Fabio Palma

Infinite jest

Aprile 3, 2014
di Fabio Palma
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RAGNI e MORALE

Giocò un pò con come viene chiamata la relazione annuale del presidente dei Ragni, appunto relazione morale. Ecco quanto ho detto pochi giorni fa

Anzitutto, come sapete, prioritario per me è parlare di Alpinismo e Arrampicata, perchè questo siamo, il più grande Gruppo di alpinismo e di arrampicata del mondo, e qualunque altra questione deve e sarà secondaria per me.

La scorsa estate ancora ebbri del successo sulla Ovest della Egger abbiamo aspettato trepidanti buone notizie dalla Uli Biaho, e come Consiglio abbiamo anche dovuto far fronte ad una scelta chiaramente sbagliata di coinvolgimento di un esterno. Ho le mie colpe per aver creduto che quel ragazzo fosse consono alla spedizione e vi chiedo scusa. Tuttavia direi che il successo sulla via, e le successive salite da record di Luchino abbiano abbondantemente occultato post di blog personali.

Voglio qui invitare Luchino a spiegare bene quei 7gg di fuoco

OMISSIS

In Patagonia questo Inverno c’era un grande obiettivo di concatenamento che è stato un po’ ridimensionato, rimanendo però agli archivi una salita in Stile Alpino di grande valore. Con Teo e Luchino c’era anche Davide Spini per un altro obiettivo, ma non è stata una stagione facile per la meteo.

Teo, vieni fuori a raccontare

OMISSIS

Sulle Alpi tante salite di livello, con il solito Paolo Spreafico in grande spolvero ma anche ancora Simone con Luchino in Val di Mello e Teo in prima fila. Poi va beh, abbiamo già cominciato a familiarizzare con Luchino, che non sta mai fermo, e che se ne è andato in Oman ad aprire una via nuova. Ottimo anche Pavaz e Neno in Turchia, il gruppo ha bisogno di gente che giri, giri e porti delle foto. E scali ad alto livello. Altrimenti, cosa vado a fare in giro a chiedere soldi? E poi facciamo un applauso a papà Franz, perchè suo figlio Stefano, il piccolo Teto, è diventato Campione Mondiale di arrampicata giovanile!! E credetemi, una notizia così, per il gruppo, vale oro!

Last but not least, come ha anche scritto Teo in un resoconto, il progetto La Pietra del Sud che ho lanciato ha avuto gli episodi anche multimediali di Palinuro e del Salento con il coinvolgimento di più soci e la schiena bella impattata dalle chiodature di grandi strapiombi.

Prosegue la raccolta di materiale fotografico e video per la realizzazione di un archivio on line a cui sto lavorando e per continuare a credere nel piano cinematografico; oramai siamo diventati dei produttori di Film e video a ciclo continuo e la gente se ne è accorta, visto l’affluenza della serata Maglione in rosso e di quella Il Ponte Infinito. Abbiamo costretto due volte gli uscieri della camera di Commercio a chiudere i cancelli, due serate da oltre 500 persone in meno di 6 mesi. Vi rendete conto? Per non parlare del fatto che il nostro showreel è finito sesto al concorso Epic TV, su 6000 video provenienti da tutto il mondo, a cinque posizioni da un premio di 20.000 dollari, e che abbiamo venduto 4 video sempre ad Epic TV, montati da mio figlio.

L’archivio come potete immaginare è utile di per sé, averlo on line significa che se qualche giornale mi chiede una foto o un testo io ho tutto sotto controllo, e poi c’è la volontà che si tramuti in un’enciclopedia a Volumi, come i book, o in un grande film sulla nostra storia. Verranno richiesti contributi ad Enti Pubblici e Privati e per favore telefonatemi e contattatemi per qualunque diapositiva o altro da scansionare, anzi devo sottolineare la qualità del materiale di Piazza per esempio, con alcune chicche veramente da antologia. Angelino ci ha anche consegnato del materiale superbo e così Giuseppe Lafranconi.

Stiamo realizzando un film sulla parete fasana, idea di Luca Passini questa volta, che ci sta davvero impegnando nei contatti istituzionali con tutti i comuni del Parco della Grigna settentrionale. Ho dovuto fare ben sei incontri, e a un alro sono andati Luca e Silvano. Ci sta impegnando più questo film che quello della Egger! Però è un film importante perchè parla del nostro territorio e infatti la Camera di Commercio, a cui ho sottoposto il soggetto, mi ha convocato più volte per parlarne e per avere poi il materiale video a scopo promozionale non facendoci pagare la sala della camera per la prossima serata.

Sulla rivista Stile Alpino, che sto ancora seguendo, sto valutando che strategia seguire per aumentare gli abbonamenti.

Interessante l’esperimento Academy del primo anno, dobbiamo limare i paletti di ingresso, anzi alzarli a dir la verità, e ci stiamo organizzanzo per il 2014.

Per il sito del Gruppo che come sapete è un mio pallino e presentai nel programma di insediamento è in corso una proposta di miglioramento, in pratica una nuova versione. Abbiamo trovato una società che li fa e le trattative sono a buon punto, abbiamo anche fatto una riunione, si parla di una strategia social che preveda anche l’apertura della pagina FB, del canale youtube e così via.

Devo dire che tutto questo dinamismo ci ha reso molto simpatici alle istituzioni e a qualche sponsor in più, come vedrete poi dal budget. Dal Comune alla Camera di Commercio il telefono suona spesso e questo è sicuramente utile per poi presentarci alla gente. Anche il premio della benemerenza civica ai Ragni è un premio molto importante, è un gran bel segno che siamo di nuovo riconosciuti alfieri della città. E non solo, la menzione del premio Gianni Brera a Milano ha fatto molto rumore, da quando i Ragni non venivano invitati per un premio mainstream fuori dal Barro?

In ultimo vi chiedo di essere partecipativi alla scuola, che come sapete e ripeto anche via mail è da statuto, e di alzare la mano e contattarmi se avete tempo libero perchè le cose da fare sono così tante che ho e abbiamo bisogni di aiuto.

Marzo 16, 2014
di Fabio Palma
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27 Marzo, serata a Lecco

JEST_1

Serata concerto all’auditorium della camera di Commercio di Lecco, Giovedì 27 Marzo.
Il film Infinite Jest, ma anche musica live di musicisti bravissimi, e qualche nuova immagine dal territorio di Lecco e provincia

La conferma della presenza è facoltativa, l’auditorium è grande e con ottimo parcheggio. Ovviamente, ingresso libero

Marzo 9, 2014
di Fabio Palma
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INFINITE JEST

E’ un libro che cambia la vita, c’è poco da fare. Presuppone una lettura concentrata, continuativa e attenta ( non da mezz’ora al gionro, insomma ). Infinite Jest non è solo un romanzo, è una sfida intellettuale, non solo letteraria. Wallace l’ha destinata, questa sfida, ad una nicchia, un elite, sapeva che sarebbe stato un romanzo per pochi, quei pochi disposti a rubare tempo all’intrattenimento. Se si inizia Infinite Jest e si vuole finirlo con della comprensione, bisogna accantonare le perdite di tempo quotidiane, gli intrattenimenti stupidi. Infinite Jest è l’anti-intrattenimento dei nostri tempi. Più ancora dei romanzi di Pynchon, più di qualsiasi film, si propone come martello contro l’inutilità. Sapendo di perdere, perchè solo una piccola minoranza accetterà la sfida.

