o l’indifferenza vengano messe a commentare-gestire-produrre sport o cultura, e’ inevitabile che vengano calpestati i valori sportivi e culturali, fra cui la dignità.
A chi non batte il cuore per l’Olimpiade e neppure ne hai mai visto i contenuti, non gliene frega nulla e nulla sa di Anna Danesi o Simone Giannelli. Non comprende quanto sia sacro il ruolo del Tedoforo, quanto sia tutto molto di più di selfie e presenza.
Si chiama CERIMONIA.
Non deve avere nulla a che fare con sciatti e sciatte influencer che vanno bene per fregare fessi e fesse su scelte di abiti rossetti profumi ma i cui soldi guadagnati, anche a valanga, non bastano ad arrivare a 1 su una scala 1-10 di merito e competenza.
A un tedoforo o commentatore di un’Olimpiade invernale andava fatto un vero e proprio esame della patente, qualora non atleta: 20 domande di sport olimpici, di cui dieci di base (riconoscere Anna Danesi!!), e cinque anche difficili.
Altrimenti siamo tutti buoni a tutto e vorrei proprio vedere se chi difende certe scelte si farebbe cucinare da me nel suo pranzo di matrimonio o si farebbe vestire da me nel giorno più importante della sua vita o far riparare un guasto meccanico.
Federazioni piene di gente che non rispetta gli atleti, istituzioni e associazioni e personaggi per cui l’Olimpiade è solo un business o un’occasione per comparire, che è quello che succede anche nel mondo della cultura e che è un grande male italico. L’atleta e l’artista sono il cuore, chi li commenta o ne maneggia i simboli deve averne rispetto. E chi sbaglia deve pagare. Spero duramente.
Lindsey Vonn.
Quante puttanate scritte da chi nella vita non è mai stato neppure fra i primi 1 milione della sua professione.
Lei, dopo 6 anni di stop e una protesi nel ginocchio, è tornata a gareggiare a 40 anni e i mediocri hanno commentato: è solo marketing
Primi mesi: ha sfiorato le Top 10 e 5
Da Ottobre per stagione 2026-27: dominante!
DOMINANTE
Chi sono i mediocri e frustrati che hanno addirittura scritto che bisognava vietarle di gareggiare?
Forse un alpinista e un Climber può meglio capire perché fosse spiritualmente giusto che ci provasse: noi che abbiamo provato dolore per Potter e Lama, per Auer e Steck, per decine e decine di visionari irresponsabili che hanno scritto pagine leggendarie di alpinismo e arrampicata.
Esagerati?
Certo
Ricordatevi: senza dei pazzi incoscienti come i fratelli Wright, l’uomo si sarebbe spostato con un aereo molti ma molti anni dopo. Senza biologi e scienziati incoscienti, oggi si morirebbe prima e facilmente di molto.
Senza leggende dello sport o dell’arte, saremmo tutti più poveri di Spirito.
Rispetto per l’Olimpiade, rispetto per i suoi simboli, rispetto per le leggende
E rispetto per gli atleti che all’Olimpiade ci arrivano, perché dietro hanno scelte di vita pesanti e osteggiate, perfino talvolta in famiglia.
“Perché dovrebbe farlo?” “Deve mancarle qualcosa nella vita” “È irresponsabile”. Quello che queste persone non capiscono, perché non hanno mai provato a fare qualcosa di grande, perché non si sono mai spinte fino ai limiti estremi, perché non conosceranno mai il loro vero potenziale, è che non esiste una grandezza priva di rischi”
Gli sport dai quali attingo e imparo di più sono Boxe, Tennis e Basket NBA.
Nella boxe perché non sali su un ring per una prova sportiva, letteralmente palleggi con la vita e il tuo futuro e mostrare paura o incertezza equivale ad essere massacrati. E’ lo sport dove lamentarsi significa prenderle, dove Gamboa si ruppe il tendine d’Achille alla seconda ripresa ma continuò fino all’ottava dove perse per KO ma nessuno si era accorto dell’infortunio e il pubblico lo fischiava perché poco mobile…e’ lo sport dove in tre minuti Hagler e Hearns hanno consumato più Watt di una lavatrice per un’ora, dOve Pacquaio ha distrutto uno enorme rispetto a lui, dove Fury e Wilder sono andati Ko cinque volte saturando i microfoni dal rumore dei colpi, dove in allenamento se osi lamentarti fai 300 addominali.
Il basket NBA perché se sei al 40% di efficacia sei un campionissimo, e nessuno convive con l’errore quanto loro, con in palio più soldi di qualunque altro sport.
Tennis perché non è credibile che uno sport di Forza e Potenza duri più di un’ora, la boxe arriva a 36, loro anche sopra le cinque. E’ vero, hanno tantissime possibilità in quelle ore, resuscitano letteralmente, ma devi avere qualcosa di disumano dentro, i migliori sono esseri avulsi dalla normalità umana.
