Fabio Palma

Infinite jest

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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V., di T. Pynchon

Se cercate un libro emotivo, emozionante, di quelli che cambiano temperatura alla punta dei capelli, V. non è QUEL libro ed è da rimandare ad un periodo diverso. Perchè V. è un esercizio di tecnica e di stile di uno scrittore che ha voluto descrivere gli anni ’50 della società americana (già: gli Happy days. Ma che differenza fra Fonzie e compagni rispetto ai ragazzi della società dei morbosi) prendendo allo scopo un po’ di storia del colonialismo inglese agli inizi del ‘900 e inventandosi una trama che parte da uno Stencil padre-spia inglese ad uno Stencil-figlio spia delle sue ossessioni.
Su Web ho trovato molte volte la definizione di difficile appiccicata a questo romanzo immenso: la difficoltà può generarsi da una complessità o da una situazione complicata, e per addolcire almeno questo secondo punto consiglio vivamente di appuntarsi fin dal primo capitolo nomi e brevissimi C.V. dei singoli personaggi, che sono oltre un centinaio. Questo per evitare che accanto ai due protagonisti immediati, Stencil figlio e Profane, ci si perdi in un dedalo di nomi e soprannomi. Pynchon fa di tutto per complicarti la lettura del romanzo, chiamando lo stesso protagonista ora col nome, ora col cognome. E poi salta da una data all’altra da capitolo in capitolo, come se la confusione fosse un dato di fatto, nella vita reale e romanzata. Intanto, però, dà vere e proprie lezioni di stile ( pag. 78,82,86,221,238,239,349, 355. Pagine perfette) e si permette pure il lusso di fare il Faulkner nel capitolo 9, come a fugare ogni dubbio sulla sua reale consistenza di scrittore. Già, perchè altrove è quasi costretto, dai personaggi che descrive, a correre sul filo della volgarità, con un vocabolario ricco ma mai elaborato. Non ci sono i barboni che parlano come un letterato, come accade in Wallace. Non c’è mai lirismo ( se non ,appunto, nel capitolo 9), ma ci sono, semplicemente, pagine sensazionali, nella loro linearità, come questa

Lei lo inquadrò subito.
Era il perfetto Fraternity boy appena uscito da un’università della Ivy league, il quale sa che non smetterà mai di essere un fraternity boy finchè campa. Però avverte che gli manca qualcosa, ed è per questo che frequenta la banda dei morbosi, pur restandone ai margini. Se deciderà di fare il dirigente d’azienda, scriverà anche. Se farà l’ingegnere o l’architetto, ebbene, si darà anche alla pittura o alla scultura. Si barcamenerà sempre fra due linee di condotta diverse, pur rendendosi conto che così facendo ottiene la parte peggiore dei due mondi, però non smetterà mai di chiedersi perchè debba esserci una linea di divisione fra le due cose, sempre che tale divisione esista. Imparerà come si fa a essere doppi, e continuerà in questo suo gioco, tenendosi a cavallo dei due mondi, finchè non si spezzerà in due per la tensione prolungata, e sarà un uomo finito. La ragazza assunse la posizione di danza numero quattro, si voltò, portò il seno a un angolo di quarantacinque gradi rispetto al raggio visivo dell’uomo, il naso in direzione del suo cuore, e lo guardò dal basso in alto, da dietro le sue sopracciglia, sbattendo le palpebre.
“da quant’è che sei a New York?

Ecco, di Situazioni come queste Pynchon ne dipinge, a occhio e croce, un migliaio. Senza acrobazie linguistiche, senza particolari brividi o uso di una lingua indimenticabile. Eppure, rasentando, e a mio parere spesso raggiungendo, la perfezione. La Situazione, ecco la parola chiave di Pynchon.

In generale, l’ho trovato molto meno difficile, alla lettura, di romanzi come Assalonne Assalonne o Rayuela, perchè non vi sono sperimentazioni di linguaggio nè forme particolari. La concentrazione esatta da questo immenso romanzo polifonico, però, è totale.

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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CONTRO IL GIORNO, T. Pynchon

Scellerato, esagerato, schizofrenico.
Pynchon sceglie l’inverosimile per spiegare più punti di vista del simile e del vero, approfittando del gran caos politico e sociale degli anni che precedettero la prima guerra mondiale e la formazione degli Stati Uniti d’America. Non si azzarda a inserire il Far East e il Giappone, nel calderone geopolitico in cui innesta la saga dei Traverse e i suoi derivati, ma per il resto ci dà dentro per costringere il lettore a ripassare un bel pò di storia, di matematica, di fisica.
Gli idealisti? Uccisi, come Webb Traverse, o messi in disparte, come Tesla. La terza via moralmente accettabile è quella dell’investigatore Lew Basnight, unico personaggio un pò stereotipato, e dedito al compromesso quasi italico, o quella campata fra le nuvole di Miles Rideeout, che però si prende una bella rivincita su la scienza esatta arrivando più in là di tutti nel’uso del tempo e dei suoi misteri.
Con l’avvertenza di copiare il grande Cormac in Meridiano di sangue ( ad inizio di ogni capitolo, tre righe a matita con il riassunto del capitolo medesimo. Credetemi, aiuterà…), un romanzo che destabilizza il lettore costringendolo a riflettere, criticare, alzarsi in piedi e protestare. Pynchon non è un Maestro della parola come un Wallace o un Mc Carthy, ma nei dialoghi è insuperabile. Non ce n’è uno realmente replicabile, eppure tutti funzionano. I personaggi parlano come in dei fumetti, le cose accadono per coincidenze o irragonevolezze. D’altronde, c’è ragione nel macello politico che sta contaminando Europa e Nuovo continente? No, e allora perchè i singoli dovrebbero essere bravi, sapienti, credibili? L’allegra brigata dei compari del Caso, preposta a vegliare sul mondo, cerca di fare quello che può, ma anche loro hanno le loro gatte da pelare, con gli sconfinanti. Le scienze pure trovano il modo di diventare focolaio di risse, spionaggio e amoralità, e appena la matematica e la fisica tentano di spiegare razionalmente il vecchio quesito di “Dove sono e dove sto andando”, scoppia un vero e gigantesco casino.
La città ideale? Sotto la sabbia, da cercare tutta la vita, e senza speranza.
La realtà? visibile solo con il purissimo Spato d’Islanda, ma tagliato in dodici facce. Ovvero, industrialmente irriproducibile.
La convivenza? Perfino a due è pura follia etica, a meno che non ci si affidi all’integrale di una fotografia, come alla fine succede a Kit Traverse.
Se volete un libro da leggere mezz’ora al giorno, lasciate perdere.
Se volete un libro da farvi battere i pugni sul tavolo, questo è quello giusto.
P.S. Nota di colore.
Nelle ultime cento pagine compaiono 4 refusi e addirittura uno scambio di persona. Traduttore e correttori di bozze, verso la fine, erano esausti quanto i lettori…