Anzitutto, la struttura: essendo anche molto incuriosito e affascinato dalla matematica, Wallace ha secondo me pensato di costruire un romanzo fondato sulle coniche, la parabola, l’ellisse e l’iperbole. Coniche
La parabola, lo sappiamo, è per antonomasia la curva allegorica per eccellenza; tutti i protagonisti del romanzo percorrono la loro, e su questa scelta possiamo dire che la novità non c’è. Wallace va però oltre fin dall’inizio, disegnando un contesto geospaziale nel quale due centri, l’Accademia del tennis e il centro di recupero per tossico e alcol dipendenti, sono due fuochi essenziali del romanzo, che si muove ellitticamente intorno ad essi. La rincorsa all’eccellenza, primo fuoco, la caduta e il tentativo di riaffacciarsi al mondo, il secondo fuoco.
La terza conica è l’iperbole, Hal e Don gately non si incontrano mai, pur arrivando quasi a contatto nel percorso dell’ellisse.
La maggior parte dei protagonisti è “paraliticamente sveglio”, anche quando sono impegnati nelle loro discipline, sportive o sociali, ondeggiano attorno a posizioni di stallo, derivano soltanto verso buchi negativi, non esistono riscatti esenti da compromessi che uccidono il riscatto. Don Gately sarà l’eccezione? Non lo sappiamo, alla fine…
Anche Hal, il superdotato per eccellenza, la cui fine è scritta nel primo capitolo, non arriva mai al nocciolo delle cose, non ci prova neppure

Come la maggior parte dei nordamericani della sua generazione, Hal tende a sapere molto meno sul perché sente certe cose riguardo agli oggetti e agli scopi cui si dedica, rispetto agli oggetti e gli scopi in sé. Difficile dire con certezza se sia poi eccezionalmente negativa, questa tendenza.

Suo fratello, vip sportivo per caso, odia la ragione del suo successo

<> strilla Orin a chiunque gli fluttui accanto. Non fa i cerchi della morte o gli avvitamenti come gli esibizionisti; il suo è un lento bordeggiare, una specie di versione planata dello spazzaneve che esegue del tutto in modo non spettacolare, cercando solo di uscirne illeso il prima possibile. Il nylon delle sue ali rosse finte sbatte per via di una corrente ascensionale; penne male incollate continuano a staccarsi e a salire in alto. La corrente ascensionale è creata dall’ossido di carbonio che viene dalle migliaia di bocche aperte del Mile-High, di gran lunga lo stadio più rumoroso che si sia mai visto. Si sente un coglione. Il becco gli rende difficile sia respirare che vedere. Due riserve fanno una specie di vite orizzontale. Il momento peggiore è quello in cui stanno per saltare dal punto più alto dello stadio. Le mani di quelli delle file più in alto che si protendono e cercano di afferrarli. La gente che ride. Le telecamere dell’Interlace che fanno panoramiche e zoomate; Orin la conosce fin troppo bene quella lucina sul lato che significa zoom. Quando sono molto in alto sopra il campo le voci si fondono e confondono nell’ossido di carbonio della corrente ascensionale.

Ma se gli esseri umani si muovono secondo coniche, sono sezioni di cosa? Le coniche sono sezioni di un cono, qual è il cono sul quale sono sezionate le loro esistenze?
La mia ipotesi è che la società sia il cono ( imbuto) sul quale Wallace disegna le esistenze dei singoli, e dello stesso romanzo. La dipendenza è cià di cui la società-cono-imbuto si è riempita, perchè TUTTI i protagonisti sono ossessionati e quindi dipendenti da qualcosa, in un mondo che per giunta cerca nell’intrattenimento fine a se stesso l’obiettivo ultimo, quello della dipendenza senza pensare.
La dipendenza è quindi il tema centrale, tutto ne è permeato, ma è soprattutto il come l’uomo si è arreso alla lotta per capire ciò che lo circonda su cui Wallace insiste, con alcune pagine memorabili come questa:

Marlon Brando fu l’archetipo del nuovo attore e, a quanto pare, rovinò il rapporto di due intere generazioni di ragazzi e ragazze con i loro corpi e con gli oggetti quotidiani e i corpi degli altri. No? Be’, è per via di Brando che stavi aprendo la saracinesca del garage in quel modo, Jimmy. La mancanza di rispetto viene imparata e trasmessa.Tramandata. Conoscerai Brando quando lo vedrai, e a quel punto avrai imparato a temerlo.
Brando,Jim,Gesù santo, B-r-a-n-d-o. Brando, il nuovo archetipo del ribelle, duro e zoticone, che si dondola sulle gambe della sedia, si affaccia alle porte, si sdraia su tutto quello che trova, vuole dominare gli oggetti senza mostrare alcun dovuto rispetto o cura, strattona le cose come un bambino intrattabile, e le consuma e le getta da una parte senza centrare il cestino e loro rimangono in terra, maltrattate. Con i movimenti e le posture impetuose e maldestre di un moccioso intrattabile. Tua madre appartiene a quella nuova generazione che va contro il verso della vita, contropelo. Può anche aver amato Marlon Brando, Jim, ma non l’ha capito, ecco quel che l’ha rovinata per le piccole cose della vita di tutti i giorni, come i forni e le saracinesche dei garage e perfino un po’ di tennis da strapazzo nei parchi pubblici. L’hai mai vista tua madre con lo sportello di un forno? Una carneficina, Jim,roba da rabbrividire per la paura solo a vederla, e la povera scema pensa che sia un tributo a questo zoticone stravaccato di cui s’innamorò quando le passava accanto rombando. Jim, lei non ha mai intuito l’economia gentile e astuta che stava dietro l’approccio agli oggetti virgolette crudo, trasandato e naturale di quest’uomo. Il modo in cui, oh quant’era evidente, provava e riprovava un’inclinazione all’indietro sulla sedia. Il modo in cui studiava gli oggetti con occhio da saldatore, in cerca di quelle giunture centrali più robuste che reggono anche quando sono messe alla prova dal più animalesco degli stravaccamenti. Mai… lei non ha mai capito che l’autopercezione che Marlon Brando aveva del suo corpo era talmente acuta da non fargli avere bisogno delle buone maniere. Lei ancora non capisce che con quel suo modo virgolette noncurante lui stava in realtà toccando le cose come se fossero parte di sé. Del suo stesso corpo. Quel mondo che sembrava solo strapazzare era per lui senziente. E nessuno… e lei non l’ha mai capito.Altro che uva acerba. Non si può invidiare qualcuno che sa essere così. Rispettarlo, forse. Magari di rispetto voglioso,a dirla proprio tutta. Non si è mai resa conto che Brando, in ogni occasione, su ogni palcoscenico,da una costa all’altra, stava mettendo in atto l’equivalente di giocare un tennis di alta qualità, Jim, è questo che stava facendo. Jim, lui si muoveva con la grazia di un pesciolino noncurante, come se fosse un solo,grande muscolo, ingenuo come tutte le creature muscolari ma sempre, bada bene, un pesciolino al centro di una corrente chiara di fiume. Quel tipo di grazia animale. Il bastardo non sprecava neppure un movimento,ecco che cosa rendeva arte questa sua brutale assenza di cura. Il suo era il dictum di un giocatore di tennis:tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi. Lui sapeva quello che sanno i Beat e quello che sa il grande giocatore di tennis, figliolo: impara a fare niente, con tutta la tua testa e il tuo corpo, e ogni cosa sarà fatta da ciò che ti circonda. So che non capisci. Per adesso. Conosco quegli occhi stralunati. So fin troppo bene quello che significano, figliolo. Non ha importanza. Capirai. Jim, io so quel che so.

