Fabio Palma

Infinite jest

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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UBIK, P. Dick

Era la seconda opera che leggevo, di questo autore, e mi piace chiamarla opera, e non, più riduttivamente, libro. Non molte settimane fa ho speso delle ore interessanti in Cronache del dopobomba, alle prese con uno stile e una trama elementari ma con una caratterizzazione di personaggi indimenticabili. In Ubik, i personaggi sono invece secondari, come se Dick avesse altro a cui pensare. E che altro, aggiungo…anzitutto, la scrittura, dopo una partenza molle, diventa progressivamente potente ed epica, sfociando nel lirismo nelle pagine finali, in cui davvero sono rimasto sorpreso da certe raffinatezze e da un linguaggio colto senza essere prolisso. E la trama, poi…beh, fosse per la trama, sia chiaro che questo è un romanzo da cinque stelle senza discussioni, e penso che Dick ne sia rimasto egli stesso così folgorato da sottovalutare, appunto, l’importanza dei personaggi stessi, che sono semplici comparse o poco più, annientate da un dipanarsi sempre più intrecciato e nodoso. Se mi perdonate un esempio alpinistico, è come quando si scioglie una matassa di corda senza fare troppo attenzione, convinti che tanto, poi, la corda verrà da sè. E ci si ritrova, invece, con nodi e grovigli assurdi, che ti inseguono e ti arrestano. Ubik è così, un clamoroso penetrare nello strato sotto-cosciente dell’individuo, dove la volontà del non morire e gridare altissima la propria esistenza è continuamente presa a pugni da una realtà in mano ad altri. Non bastano talenti, non bastano scoperte scientifiche; ironia della sorte, paradosso straordinario, soltanto un bieco prodotto da farmacia-supermercato può salvarti o giù di lì, ma come tutto ciò che è pubblicità il prodotto è nello stesso tempo ovunque e irraggiungibile. Falso. Dei sentimenti umani il più massacrato è l’amore, il più ridondante è la paura di perdere la propria identità, mentre la consapevolezza viene calpestata fin dalle prime pagine e gli esseri umani la cercano invano per tutta la vita. Qualche capitolo in più, introspettivo, dedicato a Chip, Conley, e così via, e sarebbe stato un capolavoro assoluto. Così, penso sia comunque un grandissimo libro di un vero genio

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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L’angolo, estratto da Condèmoni

L’angolo era uno slargo con un panettone di cemento a due metri da altro cemento, quello dei muri, entrambi violentati da piscio e altre fermate. Odore di resti. Quattro maghrebini confabulavano nella loro lingua, uno aveva le mani in tasca perchè così aveva imparato a stare in un gruppo, un piglio feroce nel capo, due erano dimessi e guardavano di qua e di là, come due possibili prede, il quarto ascoltava come sollevato da ogni responsabilità. Erano così affiancati che da lontano potevano essere scambiati per una torre, le teste quattro guardie di confine. Silce e Stojko li superarono e incrociarono gli occhi come se fosse l’ultima volta. Due metri dopo quel panettone sulla via di destra un negozio di elettrodomestici, all’interno due commessi cinesi. Poi un’unica vetrina con scritte arabe, ne usciva un odore miscelato di spezie, la gente brulicava sgomitava era incerta, c’era un indiano coi capelli luccicanti e nerissimi, camminava veloce con un tablet sottobraccio, c’erano tante minoranze, in quella via, loro ne facevano parte, ciascuno poteva essere la risposta giusta a qualcun altro, ma come saperlo? Le minoranze non alzano mai la mano, non era una questione di anima gemella, era un problema di tante anime incognite. L’uomo che seguivano procedeva in mezzo a cento razze diverse, c’era da chiedersi quale fosse giusta, perchè si intuiva che non sarebbero arrivate tutte al traguardo, lo stavano seguendo dall’uscita della metropolitana, più o meno dalle parti di un cartello che chiedeva quale follia faresti per il tuo amore segreto,…

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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La purezza, estratto da Condèmoni