Marzo 2, 2014
di Fabio Palma
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L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’, T. Pynchon

Pag. 607: “non guardare al passato, c’è un tale rumore, una tale gravità”
Un libro, e ancora di più un romanzo, dovrebbe anche involontariamente generare delle diversità, di pensiero, di emozioni, di apprendimento. Portare qualcosa, insomma.
Come la maggior parte dei romanzi che superano le costrizioni commerciali delle 200 pagine (ultimamente, ahimè, tendenti alle 100…), l’arcobaleno della gravità, di ragionamenti e riflessioni, ne induce un bel po’.
Anzitutto, l’ho trovato un romanzo storico, per l’eccezionale raffigurazione della Germania post-resa, nella quale parecchi delle centinaia di protagonisti del romanzo si muovono a partire dal capitolone Nella zona. Fino a quel momento, il romanzo si muove persino su binari a pochi scambi, se ripenso a V. e Contro il giorno. Un incipit straordinario (che parte dal finale di Contro il giorno, infatti “è già successo prima”), quasi epico, che non t’aspetti da Pynchon, che infatti rimedia con le banane più grosse del mondo, cresciute, ma guarda un po’, a Londra (…). Nella lingua, in quella misteriosa centrifuga di parole che è la narrativa, lui (che non possiede, tanto per fare esempi, il tocco di un Faulkner o di un Wallace) dà qui il suo meglio, perchè laddove in V. e in Contro il giorno a dare spettacolo è il funanbolismo, qui arrivano frasi e architrave finissime, cesellate, raffinate; da pag. 152 a pag. 155, per esempio, si ride a crepapelle, si rimbalza fra erotismo e pornografia, ci si addentra nella poesia, il tutto anche nella stessa pagina. Le pagine 173-174 sono degne del miglior Faulkner, con lirismo e intensità. Nella coppia 187-188 ho ripensato al Matteo di Sartre ( bestemmia letteraria, forse. Scusate. Eppure ho avuto una rievocazione dell’Età della ragione…).
Mi stavo, insomma, crogiolando in una trama con diverse derivate ma, bene o male, rappresentabile su un canonico piano cartesiano, annotandomi le pagine dove comparivano i nomi propri ( per me, fondamentale. Es. Franz Pockler compare, dimesso, a pag. 210, ma è personaggio fondamentale, che Slothrup incontra a pag. 732. Pockler, infatti, è colui che, prigioniero del capitano Weissman , che ne tiene ostaggio la figlia Ilse, nei laboratori di progettazione delle SS arriva finalmente ad applicare la famigerata plastica Imipolex G al razzo ultimo, quello che appunto Slothrup sta cercando, perchè farebbe luce sulla sua vera identità. Sulla sua vita. Slothrup tenta l’impossibile, ricostruire il film della sua vita! Lascerà, nelle ultime due pagine, una canzoncina, sul suo tentativo…), ricostruendo alcune delle storie più affascinanti ( Cycerin, Ezian, Katie, Blicero, Roger Mexico, Pointsmann, i due medium Carrol Eventyr e e Peter Sastra. Io segnalo questi, da “taggare” senza sconti. Ma magari voi ne aggiungerete altri, d’altronde, su 400…), segnandomi anche stili e tecniche narrative.
Il problema, però, è che avevo dimenticato che si stava parlando di un razzo, anzi, del primo razzo umano, che (ci arriva prima la derelitta Katie, ad intuirlo), da un certo punto in poi vive di coscienza propria. Forte di sane conoscenze in materia e di una solida preparazione matematica, infatti, Pynchon si attarda a spiegarci con particolari anche avvincenti la genesi della progettazione del razzo, i problemi di combustione iniziale, gli studi per la corretta balistica. Dov’è il controllo, chiede lo spettro a pag. 222.
Appunto. Da un certo punto in poi, il razzo va per conto suo, più o meno verso il giusto obiettivo (dopo esilarantissimi esperimenti). Poteva, Pynchon, non attenersi a cotanta allegoria e continuare su canonici schemi narrativi? E’, ovvio, no, e d’altronde l’unico vero protagonista principe, Slothrup, ha nel nome il concetto di entropia. E poi, appunto, ci si addentra nella zona, dove le potenze vincitrici sono ben lontane da ricostituire un ordine decente e presentabile, dove regna il caos e la turbolenza, dove una nave bislacca trasporta il massimo degrado morale che ci si possa immaginare, dove l’unica vera organizzazione è un agglomerato di neri, Herero sopravvissuti allo scempio tedesco della Namibia ( e portati in Germania da Hitler stesso, che li mette a guardia del razzo, intuendo il loro Spirito missionario ed etico. Sublime idea storica-narrativa), che si fanno beffe di spioni, militari o industriali, in una rivendicazione quasi sociologica dell’ancestralità. Come a dire, avete voluto massacrare il mondo, bene, siamo noi, i primitivi, gli unici a raccapezzarci, troppo comodo arrivare un minuto dopo del the end e pensare di ricomporre tutto in quattro e quattro otto, per giunta cominciando pure dall’agognato schattgerat, il razzo 00000, l’ultimo, quello che avrebbe fatto vincere la Germania, se fosse arrivato in tempo.
E così, fra orge, travestimenti da maiale, fughe in pallone aereo-statico, sniffate di droga e duelli a distanza con chi lo voleva controllare fin dalla nascita, Slothrup vaga alla ricerca del razzo ultimo, e di quella plastica misteriosa frutto di una ricerca internazionale.
Eh già, perchè Pynchon dipinge anche un cartello multinazionale che se ne frega di morti e distruzioni e che, ben al di sopra del potere politico, gioisce e gode per le riuscite militari (ehi, ma mancavano 20 anni alle guerre del golfo, Thomas!); ci dice che Slothrup è in realtà un uomo esperimento, ed ecco perchè è in grado di sapere con anticipo dove cadranno le V2 a Londra ( è proprio l’unico, perchè le V2, più veloci del suono, prima cadono e poi si fanno sentire…). Le sue premonizioni interessano anche Portmann, un sadico chirurgo della White Visitation, che manda a cercare il nostro eroe (!) in tutta la zona ( ah, la scena della castrazione del maggiore americano Mavy, pag. 786. In Pynchon, il potere sessuale è primo e potentissimo potere umano). Zona che però è anche infestata da Cycerin, testa di ponte dello spionaggio russo, fratello del nero meticcio Ezian (capo degli herero della zona), indeciso se obbedire ai capi o fregarsene e far fuori il consanguineo, perchè proprio non gli va giù avere un nero del suo stesso sangue.
L’ultimo capitolone, La forza contraria, è terribile: si arranca nella lettura, il razzo va ormai per conto suo, la conosciuta gravità è andata a farsi fottere ( da qui l’arcobaleno?), e a pag. 927, in uno dei rari paragrafi abbastanza comprensibili, si afferma che “il Razzo viene sotto le spoglie del Rivelatore. Ci mostra che nessuna società è in grado di proteggere, non lo è mai stata-le società sono assurde come scudi di carta”. E’ Enzian, il capo Herero, che parla. L’unico che intuisce la potenza dell’avvento del razzo. E infatti prosegue dicendo che “Prima del Razzo abbiamo continuato a credere solo perchè volevamo farlo. Ma il razzo può scendere dal cielo in qualsiasi momento, può penetrarlo dove e quando vuole. Nessun posto è sicuro. Non possiamo più credere in Loro. Per lo meno, se siamo ancora sani di mente e se amiamo la verità”.
Capite? La società, arrovellandosi per distruggere e per controllare, ha generato, inconsapevolmente, un Rivelatore. Il Razzo arriva senza neppure il suono, colpisce e uccide, niente può proteggerti. E le superpotenze vincitrici si approprieranno della sua tecnologia, la svilupperanno, per arrivare ai missili, alla luna ( sì, violenteranno anche la divinità superiore degli Herero, e Ezian lo preannuncia. Non c’è scampo neppure per la divinità), dimenticandosi dell’elemento semplice, l’uomo, che infatti tende ormai all’anarchia diffusa, nella vita (vedi la Zona, appunto), e nella narrativa, anche ( eccomi, eccomi, dice Pynchon, nelle terrificanti ultime pagine, dove lascia che tutto vada per conto suo, in fondo il razzo sta per atterrare, no? Chi lo sa dove.
“ Il vero momento d’ombra è il momento in cui vedrai il punto di luce in cielo. Il punto singolo, e l’Ombra che ti ha appena raccolto sotto la sua ala…”, dice il supersadico Blicero, l’uomo delle SS che sovrintende i lanci, e in particolare l’ultimo, quello definitivo, con il suo Gottfried dentro. Katie, l’altra, è fuggita, rivelandosi la spia che sospettava. Ma Blicero sapeva che è nella omosessualità, quindi NON nell’opposto, che stava la sua vera dimensione. Ti puoi fidare solo di te stesso, no? E manda il suo schiavo a vedere cosa davvero succede, lassù, nella discesa).
Nella nostra zona storpiata, infelice, c’è un’anima in ogni pietra, canta la canzone finale. Un inno fuori stampa, si dice.
Ecco, ho dimenticato un migliaio di riflessioni ( Cycerin dai Cirghisi, ad insegnare l’alfabeto. La battaglia politico-militare sulle consonanti. Perchè è il verbo che conta più di ogni altra cosa, e come annunciarlo, lo sappiamo, è fondamentale, è da lì che si dipana tutto…), un centinaio di annotazioni, e, soprattutto, un mare di punti di domanda. Pensavo che il mio Genius fosse un po’ complesso, e che stessi esagerando in quello che, a tempo superperso, sto buttando giù, disordinatamente, ma libri come questo tracciano una bella riga rossa sotto la definizione di narrativa. Per esempio, sul concetto di piacere, e di bellezza. Wallace dichiarò che apprezzava il 30% di quello che aveva scritto Pynchon. Corrisponde, io credo, al massimo di quanto abbia percepito ( non capito!) del romanzo. Ci sono altre cose che vorrei aggiungere ( non è che V. e il razzo coincidono, per esempio? Benny Profane e Slothrup, che dire della loro somiglianza fisica e comportamentale?), e tantissime da chiedere. Ho letto questo libro parallelamente ad altri ( otto, per la precisione), titoli non stupidi e anzi, a volte decisamente di valore, e ho percorso la sua immersione ( sua di esso, il libro. La mia è stata una rana di galleggiamento…) maneggiandola come un esame universitario di quelli tosti, quelli che alla fine prendevi anche la lode ma che a casa ti dicevi, ma che ho capito, poi? (Analisi III, per esempio…), accontentandomi sui miei limiti, anche culturali, cercando di prendere al volo tutto ciò che riuscivo ad afferrare. Ringrazio Pynchon anche se non mi emoziona come altri, la sua è una letteratura diversa, è un cannoneggiamento sparso, da cui o ci si rifugia o si risponde con le rime, prendendo nota di balistica, traiettorie, ecc, ecc.
E’ un’avventura totalizzante, che consiglio, che potrebbe perfino disgustare, che mette con le spalle al muro, che va al di là del marketing, del piacere per piacere. E’ uno studio, ecco.
Quando succede qualcosa, in questo e negli altri suoi libri che ho finora letto, non c’è mai suspence, non c’è mai un’introduzione. Nel bel mezzo della frase, spesso accompagnato da un dialogo assolutamente fuori luogo e irrealistico, quell’avvenimento accade, cambia la situazione, del personaggio e della storia. Un taglio netto, così, senza avvertenze.
Come a dire…segnati una cosa, lettore, delle mie, di cose: quando il destino cambia, non c’è mai un segno che te lo dice, prima.