Che dire? capolavoro moderno forse irraggiungibile per complessità, significati, riflessioni, descrizioni di dipendenze, devianze, trasformazioni. Il perdente, Don Gately, è forse il vero vincitore? Rimarrete folgorati dagli infiniti vasi sanguigni di un libro che esige una lettura continua e il meno possibile interrotta. Altrimenti, lo abbandonerete esausti già a pag. 100. Perdendo molto di quello che può dare la letteratura.
Alcuni misteri ( chi ha diffuso la cartuccia? Aaron Swartz, l’altro genio suicida, fa un’ipotesi, suffragata da precise osservazioni, che sia stato ORIN, il figlio “stupido” di JOI, che è il vero big bang del romanzo e che mi azzardo a dire sia, per Wallace, il Gesù Cristo laico, che muore lasciando le cartucce a disintegrare il mondo ( vogliono intrattenersi? Che lo facciano). Con un Sacro Graal, la cartuccia anti-intrattenimento ( pag. 150), che potrà rinvenire soltanto chi prima ha toccato il fondo ( sarà quindi Don Gately?)

E la scrittura vera e propria? Le pagine indimenticabili, a prescindere dalla struttura e dai significati? Segnalo queste

Dell’edizione Einaudi,
729-738 descrizione di una rissa,
666 i rumori di una notte
688-706
570-587
186-202 Dal padre al figlio
Sono praticamente già dei libri nel libro, da soli questi estratti sono inestimabili.

Può Infinite Jest essere il manifesto anti-intrattenimento stupido? L’arma letale dei vari GF, amici, etc etc?
Assolutamente no. E’ un romanzo sfigato, come tutte le cose complesse e intelligenti. Quanti lo hanno letto, nel mondo? Qualche centinaia di migliaia. Un’inezia. Non c’è tempo per leggere o per dedicarsi alla riflessione. Una minoranza di cui faccio parte grazie ad un infortunio (una settimana in cui non ero in grado di muovermi, questo mi permise di leggere Infinite Jest tutto d’un fiato, lasciando poi a parziali riletture gli approfondimenti), una minoranza che non è neppure capace di diffonderne il messaggio e di recapitarne la potenza. Anche questa recensione, vedete, non è una recensione. Soltanto una raccolta mal fatta di riflessioni. Questo Wallace lo sapeva, non poteva non saperlo. Lo scrittore oggi non può più influenzare il mondo, il pensiero, la società, come invece riescono a fare le cartucce dell’intrattenimento. Soltanto una minoranza può avere la consapevolezza dell’anti-intrattenimento. La cartuccia anti-intrattenimento è quindi il romanzo stesso? Wallace aveva questa presunzione?
Sì, a mio parere. Con la consapevolezza, a sua volta, di essere uno sfigato che aveva partorito un libro sfigato per una minoranza sfigata. Della quale sono felice di far parte, grazie ad un infortunio. Augurarvi una settimana di immobilità per dedicarsi a questo monumento? No, non me lo sento. Ma è IL LIBRO da tenere in casa, in bella vista. Prima o poi l’occasione potrebbe arrivare, e certamente non ve ne pentirete. Infinite Jest è tutto tranne che un mattone, la lettura non è indigesta, esige soltanto continuità. Esattamente il contrario di ciò che è esatto da tutto ciò che ci propinano i luoghi di intrattenimento

Marzo 3, 2014
di Fabio Palma
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LO SCRITTORE, estratto da Condèmoni

Mi è stato detto, scrivila tu, questa storia, che un po’ ci sai fare. Hai visto il mondo e lo hai anche scritto. Come se fosse facile, renderla credibile e sincera. Un palcoscenico (palcoscenico?) con migliaia di anime. Anima. Lo scrittore vero dovrebbe essere una sonda infinitesimale, perché l’anima è certamente irrorata, ma i suoi capillari saranno filamenti a diametro nullo, ne sono sicuro. Fra l’altro, chi è predisposto ad irrorare l’anima? Il cuore? Io non credo…Il cuore se ne frega, dell’anima. Ha altro da fare. La scrittura è un fiotto meditato di una remotissima coscienza, protetta da quella verniciatura epossidica che co-stringe l’immagine di se. Scrivere esula da tanti intenti premeditati, è l’esposizione mediatica dell’intimo, e quando non è ritoccata è terrorista del proprietario della sua mano. Questo per dire che è possibile che la scrittura provenga dall’anima e non dal cuore, ipotizzando che la coscienza sia dalle parti dell’anima, appunto, ma un conto è scrivere di se, un conto di mille e mille anime. I così detti personaggi di una storia. Che qui sono così tanti che mi gira la testa soltanto a pensarci. Poi bisogna dire che per capirla, questa storia, bisognerebbe avere un po’ di conoscenze matematiche e scientifiche ( questo allontanerà stizziti alcuni critici letterari, lo so), e apprezzare un mondo musicale che va dai Pearl Jam a Puccini, con Miles Davis, Poison Black e così via sempre in sottofondo. perché questo ascoltava la squadra, mentre proseguiva, e questo ho dovuto ascoltare anch’io. D’altronde, per non impazzire di fronte ad un’affermazione come questa, ciò che è dimostrabile è molto meno di ciò che è vero (non disse proprio così, Gödel, ma insomma…), ascoltare della musica ad alto volume è un tranquillante come un altro. E comunque devo avvisare il lettore che non è stato un compito facile, ascoltare Rudy e trascrivere quanto mi ha detto, tra sillabe fuorvianti e monosillabi che non portavano da nessuna parte. Come se non fosse totalmente razionale, questo Rudy, nonostante la sua storia personale e la sua cultura, e volesse esprimersi con gesti e occhiate piuttosto che con frasi sussistenti. Una volta mi disse, non stare troppo ad ascoltarmi, quando voglio fare l’erudito o descriverti le cose per filo e per segno. Una parola vale molto di più della frase che poi ci costruisci intorno. Che cosa avrà mai voluto dirmi? Lascio al lettore la possibile interpretazione. Rudy lo potrei definire un disadattato, un tardo disadattato. Così intelligente, superiormente intelligente, ma una suora, oltre quattro decenni prima, aveva avvertito la madre che quel bambino, da adulto, avrebbe incontrato dei problemi col mondo. Troppo rapido a capire e ad agire, aveva sentenziato la suora, una donna minutissima e dal volto affilato, cosparso di rughe scalpellate da anni di preghiere assorte e violente, che si era invaghita di quel bambino curioso e scelleratamente vivace, incapace di associare i suoi ritmi a quelli degli altri, così inesorabilmente più lenti. Ma il modo in cui ti arriva una storia dipende anche da questo, da quanto sia stato veloce, nella vita, il tuo oracolo. Sapete, ciò che vediamo, ogni minutissimo istante, è filtrato dalla nostra misura, dal nostro metronomo interno. Quanti punti ci sono, in un segmento di retta? Infiniti. E ad accettarlo, questo, ci sono voluti millenni. perché anche molti dei migliori erano incapaci di accettare l’incapacità di poterli contare. Così nello scrivere questa storia ho dovuto adeguarmi a quello che mi veniva detto, e troverete linguaggi diversi, perché così vanno le cose, esse fluiscono ma i modi in cui ci vengono addosso non sono mai uguali e se vogliamo essere aperti a quanto ci comunicano dobbiamo trascriverle o dirle così come esse sono, e non come vorremmo che esse siano. E poi, lasciatemelo dire, che insormontabile difficoltà ho dovuto affrontare nel trascrivere della squadra, su Spillo, Slice, Bunker, Punk, Slash…i loro linguaggi, pensieri, questi ragazzi erano menti autocoscienti o…cos’altro? Ho tentato, come ho potuto, di farli parlare come veramente essi parlavano, e così per i loro pensieri. Un conglomerato di simboli e gesti, ecco cos’erano i ragazzi della squadra di Rudy. Davanti, o dovrei dire tutt’intorno, l’indicibile imponenza di un edificio che voleva fare del male. O forse no.