Il condominio stesso e i palazzi satelliti del vicinato rendevano le sere estranee a quei fenomeni di ombre che si allungano ecc ecc, quelle forme e cambiamenti che hanno irrorato la letteratura, i sogni e gli sguardi di generazioni. Niente da quelle parti, e allora la sera era piuttosto preannunciata dalla volontà gassosa del ritorno a casa, verso una cena e discorsi pesanti eppure incapaci di cadere a terra, con parole e controparole logore, lui e lei avvitati intorno a un tavolo, le due epiglottidi annoiate nei loro movimenti uguali, il cibo che non incontra molta resistenza nell’andare giù e nel prendere la direzione giusta, cibo a cui potremmo dare un colore di marciapiede, volendolo proprio etichettare. Tutto questa descrizione potrà apparire triste e indigesta, ma soltanto perchè amiamo collocarci in una sfera emotiva giocosa e rilassata, da pubblicità barilla. In verità dobbiamo dire questo, ad essere onesti: gli inquilini del condominio non apparivano per nulla tristi e ingrigiti ecc ecc da questo andare avanti, sera per sera. L’istinto suggerirebbe di cercare un dialogo entusiasta e sereno, in una coppia, ma che ne sappiamo delle vere volontà dell’anima? E se fossero più serene così, loro? Se il sorriso a denti bianchi fosse davvero soltanto un falso da pubblicità? In effetti, non era sempre pura, l’anima? E se la purezza fosse per sua espressione triste, meditabonda, insomma, un viso che se ne sta sulle sue? Con poca voglia di cianciare, e ancora meno di sorridere e mostrarsi soddisfatto? Sono elucubrazioni, certo, però un buon cronista le deve raccontare, anche perchè era quello che passava nella mente a Rudy mentre rimuginava sulle facce assorte, piegate all’in giù, che camminavano (a testa bassa, appunto) nel giardino pubblico.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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LA CARTELLA BIANCA

Questo racconto arrivò secondo ad un concorso letterario, di Bari.
Ne ho ripreso una parte per il romanzo Genius, ma la versione integrale è quella di seguito. Avrei dovuto eliminarne delle parti e migliorarne altre, come feci nell’inserimento di Genius ( in effetti, fu una delle poche revisioni che feci nel romanzo), ma mi piace scrivere di getto, senza la cosìdetta “brutta”, e vedere poi cosa ne salta fuori, senza tagli o modifiche aggiuntive. La scrittura diventa un parlare in pubblico, in diretta, e trovo che troppi libri, oggi, siano annichiliti dall’editing, che toglie genuinità al primo parto. Probabilmente l’opera migliore è quella che ha delle parti rivedute anche mille volte ( ma dall’autore!! Non da altri…), e altre in cui si tramanda soltanto la versione live, quella scritta di getto.
Eccolo qui, Celik con la sua cartella bianca. Il titolo me lo diede Yuri, aveva sette anni e per gioco lui mi dava un titolo e io, davanti a lui, dovevo scriverne il racconto o la favola, senza mai fermarmi, fino all’esaurimento del foglio, o dei fogli, che mi aveva dato.

La cartella bianca.