Djokovic ha battuto Sinner pur facendo meno vincenti di lui, e salvandosi 8 volte negli ultimi 45 minuti. Flow, concentrazione, e venti anni dietro in cui ha assorbito ogni possibile situazione negativa. Con una cura maniacale del corpo e dell’alimentazione (dopo il più lungo match di sempre nel 2012, quasi 6 ore vinte contro Nadal, festeggio’ con un pezzo di cioccolato fondente. Il suo cibo preferito. “Era due anni che ci rinunciavo”), Djokovic ha ovviamente un grandissimo talento ma inferiore nella storia a diversi: Mc Enroe, Edberg, Sampras, Federer,Alcaraz…non ha quel tocco degli Dei. Ma è arrivato dalla povertà, a differenza di tutti gli altri. Il tennis è uno sport da ricchi. Djokovic era poverissimo e ha dovuto adattarsi e soffrire l’impossibile per arrivare ai vertici. E quando ce l’ha fatta, davanti aveva Federer e Nadal. Un muro invalicabile.
E li’ si è allenato come nessuno aveva mai fatto al mondo nella storia del tennis. Come facevano solo nella boxe, appunto, o Kobe Bryant nel basket e Phelps nel nuoto e Vonn nello sci. Una seduta in più al giorno rispetto al resto del mondo, e tanta ferocia, rinunce, disciplina. Anche lui è stato vittima di errori cognitivi, perse un anno dietro la sua convinzione di non operarsi al gomito, Agassi era diventato suo allenatore e litigarono duramente. Si convinse dopo molti mesi, si operò, tornò numero 1. Disse “a volte noi atleti crediamo a nostre stronzate, per quello abbiamo bisogno di allenatori”. Chiede scusa alla fine di ogni torneo vinto al suo team “so che è difficilissimo stare con me, non sono una bella persona quando perdo e quando mi alleno”, da quando si sono ritirati Federer e Nadal e’ diventato più gentile anche negli allenamenti, e intanto sono arrivati Alcaraz e Sinner, all’inizio da lui sempre battuti e poi diventati insuperabili.
E’ surreale, ha detto dopo aver vinto contro Sinner, partita finita alle due del mattino, dopo 5 ore. Ha vinto strategicamente e mentalmente contro Sinner, che in quelle due qualità è numero 1. A centinaia gli dicevano di ritirarsi. Tre giorni fa un commentatore di Eurosport lo esortava a farsi da parte…
Tra vedere e commentare lo sport e comprenderlo c’è un abisso. Ci vuole tanta intelligenza a capirlo, e bisogna viverlo per certe sfumature.
“Il vostro intervento una luce di emozione in un deserto di mediocrità”
By Yuri
“Il vento soffiava, fine sta soffiando anche adesso, su tutte quelle persone talmente annebbiate dalle preoccupazioni, talmente prese dai loro corpi e dalle loro brame, da non poter fermarsi neppure un momento per sentire quanto è bella la carezza del vento. E sentilo ora, così lieve, così eterno, questo vento sulla tua bella pelle, la tua pelle viva”
Da uno dei capolavori scoperti e letti di Lauren Groff
Una delle più belle ballate rock di sempre fu allungata a dismisura anni dopo la sua uscita nella versione in Live at Budokan, con un intro acustico che stordisce e un assolo centrale in cui Petrucci fece un passo avanti rispetto alla storia degli assoli (lo aveva già fatto in Lines in the sands, dove però l’assolo era disgiunto da tutto il resto). Sembrava che non potesse esserci nulla di meglio, ma poi nel 2024 ecco una nuova versione ed è assoluta Magia, e’ arte e tecnica e cuore e Passione e disciplina e talento.
Breve sinossi 2025
Anno tormentato, il 2025. A Gennaio la situazione tallone Bea era tumultuosa. Non mi piacevano un sacco di cose, e un grave anche se brevissimo errore stava lasciando strascichi. A Febbraio e Marzo qualche segnale positivo, la finale di Arnoldi in Coppa Italia Boulder, il secondo posto ma fisicamente oltre il primo di Dave al Campionato italiano Boulder, terminale di sei settimane senza inciampi. Poi, ancora una volta interruzioni e tumulti, la ripresa di Bea sulla Speed, a metà Marzo, e poi…
L’incredibile prima gara di coppa del mondo di Bea e la qualifica alla finale con un 7”11 che nulla aveva di sensato se non, semplicemente, il fatto che Bea sia uno splendido animale da difficoltà. Poco dopo, l’11 Maggio, il 4° posto di Arnoldi a Pero, disattenzione tecnica a privare di un sicuro podio e forse perfino del secondo posto, e mancava soltanto Rogora con tutte al Top forma, quindi una pianificazione per puntare al podio europeo e podio campionato italiano. Pianificazione mai seguita
L’acquisto, pochi minuti dopo aver scoperto che una gioventù bella e meritevole può trasformarsi in qualcosa di brutto, di una scultura antica in legno massello pesantissimo di due teste di cavallo. Che nel rustico guarderanno con i loro occhi penetranti tutti quelli e quelle che al rustico entreranno e chi accetterà il loro sguardo dovrà scavarsi dentro e accettare di chiedere scusa. Oppure no, e allora non ho altro da aggiungere.