Marzo 3, 2014
di Fabio Palma
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IL RE PALLIDO, di D.F. Wallace

“E se guidando fosse sembrato lento come risultava da quella prospettiva? Sarebbe stato come cercare di correre sott’acqua. Tutto stava nella prospettiva, nel filtraggio, nella scelta degli oggetti della percezione.”
Che cos’è, il grande scrittore?
Non CHI è, che cos’è.
E’ uno che capisce la realtà, e te la presenta travestita da una trama? E’ una persona dotata di sensibilità eccezionale, e che si rifiuta di sottometterla alle esigenze della vendita? E’ cuore e intelligenza che si alleano e non si preoccupano di far ridere o piangere, eppure questo ti fanno fare, persino a poche pagine di distanza?
Primo capitolo, cortissimo, pag. 3 e 4. Non si sapeva come farlo iniziare, questo romanzo incompiuto, e hanno scelto le poche righe perfette di una descrizione di un campo. Il dubbio che Mc Carthy si fosse dimenticato di inserirle in Suttree è molto, molto forte.
Ma DFW è anche, incidentalmente, uno che ti faceva vedere gli uomini così, “uomini panciuti e maculati in pesanti abiti marrone e ruggine con le valigette ordinate dai cataloghi che distribuiscono in aereo. Uomini dalle facce morbide che si adattavano al loro lavoro come salsicce all’involucro di carne”
Uno che notava “l’impazienza vitrea degli uomini d’affari che stanno molto più vicini agli estranei di quanto vorrebbero, i petti e le schiene che si sfiorano, i porta abiti buttati in spalla, le ventiquattrore che si urtano, più cuoio capelluto che capelli, respirando gli uni e gli altri”.
Il re pallido non è un romanzo, e non c’è la minima idea di come l’avrebbe pubblicato il suo creatore. Si è deciso di mettere insieme capitoli quasi definitivi e abbozzi forse da cestinare, presentando alcuni dei racconti più micidiali che io abbia mai letto ( capitolo 6: mi inchino, David. Capitolo 8, allora non l’avevi terminata, la raccolta di “la ragazza dai capelli strani”), profusione di stile e di talento associata a frasi che tagliano come lame (“ma immagino che anche certi rimpianti rientrino nella norma”)
Wallace sa di essere anche un grande umorista (“chi non avesse mai visto il sole sorgere nel Midwest rurale sappia che è delicato e romantico come una luce accesa di botto in una stanza buia. Questo perchè la terra è così piatta che non c’è niente a ostruire o rendere graduale la comparsa del sole. Di punto in bianco è lì. La temperature sale di dieci gradi; le zanzare si dileguano dirigendosi dovunque le zanzare vadano a rifare gruppo”), di sapere descrivere un episodio come nessun altro (“pag. 544, ultime 9 righe. Dieci e lode), di avere una capacità mai vista o letta di farti vedere un individuo uscire dalle pagine e viverti davanti (“Una sua particolarità è che è identico a se stesso, per partecipazione e comportamento, sta sulle sue come quando è in un gruppo numeroso. Se emettesse un suono sarebbe una singola nota lunga di diapason o la linea piatta di un elettrocardiogramma anziché una cosa che varia”).
Sapeva anche, David Foster Wallace, che la più straordinaria trama della letteratura contemporanea lui l’aveva già scritta, ed era quella gigantesca, costruita a mò di iperbole, di Infinite Jest; il Re Pallido poteva battere Infinite Jest grazie agli esercizi di stile e riflessione perpetrati in più racconti, e nel coraggio di affrontare senza mezzi termini la più grande truffa della ricca società capitalistica, quella di farti vivere una vita appagante. Perchè la noia ( Capitolo 44, due paginette: da leggere, stampare, attaccare ovunque) del terzo millennio non ha nulla a che vedere con quella temuta e raccontata da Sartre, si è camuffata, si è fatta elegante, sofisticata, è venduta nelle corsie dei supermercati e nei corridoi degli uffici moderni.
Wallace avrebbe mantenuto le pagine a circa 2/3 di quanto è stato pubblicato? Niente di memorabile, e sono un centinaio. Ti spezzano il ritmo, l’ansia di leggere, il godimento di avere a che fare con un genio ( come è fantastico riconoscere la grandezza altrui, dirti, tu non sarai mai capace e non saresti mai stato capace di scrivere così), insinuano il dubbio che ti devi accontentare delle meraviglie già incontrate.
E invece dal capitolo 35 ripartono i fuochi d’artificio, personaggi memorabili ( il bambino feroce…), inquietudini, pagine da farti ridere sguaiato alternate a righe di una tristezza interiore di cui non si vede fine.
La sensazione personale è che il romanzo fosse veramente non oltre la metà. Ma questa raccolta basta e avanza per rimanere fiocinati ( diciamocelo: in tantissimi momenti Wallace descrive per filo e per segno molti tratti di quello che sei), per salire su una metropolitana e far partire le rotelle per pensar ben bene a quello che STAI facendo ( la consapevolezza…), per leggere giornali e guardare la TV non rimanendo inebetiti ad assorbire tutto, e per avere il personalissimo eterno rimpianto di non poter più leggere frasi come questa:
“L’unica cosa che qualcuno avrebbe potuto notare di lei in un negozio o facendo la fila era un’aria assente vaga e contagiosa, un tipo di distacco che non era il distacco della pace o di un rapporto personale con Nostro Signore Gesù Cristo. Che lei si pulì con cura sul bavero sinistro del soprabito color crema, premendo abbastanza da dargli una certa lunghezza ma non abbastanza da comprometterne l’adesione o da alterare il torroncino centrale. Un suo scialbore plastificato che ricordava l’aria condizionata, il cibo degli aerei, i suoni transistorizzati”
E i romanzucoli scritti in fretta e furia per riempire l’oretta di relax, aggiungo io.