Febbraio 25, 2014
di Fabio Palma
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SABATO primo Marzo, Libreria Cattaneo

Questo Sabato, alla libreria Cattaneo di Lecco, ore 17.00, sono particolarmente felice di partecipare alla presentazione di una raccolta di racconti di ragazzi e ragazze di grande talento narrativo.SABATO primo Marzo

Alcuni racconti, credetemi, farebbero invidia a scrittori di fama.

Nella stesura dei racconti ho dato una mano nel editing e in qualche affinamento, fermo restando che il materiale di base era da buono a eccellente. L’intelligenza di questi ragazzi mi ha dato molto da pensare, il tempo sbiadisce  i ricordi e questa è una frase molto fatta e stantia ma ho seri dubbi che al Liceo che ho frequentato, che pure non era affatto di livello mediocre, ci fosse una concentrazione di talenti letterari così elevata. Soprattutto, nessuno aveva avuto l’idea di stimolare la vena narrativa dei ragazzi, che ovviamente non poteva quindi neppure dimostrare di esistere. I temi erano l’unico momento di scrittura istituzionale, io aspettavo il tema come momento di pura estasi ma rimaneva l’unico momento in cui di fatto prendevo in mano una penna e scrivevo qualcosa. Anche le letture erano lasciate alla buona volontà e insomma non c’era assolutamente un possibile brodo di coltura narrativo. Normale, quindi, che nessuno pensasse seriamente alla professione di scrittore, neppure io, che pure dimostravo di averne interesse e probabilmente talento. Qualcuno degli autori di questa raccolta potrebbe benissimo diventare uno scrittore/scrittrice di fama ( meritata, non alla Moccia, per intenderci), da un punto di vista strettamente economico potrebbe non essere un buon auspicio ma, a pensarci bene, oggi non sono tempi da professione sicura e quindi…

Febbraio 25, 2014
di Fabio Palma
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YNGWIE

Perché è cianfrusaglia, quell’idea dell’età. Così avrebbe spiegato poi Buckethead, in una conferenza stampa, ma solo mesi dopo, soltanto molti mesi dopo.