Tanto non gliene importava niente, si disse.
Stemperata, quasi smorta, la giornata si era aperta con un sole appena sufficiente per riscaldare la volontà di Celik. Che non ne aveva certo un camion, per dirla in gergo del suo quartiere.
D’altronde la voglia, si ripeteva Celik quasi ogni mattina di quelle lì, non è che la semini in Inverno per trovartela bella e pronta nella stagione giusta. La voglia ti deve assalire, quasi prendere alla gola, e però quando ti scappa via è proprio difficile riprenderla, le stesse azioni e circostanze che tanto metodicamente avevi seguito, e soprattutto difeso, difeso da te stesso, dagli amici, da tutti, ora puzzavano di insopportabile.
Comunque si doveva andare, al lavoro. Era un lavoro, qualcosa da dire, forse? Celik aveva risposto così, al poliziotto di quartiere appena insediatosi, che non aveva perso tempo a sottolineare la sua precarietà. Ok, era da lavavetri, ma regolarizzato, dalle otto alle diciasette doveva rendere splendenti tutti i duecento parabrezza delle auto in parcheggio nel sottosuolo del modernissimo Business Eagle center. Il servizio era stato partorito da una gravida riunione del management del dodicesimo piano, l’ultimo naturalmente, alla ricerca di novità che allietassero la facoltosa clientela.
Celik impiegava quattro minuti per le macchine fino a duemila di cilindrata, sette minuti per le più grandi. Le macchine giacevano esanimi in posti ordinatamente assegnati, e alla fine della giornata Celik stendeva il suo punto esclamativo compilando, a crocette, un foglio a tabelle da graffettare in una cartella bianca.
Il giorno prima, però, aveva trovato quel messaggio, calligrafia antica, ci disse.
-Celik, ti amo.
Né struggimento, né disperazione.
-Celik, ti amo.
Così.
Celik non era amato da tanto, tanto tempo. Esattamente, era difficile da quantificare.
Quella storia giovanile, per esempio, si era spezzata prima di essere stati capaci di dirselo, e quell’abbraccio sul barcone moribondo, balletto di cadaveri e volti, era stato di mancamento, se lo era ripetuto allo stremo fino a convincersene, perché non l’aveva più rivista.
Si disse, tanto non gliene importava niente, a quale donna bianca può importare di Celik?
Però prese il foglio e lo portò nel suo piccolo buco del sudicio quartiere, ed era l’unica cosa bianca di quel buco, pensò Celik.
Il giorno dopo arrivò nel grande garage dieci minuti prima, costato una sveglia epocale, ma non è che avesse poi dormito molto, Celik. Percorse di corsa il lungo corridoio stretto fra tutti quei cadaveri di lamiera, e dischiuse come una culla la cartella bianca, non si ricorda se col respiro di tutte le mattine o di dieci minuti trattenuto.
-Ti amo, Celik, raggio del mio sogno
Quel giorno Celik lavò i parabrezza nello stesso tempo di tutti gli altri giorni di quegli anni, eppure lo contò diverso, così ne rimase un po’ per trattenersi anche dopo la compilazione, nascondendosi dietro un pilone, l’ordine era che nessun cliente avrebbe dovuto vedere Celik, non era conveniente.
Ma nessuno si avvicinò alla cartella bianca; attese un quando, poi scrisse, su uno dei fogli di tabelle:
-chi sei?
la mattina seguente Celik arrivò nel giusto, non che avesse dormito maggiormente, anzi…
-Ti amo per come sei bello, da stringere, da assaggiare, da guardare…per come sei sereno, per i tuoi occhi, per quello che sei
Celik non comprese fino in fondo, ci disse, assaggiare era un verbo oscuro, ma la frase era calda e fresca, tremò senza freddo e quel giorno percepì come della brina cristallizzarsi nel suo petto, poi nel ventre, quel giorno lavò proprio male, ci disse…
E prese la decisione.
A fine decisione firmò il foglio, poi raccolse tutto il linguaggio migliore che potesse afferrare, e scrisse, ci disse che non aveva proprio mai scritto, prima:
-non conosco te, non conosci me, però grazie, grazie. Ma chi sei? Ho come un freddo, a leggere
Poi combattè, fra se e se, e infine si nascose dietro un pilone, aspettò che le macchine sfollassero sedendosi in un angolo, e non chiuse occhio, ci disse, neanche un minuto, e c’era da credergli, ce lo disse che ci sembrò di viverla, quella notte.
La mattina la vide, lui dice che la vide…una ragazza non tanto alta, che camminava dritta da apparire altissima, col profilo elegante di una donna ricca ma dolce come quello di una donna semplice, vestita sensuale, questo lo capimmo anche da come la descrisse…tra tanto, quell’istante lo colpì per la fronte lucida, e le gambe che si muovevano in accordo, e non c’era niente di studiato, quella donna camminava con grazia e nessuno le aveva insegnato come farlo.
La ragazza entrò nel gabbiotto, e non ne uscì…mancava molto all’arrivo delle macchine, così lui prese forza, ci disse proprio così, respirò tutta la forza di Celik, e ci andò.