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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IL NUOTATORE

E’ un racconto lungo che ho terminato a Novembre. Con un font 14 oggigiorno sarebbe perfino un romanzo breve…

Ecco l’inizio

 

Le foglie avevano cosparso il pontile come se qualcuno avesse sperato di costruire un parquet
fragile e secco, all’apparenza prezioso anche se costruito su scarti e roba morente. Gli alberi si erano
fatti freddi come se fossero stati lasciati al loro destino, e le loro forme erano così indecise che
anche il sole si era deposto forse ritenendo che per quel giorno non c’era più nulla da fare. Il
bambino si era arrestato davanti alla fila di tre cigni che come guardie importanti si erano disposti in
obliquo alle impercettibili onde, austeri come solo dei cigni possono esserlo e come nessun uomo
sarebbe capace di fare senza sfiorare il ridicolo.
E’ bello qui, aveva detto il bambino. Ma è troppo scuro, aveva sussurrato.
Cosa è scuro, Sasha?
L’acqua. Non si vede cosa c’è sotto.
Il sole è basso, vedi? E allora non illumina il fondo.
Il sole rimbalza?
Rimbalza?
Il bambino strinse meglio le dita della madre, alla ricerca di una frase compiuta. Non riesce a far
luce sul fondo perchè rimbalza?
Che poeta, commentò la mamma. Sorrise. Vieni, andiamo a vedere più da vicino, gli disse. Aveva
pensato che quel posto sarebbe stato una bella premessa, ma non ne era più tanto sicura. Arrivarono
al pontile che si reggeva su dei pali vestiti da molle di ferro. Il bambino volle farsi vicino ad uno di
essi, e dalla sua altezza il cielo si era come appoggiato alla molla, e questa doveva fare molta fatica
perchè nello sforzo aveva impegnato anche le luci lontane, ora indecise fra l’essere macchia o farsi
nascoste. E’ bello ma ho paura, aveva detto. Sopra un palo era appoggiato un lucchetto, qualcuno si
era dimenticato di chiuderlo, e lei aveva detto, hanno lasciato aperto tutto ciò che mal si vedeva,
sfocato, e il bambino aveva capito che il mondo, là dietro, libero e tremulo, era davvero più grande
di lui. Non sarebbe riuscito a dirlo così, ma l’aveva pensato, e aveva avuto paura. Poi aveva visto la
barca con l’uomo, dunque c’era un uomo sul lago, o qualcosa di simile perchè era un tutt’uno col
tronco che aveva tagliato da poco, sì, la barca era un tronco scavato, e non si capiva se a guidare
fosse quel legno o quell’uomo, e forse anche il sole aveva dei dubbi, perchè si era spalmato nel cielo
come ad allargare la vista.
Mise il bambino sulla panchina di legno, in piedi, i piedini così piccoli che sarebbero affondati tra le
traversine orizzontali se non lo avesse sostenuto con le mani e con lo sguardo. Il bambino tendeva
sempre ad accasciarsi, lo sterno infossato inadatto a posizioni erette e complicate. E’ troppo molle,
le avevano detto quelli della ginnastica, e allora aveva provato con il calcio poco prima che fosse
successo.
Ho freddo, disse il bambino. Sembrava dovesse afflosciarsi da un momento all’altro, lo scheletro
privo di qualsiasi capacità di sostegno. Era così magro che la cassa toracica sembrava uno
strumento musicale senza custodia. Lei gli sorrise come se si aspettasse questa domanda. Bugiardo,
c’è così caldo, qui dentro. Mi dici le bugie, eh? Gli sorrise soffocando un moto di altro. Anche il
bambino sorrise, allora. Scherzetto, le disse.
La mamma armeggiò con i vestiti, tutti di taglia piccolissima, era sempre un problema vestirlo in
modo da riempire magliette e pantaloni. Aveva pensato che in qualche modo lui desiderasse sparire
o annebbiarsi, e che dentro delle stoffe questa fuga gli si addiceva come un tronco cavo ad un
piccolo animale del sottobosco. I vestiti le impacciarono movimenti e pensieri, mentre da qualche
parte del cuore si ammassavano fiotti di tumulto.
Ecco qua, gli disse. Le spalle uscirono allo scoperto ed erano piegate sulle quattro direzioni, come
se il busto fosse in penitenza continua e la testa del bambino non avesse diritto alle grucce di tutti.
Un po’ di pazienza, eh?
Impiegò un po’ di tempo a infilargli il costumino, appena comprato. Il suo corpo era così magro che
la luce artificiale lo incontrava per caso, e il bambino era poco più che una diffrazione. Lo stava
guardando, il volto esangue ricordava vagamente la forma di una matita appena appuntita. C’erano
due fessure che si sarebbero dette occhi se soltanto fossero state più vive e brillanti. Gli occhi di un
bambino sono abituati a ridere al mondo, perchè quelli di suo figlio erano caduchi e come
appoggiati in due vuoti?
1Ma l’acqua sarà come quella del lago?
Lei rise. Ma no, qui è calda e trasparente.
Se è come quella del lago non ci entro, disse il bambino.
Il paesaggio sarà meno bello, ma l’acqua brillante e accogliente, gli disse.
Tre giorni prima, quando erano andati a camminare tra i canneti del lago appena fuori città, la
bruma si era allontanata al tramonto, e lei aveva camminato fra i pensieri piuttosto che nel fango e
nell’umido. Poi si era bloccata davanti a un tubo spezzato, o forse una vecchia transenna, che aveva
ormai terminato di aderire al suo scopo, così che adesso poteva raggiungere l’acqua passandoci in
mezzo, senza aggirarla, con il sole sfocato e morente che tentava una pallida macchia per dirle
qualcosa. Come se la vecchia transenna avesse dovuto difendere il sole, e quest’ultimo fosse ormai
arreso come se non ci fosse più nulla da fare. E lì aveva deciso. Di provare col nuoto (lo sport più
completo, signora) e lei non avrebbe saputo bene cosa fosse o non fosse completo, in un bambino,
ma in una famiglia sfrondata una cosa anche parzialmente completa avrebbe potuto riempire.
Ti sta bene, gli disse.
Mamma, ma tu non entri con me?
Eh no, gli rispose. Ci sarà l’istruttrice.
Ma tu non sai nuotare?
Mica tanto, gli sorrise.
E se non so nuotare anch’io.
E se non sapessi, lo corresse.
Il bambino si corrucciò per la nota negativa. Non ho mai provato a nuotare, disse. E non voglio
affondare.