 

“Yngwie ? ”

La ex star scrollò gli occhi, sprofondò nel divano, e se ne uscì con una parolaccia.

Era domenica, se lo ricordano tutti perché erano le sette di mattina e nessuno aveva avuto il permesso di dormire. Buckethead aveva trascorso la notte ascoltando 54 chitarristi diversi, serviva un guitar player per il suo primo gruppo da solista, e aveva ancora tre ore per trovarlo. Perché la casa discografica non poteva più aspettare, e se Buckethead falliva quel contratto “se ne sarebbe tornato a fare il macellaio”.

Erano anni difficili, per il rock. Ok, c’era stato The Wall, ma c’erano anche i Dire Straits, ed erano un timbro, il rock è morto, sono solo canzonette. Led Zeppelin, Deep Purple, Doors, Clapton…tutti scomparsi, o riciclati a fare altro, anche di qualità, ma altro. E poi erano arrivati quei due, Young e Van Halen, e non bastava più fare buoni pezzi, ora serviva avere un grande guitar player, sennò finivi dietro i trenta, o peggio in discoteca, all’ora che si sfollava, quando Donna Summer aveva già esaurito qualsiasi timpano.

Così, quella mattina, il manager tirò fuori la scheda, disse al ragazzino “ci provo”, e andò da Buckethead.

Yngwie veniva dalla Svezia e si ritrovava con quel nome lì, ed erano due cose che combinavano con Los Angeles come un oggetto d’arte in un bagno pubblico. Perché c’era arte, in quel ragazzino, ma Los Angeles era già allora alla deriva, stritolava l’arte con le luci al neon e slang ispano americano, la musica scopiazzava le liti e la boxe delle cantine di periferia, dove emergeva solo chi odiava l’anima, l’arte, e forse anche se stesso e Dio. Anni dopo, il rock sarebbe ripartito proprio da lì, e da New York, ma allora, nel 1980, c’era solo un fastidioso alito di antico.

Buckethead era nei guai, buttato fuori dal suo gruppo e con un paio di ville che non riusciva a svendere. Aveva la sua voce, ancora, ma doveva bere meno, rimanere lucido, ed era dura spezzare una caduta, poi lui era inciampato in alto. Tre anni prima, lui e il suo gruppo avevano riempito le arene e le radio di mezzo mondo, la settimana prima si era esibito in una Tv privata per 500 dollari.

Per tutta la notte, aveva sentito copie di chitarristi, gente che scimmiottava ora Van Halen ora Jimmy Page, ragazzi senza nerbo, con muri di effetti e di elettronica, dita agili ma spente. Li ascoltava, ad uno a uno, e sentiva il baratro vicino.

La scheda, e il nome.

Yngwie.

Un bambino, cazzo, un bambino. 16 anni.

“Fallo entrare”.

Molti anni dopo, Buckethead, seduto e con la testa in fiamme, la sua piscina enorme davanti al parco, avrebbe ripensato a lungo a quell’istante.

Da uomo vecchio, le cose le vedi sfocate, però meglio, anzi a grandangolo. Come avere un tavolo davanti, ed è la tua vita, con sparpagliate le azioni, i bivi, le volte che ti sei seduto ad ascoltare un ragazzino, quelle in cui hai tirato avanti divorato dalla presunzione di capire.

Là, in fondo al tavolo, c’è la tua gioventù, quella in cui eri TU ragazzino e chiedevi di essere ascoltato, mentre ti infangavano lo Spirito con parole sorde come esperienza, maturità, qualità che non potevi avere, dicevano. Allora ti affidavi a scorciatoie, magari ascoltavi il rock per digrignare i denti di nascosto, ma all’occorrenza piegavi il capo, ti vestivi bene,ti adattavi alle esigenza di una società che chiedeva spremute, non distillati. Là, in mezzo al tavolo, c’era quella volta in cui ti avevano voluto rammentare che sul lavoro eri l’immagine della tua azienda. Oppure, ed era il caso di Buckethead, c’era stato il primo contratto firmato, con poi un pubblico da soddisfare, non più da colpire o da stupire come quando aveva avuto 15 anni, e si dimenava in una cantina squarciando l’angoscia con una voce da primato, senza veli, roca, rock, una voce che avrebbe venduto milioni di dischi, ma diversamente, non più pura.

E nel tavolo, qua e là, c’erano gli incontri, e per Buckethead, tutta la vita, dal fondo del tavolo fu possibile scorgere quello con Yngwie, quello che gli ridiede slancio, milioni di dollari, il numero uno in classifica, e un’anima insozzata da Tv, interviste, persino smoking.

Yngwie entrò nella stanza che fuori Los Angeles era ancora appiccicosa dagli eccessi della notte, ed era il momento giusto, le strade stavano lasciando in pace i suoni, ancora.

Aveva due chitarre, una per lato, si sedette e tirò fuori la prima, una chitarra classica, Buckethead squadrò la scena, il moccioso era il primo a presentarsi con un’acustica ad un provino per un gruppo rock. D’impeto, invece di urlare FUORI, esclamò:

“suona qualcosa”