Quel giorno Celik non lavò nessun vetro, anzi non ne lavò mai più, di vetri…parlarono e parlarono, lei soprattutto di come l’avesse visto bello, delle canzoni tristi che l’aveva sentito cantare sottovoce….poi gli disse che stava andando via, dalla città proprio, lui ebbe la sensazione che fosse tardi, e anche una vertigine, come quando quelle due o tre volte nella vita il pavimento oscilla o almeno così lo intuisci, fuori equilibrio, ecco, lei gli disse qualcosa sulla vita, sulla cartella bianca, sulle crocette, e per lunghissimi mesi si interrogò su quel qualcosa, nel frattempo si mise a leggere tutto, tutto quello che c’era alla piccola biblioteca del quartiere, costava nulla leggere e mancavano i best sellers del momento ma c’erano i classici della letteratura, i capolavori della storia, quelli sì, e imparò tanto Celik, quando lo incontrammo rimanemmo anche un po’ interdetti, dico parlava con un vocabolario che era la somma all’ennesima dei nostri…ma sto divagando, nella sostanza Celik una mattina si svegliò e ricordò esattamente tutto il discorso di lei, quello della cartella e delle crocette.
-Tu, mio sogno di questi mesi, sei il primo uomo che abbia visto diverso da una crocetta in una casella…tu lavi vetri e finestrini ma canti le tue melodie lontane, sorridi guardando allo scuro di un parcheggio sotterraneo, un giorno ti vidi scrutare il finestrone là in fondo alla ricerca del primo sole, e quando comparve posasti lo straccio, forse per perderti nel suo abbaglio…tu forse non mangi che un pasto ogni dieci dei nostri, ma il tuo fisico è levigato e formoso e snello come quello di un atleta antico…così io sono innamorata di te, Celik, so anche il tuo nome, vedi, solo che io sono ancora una crocetta, ho gli impegni la sera e la mattina, cene e pranzi e uscite, e come faccio a cancellare queste crocette, non sarei degna del tuo alzarti e chiamarmi così, da libero, libero.
Celik quella mattina capì tutto, così ci disse, però aggiunse che non si vedeva pronto, per lei dico, comunque la vita non era un gioco e almeno la croce principale, una tipo io e te viviamo qui, doveva essere capace di fissarla, fra l’altro la cartella bianca se l’era portata via, qualcosa di memorabile, ci disse.
Così Celik trovò lavoro, cioè glielo trovammo noi, e ci facemmo una gran bella figura, si capisce, Celik in un’ora correggeva i pezzi del giornale tagliando, aggiungendo, mai ammiccando…alla fine dell’anno vincemmo il premio come giornale più grammaticalmente corretto del paese, e intanto Celik l’avevamo iscritte a Lettere, l’avete già capito, la vita può partire da una cartella bianca o da un incontro ma ripartire da una lode e da cumuli di premi, e dopo cinque anni al giornale Celik, che naturalmente aveva ormai una pagina tutta sua, chiese una riunione, la prima riunione indetta da Celik, e ci chiese di pubblicare la sua storia, della cartella, della donna bianca.
Era il momento, confidò, non gliene sarebbe importato niente a nessuno, di quella storia, ma lui era disposto a pagare l’intera pagina del gionale, una sorta di inserzione pubblicitaria, un chi l’ha vista insomma.
Noi lo guardammo e più o meno eravamo per il sì, certo era un periodo politico un pò particolare e suvvia certe implicazioni non erano poi tanto trascurabili, infatti il direttore non si impose, si andò per alzata di mano, una ventata di democrazia per una storia che aveva la democrazia dentro, e fu unanimità.
Quel giorno se lo ricordano in tanti, dico, il giorno dopo, fummo intasati di mail, la metà inneggiava alla nuova linea politica del giornale e il resto minacciava ritorsioni. L’unico insensibile a politiche e condotte era Celik, a lui importava solamente quell’incontro, ma i mesi a venire furono, diciamo così, inaspettati. Celik fu invitato ad almeno venti trasmissioni TV, col linguaggio forbito in suo possesso stritolò polemiche e alimentò commozioni, e su internet il suo nome divenne piegò, nelle citazioni, gli eroi mediatici del momento.
Però la vita può piegarsi storta pur derivando rettilinea, così ci scrisse in quella lettera, l’ultima voglio dire, una lettera di dimissioni vergata da parole così intense che il direttore ne pretese un quadro per il suo ufficio.
Non l’abbiamo più rivisto, Celik, sarà laggiù, io credo, da dove se ne andò senza neanche l’angoscia in tasca…nella lettera affermò che quella storia sembrava avesse proclamato solo vincitori, la donna bianca perchè l’aveva estratto da un sotterraneo, anzi da un parcheggio sotterraneo, che anche nel senso era il culmine di una vita senza ambizioni e aspirazioni, e lui perchè era divenuto una persona di successo.
E invece, e qui le parole giacevano come oblique, come tracciate da una mano sconfitta di un’anima rotolata a terra ( è una frase sua, lui parlava così…), avevano perso entrambi, perchè quel giorno lui non esaurì i dubbi di lei, mentre lei stessa aveva fallito nel compito più semplice, quello di spostare, se non cancellare, le crocette, ecco sarebbe bastato spostarle, a volte si pensa quanto sia difficile stravolgere la vita ma sarebbe tutto più semplice, basterrebbe allargare le caselle, spostare le crocette, girare un paio di fogli della cartella della propria vita, che è bianca e invece la pensiamo, anche senza nessuno che lo imponga, già colorata di partenza.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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Brani sparsi, da Condèmoni