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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V., di T. Pynchon

Se cercate un libro emotivo, emozionante, di quelli che cambiano temperatura alla punta dei capelli, V. non è QUEL libro ed è da rimandare ad un periodo diverso. Perchè V. è un esercizio di tecnica e di stile di uno scrittore che ha voluto descrivere gli anni ’50 della società americana (già: gli Happy days. Ma che differenza fra Fonzie e compagni rispetto ai ragazzi della società dei morbosi) prendendo allo scopo un po’ di storia del colonialismo inglese agli inizi del ‘900 e inventandosi una trama che parte da uno Stencil padre-spia inglese ad uno Stencil-figlio spia delle sue ossessioni.
Su Web ho trovato molte volte la definizione di difficile appiccicata a questo romanzo immenso: la difficoltà può generarsi da una complessità o da una situazione complicata, e per addolcire almeno questo secondo punto consiglio vivamente di appuntarsi fin dal primo capitolo nomi e brevissimi C.V. dei singoli personaggi, che sono oltre un centinaio. Questo per evitare che accanto ai due protagonisti immediati, Stencil figlio e Profane, ci si perdi in un dedalo di nomi e soprannomi. Pynchon fa di tutto per complicarti la lettura del romanzo, chiamando lo stesso protagonista ora col nome, ora col cognome. E poi salta da una data all’altra da capitolo in capitolo, come se la confusione fosse un dato di fatto, nella vita reale e romanzata. Intanto, però, dà vere e proprie lezioni di stile ( pag. 78,82,86,221,238,239,349, 355. Pagine perfette) e si permette pure il lusso di fare il Faulkner nel capitolo 9, come a fugare ogni dubbio sulla sua reale consistenza di scrittore. Già, perchè altrove è quasi costretto, dai personaggi che descrive, a correre sul filo della volgarità, con un vocabolario ricco ma mai elaborato. Non ci sono i barboni che parlano come un letterato, come accade in Wallace. Non c’è mai lirismo ( se non ,appunto, nel capitolo 9), ma ci sono, semplicemente, pagine sensazionali, nella loro linearità, come questa

Lei lo inquadrò subito.
Era il perfetto Fraternity boy appena uscito da un’università della Ivy league, il quale sa che non smetterà mai di essere un fraternity boy finchè campa. Però avverte che gli manca qualcosa, ed è per questo che frequenta la banda dei morbosi, pur restandone ai margini. Se deciderà di fare il dirigente d’azienda, scriverà anche. Se farà l’ingegnere o l’architetto, ebbene, si darà anche alla pittura o alla scultura. Si barcamenerà sempre fra due linee di condotta diverse, pur rendendosi conto che così facendo ottiene la parte peggiore dei due mondi, però non smetterà mai di chiedersi perchè debba esserci una linea di divisione fra le due cose, sempre che tale divisione esista. Imparerà come si fa a essere doppi, e continuerà in questo suo gioco, tenendosi a cavallo dei due mondi, finchè non si spezzerà in due per la tensione prolungata, e sarà un uomo finito. La ragazza assunse la posizione di danza numero quattro, si voltò, portò il seno a un angolo di quarantacinque gradi rispetto al raggio visivo dell’uomo, il naso in direzione del suo cuore, e lo guardò dal basso in alto, da dietro le sue sopracciglia, sbattendo le palpebre.
“da quant’è che sei a New York?

Ecco, di Situazioni come queste Pynchon ne dipinge, a occhio e croce, un migliaio. Senza acrobazie linguistiche, senza particolari brividi o uso di una lingua indimenticabile. Eppure, rasentando, e a mio parere spesso raggiungendo, la perfezione. La Situazione, ecco la parola chiave di Pynchon.

In generale, l’ho trovato molto meno difficile, alla lettura, di romanzi come Assalonne Assalonne o Rayuela, perchè non vi sono sperimentazioni di linguaggio nè forme particolari. La concentrazione esatta da questo immenso romanzo polifonico, però, è totale.

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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CONTRO IL GIORNO, T. Pynchon

Scellerato, esagerato, schizofrenico.
Pynchon sceglie l’inverosimile per spiegare più punti di vista del simile e del vero, approfittando del gran caos politico e sociale degli anni che precedettero la prima guerra mondiale e la formazione degli Stati Uniti d’America. Non si azzarda a inserire il Far East e il Giappone, nel calderone geopolitico in cui innesta la saga dei Traverse e i suoi derivati, ma per il resto ci dà dentro per costringere il lettore a ripassare un bel pò di storia, di matematica, di fisica.
Gli idealisti? Uccisi, come Webb Traverse, o messi in disparte, come Tesla. La terza via moralmente accettabile è quella dell’investigatore Lew Basnight, unico personaggio un pò stereotipato, e dedito al compromesso quasi italico, o quella campata fra le nuvole di Miles Rideeout, che però si prende una bella rivincita su la scienza esatta arrivando più in là di tutti nel’uso del tempo e dei suoi misteri.
Con l’avvertenza di copiare il grande Cormac in Meridiano di sangue ( ad inizio di ogni capitolo, tre righe a matita con il riassunto del capitolo medesimo. Credetemi, aiuterà…), un romanzo che destabilizza il lettore costringendolo a riflettere, criticare, alzarsi in piedi e protestare. Pynchon non è un Maestro della parola come un Wallace o un Mc Carthy, ma nei dialoghi è insuperabile. Non ce n’è uno realmente replicabile, eppure tutti funzionano. I personaggi parlano come in dei fumetti, le cose accadono per coincidenze o irragonevolezze. D’altronde, c’è ragione nel macello politico che sta contaminando Europa e Nuovo continente? No, e allora perchè i singoli dovrebbero essere bravi, sapienti, credibili? L’allegra brigata dei compari del Caso, preposta a vegliare sul mondo, cerca di fare quello che può, ma anche loro hanno le loro gatte da pelare, con gli sconfinanti. Le scienze pure trovano il modo di diventare focolaio di risse, spionaggio e amoralità, e appena la matematica e la fisica tentano di spiegare razionalmente il vecchio quesito di “Dove sono e dove sto andando”, scoppia un vero e gigantesco casino.
La città ideale? Sotto la sabbia, da cercare tutta la vita, e senza speranza.
La realtà? visibile solo con il purissimo Spato d’Islanda, ma tagliato in dodici facce. Ovvero, industrialmente irriproducibile.
La convivenza? Perfino a due è pura follia etica, a meno che non ci si affidi all’integrale di una fotografia, come alla fine succede a Kit Traverse.
Se volete un libro da leggere mezz’ora al giorno, lasciate perdere.
Se volete un libro da farvi battere i pugni sul tavolo, questo è quello giusto.
P.S. Nota di colore.
Nelle ultime cento pagine compaiono 4 refusi e addirittura uno scambio di persona. Traduttore e correttori di bozze, verso la fine, erano esausti quanto i lettori…