Yngwie lo guardò tranquillo, poi Buckethead non capì più nulla, davvero: perché nessuno, al mondo, aveva prima di quell’istante suonato, su una chitarra acustica, veloce come uno squarcio in una stanza, sbriciolando l’impossibile e il difficile, un Capriccio di Paganini, a quel modo poi, le cinque dita della mano sinistra infoiate ma coordinate, cazzo coordinate, con la stratosferica velocità della mano destra, ove tre dita saltavano come impazzite sulle corde mentre medio e pollice, simultaneamente, e provate ad immaginarla, la scena, tre dita per conto loro e due per altro conto, con un plettro in mezzo, tutte queste dita appartenenti alla stessa mano fendenti l’aria come se mancasse attrito, nell’aria di Los Angeles. Avete letto, non riesco neanche a coordinare i verbi, a descrivere quella scena là. E due minuti dopo il moccioso armò il braccio con una chitarra elettrica che presto fu vicino alla ex rock star, ora attenta, sveglia, sudata nel cuore per un battito veloce, di emozione, e da vicino la rock star, già non più ex, come farsi scappare quel moccioso dalla sua band, pensò, vide che la chitarra aveva tre corde, tre dico, il ragazzino aveva spolpato la sua chitarra elettrica regalo di una nonna in quel momento davanti al fuoco di un camino di una lontanissima baita svedese sommersa da neve bianchissima come su tutte le colline di quel paese lontano, e Yngwie suonò un brano che sei mesi dopo arrivò poi in testa alle classifiche del lontano Giappone, un brano con un ritornello martellante, ma BELLO, e tre assoli assurdamente veloci e micidiali, che sfottevano l’assenza di tre corde e tutti i chitarristi che al mondo erano ormai schiavi dell’elettronica e dei trucchi e degli effetti. Allora Buckethead, alla fine di otto minuti di provino, guardò fisso gli occhi di ghiaccio ( quello che solo un mese dopo avrebbe poi ricoperto l’intera Svezia) del ragazzino e disse:

“Dove cazzo hai imparato a suonare così? “

“Da solo”

“…”

Silenzio.

“Da quando suoni? “

“La chitarra? “

C’era da impazzire, con quel ragazzino lì.

“Perché…cos’altro suoni? “

“Il pianoforte”

“…”

Silenzio

“Ok, da quando suoni la chitarra, e da quando il pianoforte “

“Il piano da 11 anni, la chitarra da sette. Col piano solo classica, molto Lizt, Bach naturalmente, Schumann. Con la chitarra suono tutto quello che suono col pianoforte, poi Paganini, tutto, era avanti, è interessante rifarlo adesso, con la chitarra, c’è fraseggio…poi ho cominciato col rock, ho arrangiato Hendrix, Blackmore, ho limato i capotasti perché volevo essere più veloce e…”

“Ok, fermo, le cose tecniche le dirai alla stampa, ok? Ma cosa hai suonato prima, davanti a me, dico…”

“Prima Paganini, poi un pezzo mio, l’ho composto due anni fa, ho un sacco di roba così, la definirei neoclassica, suono la musica classica con uno strumento di oggi come la chitarra rock”

“Che dicono i tuoi di vivere a Los Angeles?”

“In Svezia, a 16 anni, vivi già solo, anche in famiglia”

Così.

D’un fiato, Buckethead seppe chi era Yngwie, e già comprese che non sarebbe durata molto, con quel moccioso lì. Oh, certo, abbastanza per una montagna di soldi e almeno due dischi da spaccare, ma poi si vedeva che se ne sarebbe andato per i fatti suoi, sarebbe diventato solista, e già lo vedeva grasso, e flaccido, imbastardito dal successo, una star, il grasso a risparmiare solo quelle dita senza senso, lunghissime e noncuranti della velocità, prima o poi qualcuno sarebbe stato ancora più veloce, e allora lui avrebbe rinnegato la velocità, avrebbe detto che non è tutto, storie di uomini che prima esplorano e poi rinnegano l’importanza dell’esplorazione quando non sono più capaci di farla.

Molti anni dopo, Yngwie avrebbe bussato alla porta del ricchissimo, e ormai stremato dalla malattia, rock star, e Buckethead avrebbe scacciato via la coda dei questuanti e dei fan ormai inutili, e poi Yngwie, grasso, troppo grasso, si sarebbe seduto a fianco del letto orrendamente decorato con oscene figure dorate, avrebbe sfilato da una custodia intarsiata una chitarra strana, stranita, con due sole corde, e avrebbe suonato un pezzo alla salute della vita, e dei suoi errori.

Buckethead lo guardò disteso, così Yngwie capì che doveva parlare, per l’ultima volta.

“Non sono mai riuscito a suonarne solo una, sensatamente, di corda. Vecchio, ho anche rallentato, ma non sono mai riuscito a suonarne solo una.”

Così Yngwie assistette alla morte del vecchio Buckethead.

Così è il rock, quando ti rumina dietro tutta la vita.

Febbraio 22, 2014
di Fabio Palma
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Il donnone, estratto da Condèmoni