La più bella intervista di uno sportivo, 2025
Il nuotatore Thomas Ceccon dice che oggi si conosce «abbastanza: ho sbagliato tanto e imparato tanto». In un’intervista a La Stampa dice che per sbagliare in Italia «devi avere intorno persone che ti vogliono bene. Non è facile. A me è successo di ripetere lo stesso errore. Ho provato a insistere su certi atteggiamenti in vasca per tentare di distribuire le forze e tenere più prove possibile. Se osi e cadi la gente storce il naso. Però noi italiani miglioriamo…». Perché «da ragazzino ogni errore era vissuto come una strage. Crocefisso e bollato come spocchioso per delle leggerezze. È facile rimanerci male. Per fortuna io ho da sempre lo stesso allenatore, Alberto Burlina e ascolto lui che è un’ottima voce guida. Essere capito è fondamentale, i giudizi superficiali mi hanno pesato».
il progetto caiclimbing, per cui sono stato interpellato per suggerire dei nomi da supportare, è diventato qualcosa di grande, con seminari super seguiti che ho tenuto in tante località, con una formazione che ho progettato e illustrato ben oltre un terzo livello Coni (ho motivi per dirlo).
Ho dato altri nomi da supportare al Cai per il 2025 e 2026 e il Cai lo sta facendo ( dopo Stella Giacani, Valentina Arnoldi, Elena Brunetti, Federica Papetti, Riccardo Vicentini, Matteo Reusa, che ricevettero una brosa di studio nel 2024)e sono ragazzi e ragazze eticamente meritevoli. Ho dovuto fare dei cambiamenti, questioni di etica (mi era già successo nel 2002 con Uomini&Pareti di ritrovarmi raggirato e poi con una manifestazione da me creata). Ora i ragazzi e ragazze supportati economicamente sono Federica Papetti, Miiram Fogu, Francesco Ponzinibio, Maia Marinescu, Davide Torroni, Giulia Rosa, Carlo Villa. Arriverà qualcosa di utilissimo e concreto per tutti gli atleti italiani, e i seminari che sto facendo in varie regioni hanno un successo clamoroso. Le parole entusiaste di istruttori di arrampicata che sono venuti a sentire sono preziose.
Una storia raccontata: Eratostene 2260 anni fa, già convinto che la terra fosse sferica, come per primo enunciato secoli prima da Parmenide per prima e poi da Platone, Aristotele e compagnia (e già questo…), seppe che in un pozzo lontano da lui, nella città di Siene, il 21 giugno a mezzogiorno il sole puntava perpendicolare (zenit) i raggi nel pozzo stesso, senza ombra vicino. Era un fatto che aveva stupito molti curiosi. Lui abitava ad Alessandria, e lavorava come bibliotecario. Attese un anno, e il 21 giugno in quel pozzo vicino a casa sua osservò che il sole proiettava un’ombra 7 gradi più lontana dal bordo. Ragionò così: se il Sole è così lontano allora i suoi raggi sono paralleli, e la differenza tra le due ombre deve dipendere dalla curvatura della Terra. Quei 7 gradi rappresentavano una piccola porzione dell’intera circonferenza, esattamente 1/50. Per completare il calcolo serviva “solo” conoscere la distanza tra le due città. Così Eratostene incaricò dei “bematisti”, professionisti dell’epoca addestrati a camminare con passo costante (ti rendi conto di questa cosa??) di misurarla: il risultato fu circa 5.000 stadi. Fanno 800 km, oggi. Da lì la matematica fece il resto: 5.000 moltiplicato per 50. calcolò che il nostro pianeta misurasse circa 250.000 stadi di circonferenza. Tradotto nelle unità moderne, un valore compreso tra 38.600 e 46.600 chilometri: oggi sappiamo che misura 40.075 reali. Sbagliò di poco perché le due città non sono esattamente sul tropico del capricorno, quindi sullo stesso parallelo. Nei secoli successivi si tornò a considerare la terra piatta nel mondo occidentale mentre gli arabi e gli indiani, molto più avanti in matematica e geometria, ci riprovarono con altro metodo nel Seicento Dc, arrivando a 38000km. Fu un olandese nel 1617 ad arrivare alla misura corretta, oltre 1800 anni dopo Eratostene.