fanno parte di un capitolo, ma pubblico soltanto brani sparsi

Andrea era una donna con una bocca grande e labbra carnose e rosa come pompelmi maturi, alta e affusolata, le ginocchia lievemente a x e le caviglie salde e robuste. Slash confrontò il suo abbigliamento (suo di lui) con il suo abbigliamento, perchè da quando aveva scoperto il nome della donna non poteva fare a meno di mettersi sul piattino sinistro di una bilancia immaginaria e vedere cosa succedeva al confronto. La donna era ben poco interessata ai giudizi altrui, pensò, ma certo più di lui, perchè comunque le gambe si vedevano dal ginocchio in giù e quelle caviglie, esposte all’aria perchè scoperte da scarpe basse di fattura trascurabile, un certo languorino sensuale erano capaci di dettarlo. Poi però il naso aquilino e la sagoma scavata e curva, che lui ebbe il tempo di memorizzare quando entrò al quinto portone (numero civico 5 di via Sabotino) arrotavano ogni focolaio di sospiri languidi, e Slash pensò che una felpa più abbondante avrebbe costituito un tampone utile alla desistenza della curiosità. D’altronde, continuò a divagare coi pensieri, c’è forse donna, là dentro, che potrebbe essere interessata ad uno sguardo languido? (…)
Comunque la donna era sotto osservazione da un paio di settimane perché Rudy aveva la sensazione che vivesse sola (come l’aveva ricavata, quella sensazione, proprio lui non riusciva ad arrivarci), e questa discontinuità, sempre secondo il capo, un certo significato avrebbe potuto averlo, come tutte le discontinuità di questa vita.
A dir la verità lui, Slash, non si ricordava grossi sbalzi nella sua, di vita, ma comunque. Era un dato di fatto, aveva detto il capo. Erano lezioni fa, quando l’aveva detto, ed erano lezioni che più o meno si capivano. Persone e come descritte con funzioni, la così detta analisi, le derivate, la vita come una curva con tendenze-pendenze e anse-stati d’animo. Ci stava. Bello anche il fatto che le derivate stesse fossero funzioni, e che dalla derivata non si potesse risalire alla funzione di partenza, un po’ come dire che se vedi una persona entusiasta e allegra non puoi assolutamente dedurre e tanto meno avere delle supposizioni che quella persona sia felice dentro o serena o insomma in pace con se stessa (come se la felicità o la serenità dessero pace, poi. Slash era assolutamente in pace con se stesso ma la felicità non sapeva neppure da che parte sillabarla. Ma stiamo divagando). Le ultime lezioni erano state invece estenuanti, complicate. Colpa della meccanica quantistica, aveva spiegato il capo. Un casino. Era venuto fuori che non era per niente vero che la realtà era una e una sola e bastava un’equazione a spiegarla e a disegnarla. Altro che studio di funzione, vedi una cosa e la descrivi, punto. Era stata un’illusione, e a questo punto lui e gli altri ragazzi avevano annuito tutti senza nessun principio di perplessità. Diamine, era la loro stessa vita a dimostrare che non c’era proprio niente di oggettivo. Che ogni volta che finivi in mezzo a un pezzo di mondo, quello ne veniva perturbato. Era da quando l’avevano sbattuto fori dalla scuola che l’aveva capito, questo.
( …)

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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SULLA VOCE, estratto dal romanzo Condèmoni

Dalla terza lezione
Non so, sono incuriosito dalle sacche vuote della coscienza, in parte riempite dalla INcoscienza, si capisce, ma in parte anche dall’imprevedibilità. Lunga storia, mai chiarita. O forse sì, ma per ognuno è…è diverso, si capisce. Ha a che fare col mettersi in pausa.
Prendete una donna, sensibile alla voce altrui, per esempio. Ce ne sono. Donne che si innamorano della voce, voglio dire. e questo spiega perchè si vedono in giro coppie sorprendenti. Non daresti nulla a certi uomini. Spacciati. Eppure sono con delle belle donne.
E’ per i soldi, interruppe Slash.
Ridacchiarono. A lui piaceva partire easy, per così dire.
Sì, anche. Ma non solo. Così come tutte quelle storie sul fascino, carisma, attrazione intellettuale. Cultura. Sì, ci sono anche quei casi. Ma pensateci bene. Non risolvono tutte le situazioni. E sapete perchè? Perchè, è un fatto, ci sono frequenze, frequenze, che rimbombano in qualche sacca vuota, generano un eco, questione di acustica, come essere in un teatro ben fatto, e questo eco deve avere un trasduttore, parte qualcosa di chimico, e si genera l’infatuazione. E va avanti per anni, badate bene. se ci pensate, accade a tutti. Ci si innamora magari di un attore, cioè lo si pensa, ma poi ascoltato in lingua originale…una delusione. Per non parlare dei conduttori radiofonici, quando li vedete in una foto o dal vivo, impallidite dallo stupore. Negativo.
Fece una pausa, studiata. Per farli concentrare. Ora arrivava il difficile.
Sapete però cosa accade, non a tutti, ma succede? Che cambia la voce, col tempo. Sì, invecchia anche l’epiglottide. Una volta risolsi un caso così, fece analizzare le voci delle vittime.
I ragazzi lo ascoltavano e lo guardavano. Mentalmente, prendendo appunti. Due o tre fecero per fare domande, ma Rudy continuò. Bisognava essere serrati, adesso.
E questo vi fa pensare anche su che cosa sia il corpo e cosa rappresenti un’espressione di quel corpo, no?
Fece una pausa. La voce è un’espressione, no? Come il gesto, e poi ci sono le espressioni involontarie, come l’odore di una persona. Su quello che loro possono controllare, potremmo sempre fallire, c’è gente in gamba, là fuori. Gente veramente (calcò il tono, come a sottolineare, su veramente) capace di fingere. Di mentire. Ma certe espressioni sono involontarie. E la voce…sì, dipende da noi, ma fino ad un certo punto. ha a che fare con la fisica, è una questione di onde. Una serie di onde. Un fascio. Che colpisce una membrana, cioè il timpano, ecc ecc, ma che riempie anche dei vuoti, e anche la coscienza è un vuoto. Sapete cos’è, una serie di onde? Un mazzo, un grappolo di onde. Simili, ma diverse. Si differenziano per una costante ( mentre parlava, proprio in quel momento, gli venne in mente che ora si faceva davvero difficile, per loro), ed è lì che dobbiamo, pazientemente, indagare, analizzare, colpire. Scolpire. Passano gli anni, qualcuna di queste onde diventa diverse. Cambia l’effetto che fai sugli altri. Cambia quello che sei, per gli altri. Non piaci più, o piaci di più. L’altro ti guarda in modo diverso, e pensi alle rughe, o a cose così, e invece non è quello. E’ la tua voce.
I ragazzi lo guardavano, e non è che capivano molto. Proprio come noi e voi. Ma Rudy non era preoccupato, di questo. Avrebbero capito. Era questione di tempo, e ne avevano. Avrebbero trovato i loro esempi, ripensato alle loro storie, si sarebbero convinti. Avrebbero riflettuto sulla voce al telefono, così diversa. Come la propria faccia in una foto, così diversa da come vorremmo. Come la propria voce ascoltata, da uno schermo, un video, un registratore. Il registratore aveva fatto capire questo, molti decenni prima, si trattava di farlo capire ai ragazzi. Dare importanza a cose non importanti, ma decisive. Là dentro c’erano centinaia di coppie, e per infilarsi fra loro bisognava agire su tutto.