Si presentò sbattendo in avanti l’ombra, poi il resto.
Stojko pensò che quel donnone ricordava un land rover, gli stessi tasconi del vestito larghissimo, privato di una cintura evidentemente impossibilitata ad agire gli diedero la sensazione di esercitare la funzione di portiere e portellone posteriore- pensò che da un momento all’altro da una di quelle aperture potesse davvero uscire qualcuno, sgonfiando il donnone-D’Andolfo rintracciò la figura di una Madre superiore che l’aveva rivoltato più volte come un calzino in lontani e cupi anni scolastici, Slice si vide inadeguato a sostenere con lei ogni forma di discussione o diatriba, Stojko rimpianse la presenza di Rudy, il capo avrebbe certamente affidato a qualche formula geometrica la spiegazione di simili ridondanze, poi osservò la peluria del mento, simile a quella di un kiwi, Spillo è il primo ad azzardare un buongiorno e chissà perchè cominciò a canticchiare silenziosamente For those about to rock, il donnone li squadrò come fossero verdure da sminuzzare e d’altronde a nessuno era sfuggito che il vestito, che poi era un grembiule a due piazze, era generosamente tinto di macchie da cucina, il donnone fece come per annuire e disse buongiorno, e lasciò il saluto mozzato, D’Andolfo calcolò febbrilmente quanti anni avrebbe avuto in quel preciso momento quella Madre superiore e concluse che non avrebbe dovuto essere la stessa persona ma gli parve strano che al mondo ci fossero addirittura due forme così e che lui le avesse conosciute entrambe, fu tentato di credere alla reincarnazione, Spillo ora sente distintamente i cannoni di For those about to Rock e Brian Johnson deve spingere sull’acceleratore per sovrastarli, Slice abbozza un vorremmo chiederle qualcosa ma la frase gli si strozza nell’esofago, Stojko rabbrividì al pensiero che la stazza avrebbe suggerito agli altri molte battute sessuali aventi lui come partner di secondo piano del donnone, notate come stiamo usando sia il presente che il passato in questa fase narrativa perchè davvero la visione del donnone abbraccia numerose forme temporali, è come se ci fosse una curvatura nel tempo dovuta ad una drammatica prevaricazione spaziale, il donnone ora fissa tutti quanti come potrebbe fare un verbo imperativo, non dice niente ma è come se lo facesse, non è questione di carisma ma di dominio, e ora, si chiede Spillo, è chiaro che hanno tutti le idee confuse, per esempio a nessuno viene in mente di associare a quel donnone un qualsiasi fascino femminile e quindi Slice allibisce quando, entrando nel locale successivo, peraltro avvertendo la folata d’aria generata dal donnone, su una parete crede di riconoscerla in una avvenente ragazza immortalata in una gigantografia, una maglietta sconciamente a V su una coppia di seni di perimetro, in sezione, veramente abbondante, proprio quel donnone lì, la poligonale del viso molto più graziosa, la vita assai stretta, l’ombelico in evidenza e decisamente sensuale, pantaloni pinocchietto ad evidenziare caviglie sottili, un tatuaggio su una spalla, una crittografia, poco dopo ci arriva anche Spillo allo stesso riconoscimento fisiognomico, e a tutti pare poi anche fuori luogo una foto del genere in un locale prossimo alla chiesa, ma forse anche il prete, lì, ha avuto un atteggiamento pietistico verso l’alta marea temporale che ha sfondato le curve di quella ragazza, così sicuramente prelibata negli anni dorati e troppo spesso sottovalutati della gioventù, Spillo ora addirittura canticchia Honestly e si ricorda di una festa in una taverna di molti, molti anni prima, quando una quindicina di bambini­ragazzi ballava al ritmo di quella canzone melensa e che lui stesso detestava, e che però, mannaggia, ora riconosce gli manca, quella canzone e quei momenti lì, quando si mormorava vuoi diventare la mia ragazza? All’orecchio di tutte le ragazze­bambine della festa, chissà, chissà quel donnone quante volte disse di no, chissà se l’avrebbe poi immaginato, di finire così, il tempo non graffetta mai certe cose come il fisico e l’entusiasmo, piuttosto tende a
conservare altri particolari, che so, le parvenze severe di certi toni di voce, lo sguardo torvo, una smorfia del viso atta a dire no, e queste peculiarità acquistano via via sempre più preponderanza, comunque ora siamo qui, in una stanza con la gigantografia di una de­incarnazione, vorremmo vedere il sacrestano, perchè, risponde lei, qualche domanda sulla chiesa, ribatte Stojiko, è impegnato, dice lei, possiamo aspettare?, mormora Slice, se volete, sibila il donnone, D’Andolfo scuote la testa e a tutti pare il rollio di una nave, è totalmente preso dalle manone della Madre superiore che lo pigiano per far saltar fuori il comportarsi bene ( D’Andolfo, vi ricordiamo, non ha mai preso più di 7 in condotta, molti anni prima), Spillo prova la fermissima sensazione di avvertire un bruciore d’ortica all’inguine e cerca di collocare quel dolore alla situazione imbarazzante che stanno vivendo, e tutti, ma proprio tutti, vorrebbero lì Rudy, il capo, perchè con quel donnone lì non c’è verso di imbastire una domanda da qualche euro di valore.
E’ vero, non era stata sempre così, il donnone. Non tanti anni prima era stata innamorata di un uomo con cui era un fregarsene della tipologia di curve, era un annegarsi nella pelle altrui, sfidando le soglie della buona condotta, oltre le quali pare ci sia solo illecito eppure, chissà, a lei sembrava proprio comunque e sempre sentimento, parola a cui ora al vostro narratore sfugge la genesi precisa, mento chissà da dove viene ma senti, il prefisso insomma, dovrebbe proprio provenire da sentire, e mentre la squadra rifletteva sul da farsi a Slice venne in mente che quel donnone sentiva un fiato e un respiro proprio come lui, due forme umane così diverse eppure così accomunate, non siamo mica diversi dagli animali perchè pur diversi tutti sentiamo? Che cose strane, a volte, vengono in mente.

Febbraio 22, 2014
di Fabio Palma
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L’ombra, estratto da Condèmoni

Verso le due del pomeriggio il sole, o quel che se ne vedeva 350 giorni all’anno nel cielo burroso della pianura padana, scompariva dietro il parallasse del grande caseggiato, e un’ombra che aveva un non so che di maligno fagocitava lo spelacchiato giardino pubblico, che istantaneamente si svuotava di gatti e uccelli, già prima ombrosi, sospettosi e sospetti, reduci da migliaia di battaglie quotidiane pulviscolari e sporche, e allora solo le cartacce di sigarette e bottiglie di plastica semi schiacciate e brandelli di teli e suppellettili restavano a prendere freddo e umido nelle mezze stagioni( perchè era solo freddo d’inverno, nient’altro, e vi era un puzzolente caldo nei due terribili mesi centrali estivi, nient’altro) Rudy si sedette su una delle prime panchine che andarono all’ombra e notò che l’ombra del caseggiato pareva un arrendersi, perchè le centinaia di finestre viravano al grigio e il grigio, per l’occhio umano, era sempre stato sinonimo di cupa bandiera bianca e di pericolo. Si chiese come mai non c’erano mai panni stesi su nessun lato del condominio, e se anche questo fosse un indice di stranezza, visto che anche nei più sfigati vicoli urbani mutande e pantaloni colorati erano da sempre mostrati come rivincita della vita sulle strettezze del destino. Su quelle pareti butterate niente faceva presagire una vita interiore, non c’era che pallore, e pallore, per Rudy, da sempre era stato parente di dolore, e in lui si faceva spinta, a calcioni, l’esigenza di saperne qualcosa di più, la necessità vera e ansiosa di capirne la porosità, perché il dolore, ne era convinto, non era mai un muro metallico ma piuttosto una spugna piena di disagio, un liquido che ti entra dentro e non tenti neanche più di sputarlo fuori perché te lo fai fratellastro, fino a quando non diventa fisico ed allora cominci a lottare per buttarlo fuori. C’era dolore e tristezza, là dentro, in quasi 3000 persone? Erano state tutte rinchiuse a rincorrere qualcosa? Erano dei custodi? O era tutta una farsa, soltanto un condominio assurdo e isolato con migliaia di persone capitate lì tutte insieme, con lui e la sua squadra cercando di rivelare nient’altro che l’ennesimo stupro della felicità e del vivere sereno? Da piccolino una volta si erano messi a recintare un campetto di calcio, era talmente in discesa che la palla, a centrocampo, bisognava arrestarla con la suola fino a quando non si dicesse via tutti insieme. E allora nei due tempi ce n’era per forza uno dove per tutti tirare in avanti era semplicemente un modo per sistemarsi meglio in difesa, e comunque mai e poi mai si tentava la corsa in salita per andare in vantaggio. Si aspettava il tempo buono, quando davanti vedevi gli avversari più bassi e laggiù, in fondo, la porta, la gloria, e allora si trattava di calibrare bene i passaggi verticali e i tiri da fuori, perché diventava tutto più veloce e profondo. Arrivò Stojko, mentre aveva tirato di poco a lato, sul palo destro. Sa, capo, pensavo che adesso è orrendo, ma 40 anni fa doveva proprio apparire anche terribile, ‘sto coso. Adesso è enorme, ma bene o male siamo abituati a vedere palazzoni senza senso, la periferia ne è piena. Non così, ma vabbè. Ma allora