Io mi sono immaginato questo bibliotecario che forse in due o tre anni arriva a risolvere il suo problema che non interessava veramente a nessuno. Se non alla sua curiosità famelica. Ebbe un’intuizione avanti di 8 secoli rispetto a un paio di geni Indiani e arabi, e molti di più rispetto allo stesso Copernico che propose in Occidente il modello astronomico corretto della terra ma non ebbe l’idea di come misurare la circonferenza della terra, anche se era un problema da lui ambito. C’è stato un periodo in cui mi sentivo onnipotente, ma solo perché non ero dentro l’alto livello. In sostanza, ero il più bravo sia in matematica che in letteratura di un liceo, e proprio come Wallace nel suo incredibile Questa è l’acqua descrive, quasi tutti pensano che la propria acqua sia il mondo. Ti ricordi? Il suo discorso, il discorso diventato più letto di tutti i tempi, inizia con un tizio che chiede a due pesci com’è l’acqua, ed essi rispondono, cos’è l’acqua? E’ il principio base delle distorsioni cognitive, pensare che il proprio insignificante intorno sia il mondo. Che le proprie convinzioni siano l’Universo. Sono partite dittature stupri e massacri da questa distorsione. E meno male che bastarono pochi mesi a fianco di un paio di menti ben superiori alla mia per farmi senza problemi capire che il mio liceo di provincia era davvero insignificante. Eratostene fu di fatto un primatista del mondo, e il suo record resistette per oltre 1500 anni. Non fu capito da molti, soprattutto dopo di lui. Che la specie umana sia infettata dalla mediocrità, beh, anche questo l’ho capito dopo il liceo, molti anni dopo a dire la verità, non ho incontrato meschinità fino, pensa un po’, al 2003. Ma come, diresti te. Beh, proprio così, ho vissuto senza fregature e invidie e gente meschina e invidiosa intorno fino al 2003. E devo dire che da quando sono con te ho recuperato, ne ho fatto il pieno. In cinque hanno tentato di truffarci a me e Yuri, gente dal sorriso accattivante, in molti di più ti hanno fatto cose sconce. Ma i mediocri ignorano che gli Eratostene vanno avanti per la loro strada, indifferenti a consenso e a tutto ciò che è politica marcia. Gli Eratostene hanno qualcosa che gli batte dentro, vogliono arrivare a un obiettivo, ne pensano di ogni per quell’obiettivo. Tanto da scomodare il sacrificio, (come ha detto Bea nel video e nella conferenza). L’obiettivo esige sacralità, sapere, ricerca. E anche fiducia, perché Eratostene si fido’ dei camminatori con bastone. Che contarono migliaia di passi UGUALI. E c’è un libro, Distanza ravvicinata, che mi ha suggerito questo: tutti i suoi racconti sono bestiali e intrisi di storie di violenza e depravazioni e TUTTI sono ambientati nel Wyoming. E il libro inizia con questa frase, che è sul cartello di ingresso -tato: benvenuti nel Wyoming, benvenuti in Paradiso. Ebbene sì, i racconti bestiali, dove tutti pensano a stuprare e fottere il prossimo, e i pochissimi buoni e buone finiscono assai male, sono ambientati in uno stato considerato idilliaco. E così si naviga nelle nostre Passioni curiosità e voglia di fare. I marci non capiscono che io e Bea vogliamo il record del mondo, la scoperta, l’ignoto, per la semplice pulsione di mente e cuore verso qualcosa che ancora nessuno sa, eppure c’è.
Poche settimane fa si e’ ritirato dalle scene musicali David Coverdale
Colui che con Here I go again ha decisamente influenzato il mio stile di vita
No I don’t know where I’m going
But, I sure know where I’ve been
Hanging on the promises
In songs of yesterday
And I’ve made up my mind
I ain’t wasting no more time
Though I keep searching for an answer
I never seem to find what I’m looking for
Oh Lord, I pray, you give me strength to carry on
‘Cause I know what it means
To walk along the lonely street of dreams
And here I go again on my own
Going down the only road I’ve ever known
Like a drifter I was born to walk alone
And I’ve made up my mind
I ain’t wasting no more time
Quali sono le canzoni che mi hanno letteralmente stravolto tanto da farmi fare delle scelte diciamo pure azzardate?
Here I go again
Heaven and Hell
Hey you
The thin ice
Diary of a Madman
Take hold the flame
Fight the good fight
Lay it in the Line
Save me (degli Avenged Sevenfold)
Siamo soli
Like a Stone
Broken wings
Hollow years (le sue versioni live, Budokan e Parigi 2024)
Infine…Il viaggio in Norvegia pensato e e organizzato da Yuri. Troppo intenso e indimenticabile per raccontarlo, la mia famiglia qualcosa di oltre il prezioso. Sono fiero di quello che siamo noi tre. Yuri è il mio Maestro, già da anni.
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