Febbraio 20, 2014
di Fabio Palma
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I Cattivi ragazzi

Contenuto in Lettere di Sosta, 2006

http://www.hoepli.it/libro/lettere-di-sosta/9788890266201.html

Ai cattivi ragazzi piace uscire dal gruppo, vivere all’addiaccio, scalare da soli una montagna, e fottersene di tante cose.
Non di amare, di avere paura, di rischiare, di arrampicare in pantaloni bucati dal trasandato incedere dei loro giorni appuntiti.
I cattivi ragazzi arrampicano senza corda, o si proteggono poco; volano spesso, qualcuno non torna più, e non entrano mai in punta di piedi nel cuore di una donna. I cattivi ragazzi si inginocchiano davanti a Dio, ma stanno in piedi nella vita; ascoltano la musica ad alto volume, vivono sull’orlo, e scrivono delle loro vergogne.
Arrampicano la vita e le scogliere del mondo troppo pericolosamente, e ce lo vengono anche a raccontare.
Rincuorano i principianti, ma solo se ci danno dentro; adorano i più forti, non sono mai invidiosi del talento altrui. Cercano di assorbire il meglio, e non si accontentano mai; fatta una via ne sognano subito un’altra più difficile, si allenano con rabbia e sputano sullo scoramento. Dicono parolacce ma scrivono lettere d’amore, qualche volta prendono a pugni il tavolo dell’imprevedibile ma ne accettano la sfida.
Quando conoscono la donna della loro vita prendono a calci le convinzioni degli amici e mandano a fan-culo la ragione, qualcuno ci lascia le penne e molti poi si pentono; tutti loro hanno però osato, come nel resto delle cose della vita. E quando amano è come in arrampicata vera, lo fanno in libera, e se cadono ricominciano dal basso, ma per farcela.
Hanno pochi amici, ma sono veri, e non c’è bisogno di dirselo; non guardano all’età, perché quel cazzo di orologio è sempre andato per conto suo, basta vedere la gente sfondata che c’è in giro, quella buona, che ha le rughe che si alzano dai piedi e il proprio cadavere a passeggio.
Spompano le nostre opinioni, creano cose troppo difficili, corrono selvaggi…siano maledetti, i cattivi ragazzi

Febbraio 20, 2014
di Fabio Palma
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JOE SUONA BENE

Racconto ispirato dal mitico Carletto Carimati, un giocatore assolutamente pazzo che allenai per due anni, e da Joe Satriani. Contenuto in Lettere di Sosta

 

Joe suona bene

Joe suona bene, sto pensando.

Per dire, lo dico per dire…che Joe suoni bene si sa, è uno dei migliori…ecco, parte questo pezzo, si chiama searching, cercando, è strano capire i titoli di un brano strumentale, che cosa vuole dirci Joe con la musica e con un titolo che lo vede inseguire qualcosa?

che bello…sì, Joe, come ai vecchi tempi, tu sei la melodia, sei tutto, sei colui che mi ha fatto crescere, piantare, rovinare…

poi, dopo due minuti e trenta secondi, arriva questa cosa…perchè, Joe? Perchè questa dissonanza, questi fischi come se volessi rovinare tutto? era tutto così magico, meraviglioso, e sai che meraviglioso non è che lo si deve usare spesso, come aggettivo, in questo mondo dove l’incredibile è diventato routine e Einstein sarebbe un perfetto sconosciuto con i calzini bianchi arrotolati male…

così, durante il concerto di Joe e qualche secondo dopo quelle dissonanze di searching, uscii dal palazzetto e mi mancò Carletto…

Carletto era un pavimento di beole, ci camminavi sopra dicendo bello, luccicante, tutta una partita ne era illuminata, da Carletto, e poi si inciampava nella classica beola carogna col bordo rialzato che ti fa dire bastarda, che ti rompe la punta di una scarpa e che olia di ridicolo la donna elegante che trampola rialzata.