beh, era un modo per dare nell’occhio, alla fine. Non passavi certo inosservato, se costruivi una cosa così. Non hai tutti i torti, Stojko. Ma è anche vero che dappertutto c’era il boom del mattone, costruivano un po’ dovunque. Boh, sarà. Ma così alto

pensavo anche un’altra cosa. La dico? Fa niente se è una boiata? Dì, dì pure. Ne abbiamo bisogno, di idee. Per me allora non c’erano abbastanza negozi. Rudy lasciò definitivamente il campetto di calcio e si mise un pollice nell’occhio destro. Prima ancora che Stojko proseguisse capì il senso dell’osservazione. Voglio dire

Ho capito. Non è una boiata, Stojko. Potremmo dare un’occhiata al tasso di crescita dei negozi dell’epoca, e vedere se in un intorno ragionevole ce n’erano abbastanza per tutta questa gente. Eh, questo volevo dire. Altrimenti

Altrimenti all’inizio qualcuno portava la roba. Soprattutto se non tutti avevano una macchina, all’inizio. E magari allora non era proprio da tutti, l’automobile.Stojko, a volte sei sorprendente, sai? Questa frase, capo, me la disse una di Lugano, una volta. Rudy si alzò dalla panchina e per un attimo i pantaloni non vollero sapere di seguirlo. Immagino, immagino. Andiamo, una capatina al catasto alla settimana non fa mai male. Questa volta ci andiamo noi di persona, così non vedono sempre gli stessi. Non si sa mai. Ah, un’altra cosa. Rudy aveva già fatto due passi. Un’altra idea? Come mai la vernice non è diversa nel lato N ord­Ovest, che da queste parti prende meno sole? Allora Rudy si fermò proprio di colpo, si voltò, guardò il caseggiato, poi Stojko, e disse. Mi sa che l’infarto ti ha fatto bene, a te, Stojko. Dovete capire che il delinquere è anche uno stile di vita, e come tale appassionatamente coltivato e difeso da qualcuno. Se ve lo dimenticate, non beccherete mai nessuno, solo ladruncoli o poco più. … Non sono molto chiaro, eh? Non volevamo dirlo, capo

Stojko, tu giocheresti a golf? Dipende. Se mi pagassero, un’oretta, magari

Eppure è un gioco molto tecnico e difficile, sai? E c’è gente che spende un mucchio di soldi, per giocarci. Hai una pallina assolutamente propensa al fuori controllo, e la devi mandare in piccolissimo foro. Ha a che fare con la precisione. … E molta gente la cerca, capisci? Molta gente è attirata, dalla precisione. E’ maniacale, in questo. Ecco, nel delinquere, la gente è attratta dal contrario della precisione. … Capo

Detesta l’ordine, capite? Ordine, regole, linearità. A loro modo, si sentono portatori di una certa necessità, quella di rendere più strano e curioso il mondo. Bisogna partire a lì. Vi faccio un esempio, la gente pensa, mi ruberanno quando sono in vacanza, e si attrezza di conseguenza. E invece la maggior parte dei furti avviene con gli inquilini presenti, magari mangiano o guardano la Tv. Sapete perchè? Perchè a molti ladri piace entrare nella sfera domestica altrui. Sono dei guardoni, fondamentalmente. E, incidentalmente, fanno colpo, perchè agiscono nelle condizioni migliori, con difese avversarie indebolite. Prese fiato. Ruotò la punta della scarpa bassa verso destra, un tic che aveva quando era infervorato. Le ascelle andavano per la loro attività. Per il serial killer, ciò è vero all’ennesima potenza, fra l’altro. Tutto ciò che è sicurezza interiore è detestabile, loro non ce l’hanno. Per questo attaccano in momenti in cui la preda è tranquilla.

Febbraio 22, 2014
di Fabio Palma
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Nella corsa

Nessun fatto reale da cui ho tratto ispirazione, per questo racconto. Rileggendolo, vedo un legame con lo storico duello Powell-Lewis, salto in lungo. ma forse è solo un’impressione

 

Nella corsa

Cerco di bere la vita invece di sorseggiarla da astemio.”

A me sembra che alla gente piaccia sapere di tappo, non che lo voglia veramente, ma vedo che tende a conservarsi, come se il meglio dovesse essere sempre rimandato, il meglio di se, dico. Però è un po’ come il vino, il Natale scorso papà ha stappato una bottiglia che aveva quarantanni, e il vino sapeva di liquore, non che fosse malvagio, io poi non bevo, ufficialmente, sono piccolo, però sono andato sul terrazzo a scolare la bottiglia, di nascosto, ovviamente, e sapeva come di alcol, come quella di brandy che avevano aperto il mese prima.

Papà diceva a tutti, questa è una bottiglia speciale, l’ho tenuta in serbo per decenni, ha più della mia età, però poi si vedeva che non era contento, del sapore, era inaspettato, magari particolare, originale, ma non più autentico, e non è la stessa cosa essere originali o essere autentici, anche se a me sembra che anche in classe ci si debba comportare da originali per essere osservati, ma bisogna stare sempre attenti alla propria autenticità, forse perché è propria

Silenzio.

Applausi.

Luci che si accendono, prima discretamente, poi come brillanti.

E questo suo padre lo scriveva a nove anni…”

Sì, e l’ho voluto mettere nel libro, era un esempio del suo talento, di come vedesse le cose, di come scrivesse”.

Ma poi lei nel libro scrive che smise quando l’atletica lo assorbì, quando cominciò a vincere”

Sì, è così. Sul muro di casa c’era un quadretto con una sua frase, ora non la ricordo bene, col tempo si è perso, però il senso era che l’orizzonte di ciascuno è scritto nelle distese africane, la giungla è il tempio delle possibilità, la savana delle differenze, il deserto delle scelte personali. Perché quando si sceglie davvero, si entra come in un deserto, la gente ti evita se va bene, ti sparla alle spalle se diventi qualcuno. Invece se ti differenzi appena, sei riconosciuto, tollerato. Mentre se salti da una possibilità all’altra ma senza mai veramente scegliere, sei come in una giungla, insignificante per te e per gli altri, nella giungla non ci sono re e l’unica regina è la giungla stessa, tutti sono in balia di lei”.