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’, T. Pynchon

Pag. 607: “non guardare al passato, c’è un tale rumore, una tale gravità”
Un libro, e ancora di più un romanzo, dovrebbe anche involontariamente generare delle diversità, di pensiero, di emozioni, di apprendimento. Portare qualcosa, insomma.
Come la maggior parte dei romanzi che superano le costrizioni commerciali delle 200 pagine (ultimamente, ahimè, tendenti alle 100…), l’arcobaleno della gravità, di ragionamenti e riflessioni, ne induce un bel po’.
Anzitutto, l’ho trovato un romanzo storico, per l’eccezionale raffigurazione della Germania post-resa, nella quale parecchi delle centinaia di protagonisti del romanzo si muovono a partire dal capitolone Nella zona. Fino a quel momento, il romanzo si muove persino su binari a pochi scambi, se ripenso a V. e Contro il giorno. Un incipit straordinario (che parte dal finale di Contro il giorno, infatti “è già successo prima”), quasi epico, che non t’aspetti da Pynchon, che infatti rimedia con le banane più grosse del mondo, cresciute, ma guarda un po’, a Londra (…). Nella lingua, in quella misteriosa centrifuga di parole che è la narrativa, lui (che non possiede, tanto per fare esempi, il tocco di un Faulkner o di un Wallace) dà qui il suo meglio, perchè laddove in V. e in Contro il giorno a dare spettacolo è il funanbolismo, qui arrivano frasi e architrave finissime, cesellate, raffinate; da pag. 152 a pag. 155, per esempio, si ride a crepapelle, si rimbalza fra erotismo e pornografia, ci si addentra nella poesia, il tutto anche nella stessa pagina. Le pagine 173-174 sono degne del miglior Faulkner, con lirismo e intensità. Nella coppia 187-188 ho ripensato al Matteo di Sartre ( bestemmia letteraria, forse. Scusate. Eppure ho avuto una rievocazione dell’Età della ragione…).
Mi stavo, insomma, crogiolando in una trama con diverse derivate ma, bene o male, rappresentabile su un canonico piano cartesiano, annotandomi le pagine dove comparivano i nomi propri ( per me, fondamentale. Es. Franz Pockler compare, dimesso, a pag. 210, ma è personaggio fondamentale, che Slothrup incontra a pag. 732. Pockler, infatti, è colui che, prigioniero del capitano Weissman , che ne tiene ostaggio la figlia Ilse, nei laboratori di progettazione delle SS arriva finalmente ad applicare la famigerata plastica Imipolex G al razzo ultimo, quello che appunto Slothrup sta cercando, perchè farebbe luce sulla sua vera identità. Sulla sua vita. Slothrup tenta l’impossibile, ricostruire il film della sua vita! Lascerà, nelle ultime due pagine, una canzoncina, sul suo tentativo…), ricostruendo alcune delle storie più affascinanti ( Cycerin, Ezian, Katie, Blicero, Roger Mexico, Pointsmann, i due medium Carrol Eventyr e e Peter Sastra. Io segnalo questi, da “taggare” senza sconti. Ma magari voi ne aggiungerete altri, d’altronde, su 400…), segnandomi anche stili e tecniche narrative.
Il problema, però, è che avevo dimenticato che si stava parlando di un razzo, anzi, del primo razzo umano, che (ci arriva prima la derelitta Katie, ad intuirlo), da un certo punto in poi vive di coscienza propria. Forte di sane conoscenze in materia e di una solida preparazione matematica, infatti, Pynchon si attarda a spiegarci con particolari anche avvincenti la genesi della progettazione del razzo, i problemi di combustione iniziale, gli studi per la corretta balistica. Dov’è il controllo, chiede lo spettro a pag. 222.
Appunto. Da un certo punto in poi, il razzo va per conto suo, più o meno verso il giusto obiettivo (dopo esilarantissimi esperimenti). Poteva, Pynchon, non attenersi a cotanta allegoria e continuare su canonici schemi narrativi? E’, ovvio, no, e d’altronde l’unico vero protagonista principe, Slothrup, ha nel nome il concetto di entropia. E poi, appunto, ci si addentra nella zona, dove le potenze vincitrici sono ben lontane da ricostituire un ordine decente e presentabile, dove regna il caos e la turbolenza, dove una nave bislacca trasporta il massimo degrado morale che ci si possa immaginare, dove l’unica vera organizzazione è un agglomerato di neri, Herero sopravvissuti allo scempio tedesco della Namibia ( e portati in Germania da Hitler stesso, che li mette a guardia del razzo, intuendo il loro Spirito missionario ed etico. Sublime idea storica-narrativa), che si fanno beffe di spioni, militari o industriali, in una rivendicazione quasi sociologica dell’ancestralità. Come a dire, avete voluto massacrare il mondo, bene, siamo noi, i primitivi, gli unici a raccapezzarci, troppo comodo arrivare un minuto dopo del the end e pensare di ricomporre tutto in quattro e quattro otto, per giunta cominciando pure dall’agognato schattgerat, il razzo 00000, l’ultimo, quello che avrebbe fatto vincere la Germania, se fosse arrivato in tempo.
E così, fra orge, travestimenti da maiale, fughe in pallone aereo-statico, sniffate di droga e duelli a distanza con chi lo voleva controllare fin dalla nascita, Slothrup vaga alla ricerca del razzo ultimo, e di quella plastica misteriosa frutto di una ricerca internazionale.
Eh già, perchè Pynchon dipinge anche un cartello multinazionale che se ne frega di morti e distruzioni e che, ben al di sopra del potere politico, gioisce e gode per le riuscite militari (ehi, ma mancavano 20 anni alle guerre del golfo, Thomas!); ci dice che Slothrup è in realtà un uomo esperimento, ed ecco perchè è in grado di sapere con anticipo dove cadranno le V2 a Londra ( è proprio l’unico, perchè le V2, più veloci del suono, prima cadono e poi si fanno sentire…). Le sue premonizioni interessano anche Portmann, un sadico chirurgo della White Visitation, che manda a cercare il nostro eroe (!) in tutta la zona ( ah, la scena della castrazione del maggiore americano Mavy, pag. 786. In Pynchon, il potere sessuale è primo e potentissimo potere umano). Zona che però è anche infestata da Cycerin, testa di ponte dello spionaggio russo, fratello del nero meticcio Ezian (capo degli herero della zona), indeciso se obbedire ai capi o fregarsene e far fuori il consanguineo, perchè proprio non gli va giù avere un nero del suo stesso sangue.
L’ultimo capitolone, La forza contraria, è terribile: si arranca nella lettura, il razzo va ormai per conto suo, la conosciuta gravità è andata a farsi fottere ( da qui l’arcobaleno?), e a pag. 927, in uno dei rari paragrafi abbastanza comprensibili, si afferma che “il Razzo viene sotto le spoglie del Rivelatore. Ci mostra che nessuna società è in grado di proteggere, non lo è mai stata-le società sono assurde come scudi di carta”. E’ Enzian, il capo Herero, che parla. L’unico che intuisce la potenza dell’avvento del razzo. E infatti prosegue dicendo che “Prima del Razzo abbiamo continuato a credere solo perchè volevamo farlo. Ma il razzo può scendere dal cielo in qualsiasi momento, può penetrarlo dove e quando vuole. Nessun posto è sicuro. Non possiamo più credere in Loro. Per lo meno, se siamo ancora sani di mente e se amiamo la verità”.
Capite? La società, arrovellandosi per distruggere e per controllare, ha generato, inconsapevolmente, un Rivelatore. Il Razzo arriva senza neppure il suono, colpisce e uccide, niente può proteggerti. E le superpotenze vincitrici si approprieranno della sua tecnologia, la svilupperanno, per arrivare ai missili, alla luna ( sì, violenteranno anche la divinità superiore degli Herero, e Ezian lo preannuncia. Non c’è scampo neppure per la divinità), dimenticandosi dell’elemento semplice, l’uomo, che infatti tende ormai all’anarchia diffusa, nella vita (vedi la Zona, appunto), e nella narrativa, anche ( eccomi, eccomi, dice Pynchon, nelle terrificanti ultime pagine, dove lascia che tutto vada per conto suo, in fondo il razzo sta per atterrare, no? Chi lo sa dove.
“ Il vero momento d’ombra è il momento in cui vedrai il punto di luce in cielo. Il punto singolo, e l’Ombra che ti ha appena raccolto sotto la sua ala…”, dice il supersadico Blicero, l’uomo delle SS che sovrintende i lanci, e in particolare l’ultimo, quello definitivo, con il suo Gottfried dentro. Katie, l’altra, è fuggita, rivelandosi la spia che sospettava. Ma Blicero sapeva che è nella omosessualità, quindi NON nell’opposto, che stava la sua vera dimensione. Ti puoi fidare solo di te stesso, no? E manda il suo schiavo a vedere cosa davvero succede, lassù, nella discesa).
Nella nostra zona storpiata, infelice, c’è un’anima in ogni pietra, canta la canzone finale. Un inno fuori stampa, si dice.
Ecco, ho dimenticato un migliaio di riflessioni ( Cycerin dai Cirghisi, ad insegnare l’alfabeto. La battaglia politico-militare sulle consonanti. Perchè è il verbo che conta più di ogni altra cosa, e come annunciarlo, lo sappiamo, è fondamentale, è da lì che si dipana tutto…), un centinaio di annotazioni, e, soprattutto, un mare di punti di domanda. Pensavo che il mio Genius fosse un po’ complesso, e che stessi esagerando in quello che, a tempo superperso, sto buttando giù, disordinatamente, ma libri come questo tracciano una bella riga rossa sotto la definizione di narrativa. Per esempio, sul concetto di piacere, e di bellezza. Wallace dichiarò che apprezzava il 30% di quello che aveva scritto Pynchon. Corrisponde, io credo, al massimo di quanto abbia percepito ( non capito!) del romanzo. Ci sono altre cose che vorrei aggiungere ( non è che V. e il razzo coincidono, per esempio? Benny Profane e Slothrup, che dire della loro somiglianza fisica e comportamentale?), e tantissime da chiedere. Ho letto questo libro parallelamente ad altri ( otto, per la precisione), titoli non stupidi e anzi, a volte decisamente di valore, e ho percorso la sua immersione ( sua di esso, il libro. La mia è stata una rana di galleggiamento…) maneggiandola come un esame universitario di quelli tosti, quelli che alla fine prendevi anche la lode ma che a casa ti dicevi, ma che ho capito, poi? (Analisi III, per esempio…), accontentandomi sui miei limiti, anche culturali, cercando di prendere al volo tutto ciò che riuscivo ad afferrare. Ringrazio Pynchon anche se non mi emoziona come altri, la sua è una letteratura diversa, è un cannoneggiamento sparso, da cui o ci si rifugia o si risponde con le rime, prendendo nota di balistica, traiettorie, ecc, ecc.
E’ un’avventura totalizzante, che consiglio, che potrebbe perfino disgustare, che mette con le spalle al muro, che va al di là del marketing, del piacere per piacere. E’ uno studio, ecco.
Quando succede qualcosa, in questo e negli altri suoi libri che ho finora letto, non c’è mai suspence, non c’è mai un’introduzione. Nel bel mezzo della frase, spesso accompagnato da un dialogo assolutamente fuori luogo e irrealistico, quell’avvenimento accade, cambia la situazione, del personaggio e della storia. Un taglio netto, così, senza avvertenze.
Come a dire…segnati una cosa, lettore, delle mie, di cose: quando il destino cambia, non c’è mai un segno che te lo dice, prima.