Carletto l’avevo preso ad un torneo amatoriale, era capocannoniere e incendiava ragazzini e vecchietti, faceva numeri da circo e le voci dicevano che era stato una grande promessa, il miglior giovane lombardo, a 16 anni, poi aveva preso un anno di squalifica ed era scomparso…Carletto ora giocava solo i tornei serali, aveva 30 anni ed era il re dei tornei della brianza, lo cercavano tutti, e viveva di quello, centomila lire a partita, e giocava ogni sera.

Aveva la faccia raggrinzita, a contargli gli anni come si fa con gli alberi ne avresti accumulati a decine, fumava senza sosta, dormiva due ore a notte, ti sapeva distinguere le droghe leggere come una casalinga le diverse marche di piselli, e aveva una fidanzata tutta diversa da lui, buona e dolce, ma chissà quanta pazienza, con Carletto e le sue notti lunghe…

Io facevo l’allenatore di calcio a 5, e gli offrii un contratto, Carletto in quella partita di torneo giocò come un centravanti decisivo in una finale mondiale, e lui accettò, tornai a casa che non stavo nella pelle, cazzo, avremmo vinto il campionato, con quello lì.

Infatti Carletto segnò tre reti a partita nelle prime cinque, e quando incontrammo la rivale numero uno segnò al quinto minuto, poi si inventò un fallo da rigore come sapeva fare solo lui, correva con la sua coda lunga bionda e lo vedemmo con le ginocchia raccolte, in volo, volare per quasi due metri e sfracellarsi sul parquet di gioco…ma lui inventava il fallo massacrante e sapeva atterrare come un felino che lo dai azzoppato quando sta soltanto pensando a cosa fare dopo, da rialzato, il difensore fu espulso, prendemmo il rigore, Carletto ci fece l’occhiolino, e fummo soli testa alla classifica.

Poi, la partita dopo, in una partita semplice e d’altronde i fastidi nella vita te le danno le cose semplici, tipo tu cammini e un filo d’erba ti ferisce, non esattamente come se uscisse il sangue, ti genera un prurito bestiale e Toc, la giornata va in malora, poi magari dai un’occhiata attenta e scopri che il filo d’erba era un insetto stecco, così mimetizzato da fregarti, completamente, e Carletto fu fregato, da una partita semplice…credo che il difensore gli disse drogato, che poi un pò era vero, lui ammiccò, ma qualche secondo dopo accennò a sua madre, e Carletto non poteva sopportare che si toccasse quella santa di una mamma che l’aveva salvato cento volte dalla galera…fu espulso, per dieci giornate, e nei due campionati successivi giocò meno di dieci partite, era come Joe in Cercando, ricominciava da fuoriclasse inarrivabile e poi arrivava alla dissonanza, capii quello che voleva dirmi Joe in quel pezzo, la melodia della vita è tutta un bluff, ti rapisce ma mimetizzata in qualche piega c’è sempre la dissonanza, l’insetto stecco che ti sfiora con la puntura che lascia il segno per giornate.

Alla fine uno dovrebbe trovarci una morale, per esempio che non è detto che ci debba per forza essere omogeneità, nella vita…Carletto, una sera tardissima e agitata in un bar, mentre lo stavo supplicando di tornare ad essere quello dei tornei da bar, centomila lire e via, tre gol e mai un’espulsione, mi disse che in quei tornei si giocava per soldi e per vincere soldi, e lì era facile, in quello lui era il migliore al mondo, mi fece vedere un biglietto che aveva nel portafoglio, era di un allenatore famoso, uno che aveva allenato Van Basten e lo aveva visto nelle giovanili di quel Milan che lo mandò a casa senza neppure un borsone per ricordo, gli aveva scritto che non aveva mai visto un ragazzino così forte, di allenarsi bene e con sacrificio che l’anno dopo l’avrebbe fatto esordire in prima squadra ” lessi, e il giorno dopo feci quella cosa e fui cacciato…io non stavo facendo proprio nessun sacrificio e mi allenavo poco e male, ma ero il più forte, perchè dovevo allenarmi BENE? che cazzo voleva dire allenarmi bene? dal nervoso sono sclerato…nei tuoi campionati, mister, è la stessa cosa, devo stare buono sennò mi cacciano, ma io non sono buono, io sono una testa di cazzo, io devo giocare per soldi davanti a gente che non capisce nulla, nei quartieri, lì sono il RE, il migliore, lì nessuno mi può marcare…lasciami stare, mister, lasciami essere il RE dove sono RE, io non sono fatto per i tuoi campionati di 30 partite con gli arbitri che fischiano quando non sono buono…nei quartieri tutti sanno che non sono buono, e che Carletto è il RE”