Febbraio 25, 2014
di Fabio Palma
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SABATO primo Marzo, Libreria Cattaneo

Questo Sabato, alla libreria Cattaneo di Lecco, ore 17.00, sono particolarmente felice di partecipare alla presentazione di una raccolta di racconti di ragazzi e ragazze di grande talento narrativo.SABATO primo Marzo

Alcuni racconti, credetemi, farebbero invidia a scrittori di fama.

Nella stesura dei racconti ho dato una mano nel editing e in qualche affinamento, fermo restando che il materiale di base era da buono a eccellente. L’intelligenza di questi ragazzi mi ha dato molto da pensare, il tempo sbiadisce  i ricordi e questa è una frase molto fatta e stantia ma ho seri dubbi che al Liceo che ho frequentato, che pure non era affatto di livello mediocre, ci fosse una concentrazione di talenti letterari così elevata. Soprattutto, nessuno aveva avuto l’idea di stimolare la vena narrativa dei ragazzi, che ovviamente non poteva quindi neppure dimostrare di esistere. I temi erano l’unico momento di scrittura istituzionale, io aspettavo il tema come momento di pura estasi ma rimaneva l’unico momento in cui di fatto prendevo in mano una penna e scrivevo qualcosa. Anche le letture erano lasciate alla buona volontà e insomma non c’era assolutamente un possibile brodo di coltura narrativo. Normale, quindi, che nessuno pensasse seriamente alla professione di scrittore, neppure io, che pure dimostravo di averne interesse e probabilmente talento. Qualcuno degli autori di questa raccolta potrebbe benissimo diventare uno scrittore/scrittrice di fama ( meritata, non alla Moccia, per intenderci), da un punto di vista strettamente economico potrebbe non essere un buon auspicio ma, a pensarci bene, oggi non sono tempi da professione sicura e quindi…