Cercando…poi ho comprato il disco, di Joe, e ho sentito e risentito il pezzo…al concerto fuggii dopo le dissonanze ma dopo Joe scoppiettò con mille note sovrapposte, dunque tornando poi alla melodia e finendo quasi con un punto di domanda, il bello di quel pezzo è che finisce con un punto di domanda, si sente nelle note finali, che Joe stampa un punto di domanda, con la sua chitarra…

Carletto non l’ho più sentito, un mio ex giocatore mi disse che era andato tre mesi in Brasile e nei tornei da spiaggia aveva vinto una montagna di soldi con le scommesse, a Rio de Janeiro, dove palleggiano con qualsiasi cosa, dove anche Maradona avrebbe dovuto stare attento al controllo della palla…Carletto era così, era RE dove non contava esserlo…

Ascoltando “Searching”, Joe Satriani Luglio 2006

Marzo 14, 2013
di Fabio Palma
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La prima volta da Presidente…

Prima volta che parlo da presidente all’assemblea annuale dei Ragni.

Mi sono detto, breve, conciso, che devono parlare i fatti, non le parole al vento. Ecco quello che ho detto, ho trascritto tutto appena tornato a casa. magari verbi e termini sono stati diversi, ma più o meno…come al solito ho parlato live e senza prepararmi, i discorsi pubblici mi vengono meglio così. E’ dopo che cerco di trascriverli a memoria personale. Ecco qui

Chiunque si aspetti da me commenti su quanto è avvenuto pochi mesi fa rimarrà deluso: noi siamo un gruppo alpinistico, non un gruppo politico. Io da Presidente non farò mai politica, darò solo spazio a progetti e idee di alpinismo e arrampicata e di tutto ciò che ci ruota intorno. Non ho mire politiche, non sono qui per fare carriera né nei ragni, nel cai, al comune, alla provincia o in altre istituzioni. Abbiamo dovuto difendere il gruppo da atteggiamenti che avevano messo a grandissimo rischio la collaborazione con lo sponsor principale, e questo è tutto.

Noi adesso siamo qui per festeggiare la grande salita della Ovest della Egger, la grande idea di Matteo Della Bordella e Matteo Bernasconi, quest’anno arrivata ad una conclusione storica per il gruppo grazie al neosocio Luca Schiera. E’ vero, la consegna del maglione all’areoporto senza votazione è stata una decisione non formale, ma noi siamo per la sostanza, e sulla Egger c’è stata una pagina di storia dei ragni, fra le più grandi. L’accoglienza all’aereoporto e il nostro pulman è stata una cosa fantastica.

Non dobbiamo perè dimenticare le cose che sembrano al confronto normali ma che non lo sono, come le salite di Simone Pedeferri che invito ad alzarsi e raccontare

Omissis

Stiamo proseguendo sulla raccolta di materiale fotografico e video per la realizzazione di una rchivio digitale vero e disponibile e per l’enciclopedia; è Mario Conti che mi sta portando decine di CD e voglio ringraziarlo perchè Mario è una grande persona che per il gruppo ha dato tantissimo ma sta dando ancora come quando saliva la montagna più bella del pianeta.

Sapete che su mia suggestione ho fatto partire un piano cinematografico ed invito tutti coloro che siano interessati a dare idee, suggerimenti e proposte. Il film sulla via del Det e quello sul Wenden stupiranno tutti, vedrete. Ma è solo l’inizio, abbiamo inziato il film sulle vie dei ragni in Grigna, e altro ancora.

Ringrazio tutti coloro che si prodigano dietro la scuola per la vocazione sociale che dimostrano verso l’insegnamento. Ricordiamo che la scuola fa parte dello statuto per cui partecipare un week end all’anno per ogni socio attivo è un dovere. E’ vero che la scuola non può più dare elementi direttamente al gruppo perchè i tempi sono cambiati, ma fa parte della tradizione e lo scopo oggi è diverso, è quello di far vedere che grandi alpinisti, i migliori al mondo, sanno anche condurre per mano dei neofiti.

Per l’alto livello abbiamo iniziato l’Accademy, con Piccardi, Bernasconi, Franz e Ongaro in prima linea per selezionare i ragazzi, che in falesia hanno mostrato un livello adeguato. C’è davvero grande entusiaasmo intorno a questa idea.

Non voglio dilungarmi, mi sono ripromesso 7 minuti e 7 saranno: voglio concludere esortandovi a telefonarmi a qualunque ora di qualunque giorno per espormi le vostre idee. Voglio essere un presidente bombardato di proposte. E cercate di coinvolgervi, di essere parte di questi progetti. Siamo un gruppo alpinistico e tutti devono sentirsi protagonsiti, se siete stati un giorno proposti e accolti è perchè siete degni di farne parte e il gruppo aveva bisogno di voi.