Non trova che avrebbe potuto diventare qualcuno, come scrittore?”

Sì, ma mio padre era ambizioso, e quando fece quel tempo, a scuola, capì subito che sarebbe potuto diventare qualcuno in fretta, popolare. Diventò la sua ossessione. E io dico che era come entrare in un deserto ma sotto i riflettori”

Lei scrive che le raccontò decine di volte dei suoi esordi…”

Sì, che poi furono dirompenti, poi i 400 metri non è che fossero disciplina per tutti, si correvano giusto una volta all’anno, a scuola, anche adesso ci si iscrive per fare qualcosa di diverso, ma chi li corre anche una sola volta seriamente li evita per sempre, hai solo bastonate, dai 400 metri. Perché non è una fucilata come i cento metri, dove neanche pensi, ti alzi dai blocchi e sei già arrivato, ma non c’è neanche tutto il tempo della strategia del mezzofondo, perché lo sforzo è così drammatico che il cervello è annebbiato dai cento metri in poi, poi tiri al traguardo e sei così sotto di te che odi tutto, la corsa, gli avversari, la pista, il pubblico che ti incita invece di fermare quell’asfissia”

A diciotto anni il mondiale..”

Già, e a soli venti mesi dalla prima corsa. Ma il tempo c’era, era il migliore del paese, insieme a…”

Insieme a Speziali…”

Sì, e si allenavano insieme, erano fratelli, e avevano lo stesso tempo, praticamente, tra i migliori al mondo, e con lo stesso tempo. Solo che in allenamento erano andati entrambi sotto il mondiale, ed allora c’era di mezzo anche la staffetta, e lì avrebbero spaccato, in gergo si diceva così”

Così rinunciarono all’individuale”

Sì, magari è strano, suona strano, ma avevano fatto i conti, se avessero corso l’individuale avrebbero lottato per il podio, magari avrebbero stabilito il mondiale, ma ci sarebbe stato un primo e un secondo, comunque uno avrebbe prevalso sull’altro, e non lo volevano, e poi erano ambiziosi, e avevano capito che coi loro tempi, in staffetta, con Paci e Viganò che comunque erano da finale, sarebbero entrati nella leggenda”

Così, tutto era calcolato, tutto…”

Sì, tutto limpido, strano, ma limpido. Diseguale, ma logico…solo che ci fu quella cosa…”

Ecco, lei racconta di questa storia che getta quest’ombra enorme su quella vittoria, sul record, su tutto”

Sì, era arrivato il momento di dire tutto, mi sembrava giusto, poteva insegnare qualcosa”

E scoppiò la mattina della finale”

Sì, quando l’allenatore stravolse i cambi…nell’altra semifinale gli americani avevano fatto il mondiale, noi avevamo corso volutamente sotto le possibilità ma il tempo degli americani faceva paura, era vicino al migliore mai registrato in allenamento. Così non solo era in dubbio il tempo da leggenda, ma perfino la vittoria. E Segni, l’allenatore, ragionò bene, comunque ragionò. Invece di metterli primo e terzo, da sfruttare la partenza ai blocchi che dava sempre a mio padre un vantaggio psicologico perché sapeva partire forte e poi tenere per la fine, con Speziali ad assicurare vittoria e tranquillità per Paci in quarta frazione, mise Speziali in quarta, per il finale…”

E…”

Eh, cosa successe veramente l’ho solo letto dal diario, mio padre non ne parlò mai. E quando lo lessi, fu un brutto colpo. Perché capii che mio padre smise con quella gara non perché appagato e non per mancanza di motivazione, ma per il crepitare della gelosia, lo smottamento delle sue certezze dovuto al rodere dell’ambizione. La sua fuga, con me appena nato, era una ritirata, da se stesso”

Le dispiace leggere quella pagina, qui, di fronte alla telecamera?”

No, sono venuto per questo, per diffondere la verità”

Figlio, tra qualche anno ti chiederai dove sia finito, e perché sia scomparso così, da vincitore. Da eroe.

Voglio che leggi queste righe con l’anima aperta, se è vero che questa cosa, l’anima, sia davvero di tutti. Perché io non ce l’ho, quest’anima, la persi durante i 43 secondi della mia ultima gara, quando rallentai a venti metri dal cambio, a venti metri dal mio compagno, Paci. Simulando fatica, trasfigurando il viso, spalancando gli occhi come in un conato di respiro vomitato nell’ultimo sforzo.

No, figlio, stavo bene, a venti metri dal traguardo. E con due secondi sull’americano, andavo a dare un cambio definitivo, poi avremmo conservato e Speziali avrebbe frantumato il mondiale, abbracciato la vittoria, scritto la leggenda. Un tempo che avrebbero battuto anni e anni dopo, sarei stato negli annali per sempre.

Ma il traguardo finale l’avrebbe tagliato lui, Speziali, le telecamere avrebbero filmato gli ultimi secondi da tramandare alla storia con la sua faccia, e io sarei rimasto un nome, e un nome non è mai profondo quanto un’immagine, l’immagine resta come sollevata al di sopra nel tempo, da quando si riprende tutto, mentre un nome, specie se affogato in una lista di quattro che leggi a ritroso, si insabbia nel dimenticatoio della gente che non è mai capiente a sufficienza, c’è sempre spazio per l’oblio.

Così decisi di perdere, tentai di perdere, con quel rallentamento giustificato, comprensibile da quanto avevo fatto per 380 metri, e diedi il cambio in quel modo strambo, quasi sbagliando lato, come ad offrire un destro invece di un sinistro. Abbastanza per non dare sospetti, e farmi recuperare dall’americano, e poi avrebbero risucchiato Paci e Viganò, e Speziali non ce l’avrebbe potuta fare.

Invece vincemmo, col record, e facemmo il giro della pista, e poi cominciarono le interviste, e ci abbracciammo, diventammo eroi nazionali, simboli, primatisti.

Solo che io, figlio, avevo perso, avevo vinto solo in superficie, nel profondo ero stato espulso, squalificato, dalla vita.

Si può cadere nella propria vergogna anche quando vinci per tutti, questo ti volevo dire, figlio, nemmeno chiedendoti perdono o comprensione, solo di guardare in fronte la realtà che non è mai quella ripresa da una telecamera, neanche da quelle intelligenti.

“…”

“…”

Pensa che ci sia una lezione di vita, in questa storia che ha voluto diffondere?”

No, farei anche un torto a mio padre. Nessuna lezione, però, ecco, due amici che si separano per una vittoria a me sembra che…sì, è come sorseggiare da astemio, capisce? Non andare mai al gusto delle cose, accontentarsi del gusto delle cose. Se ci fosse stato soltanto il gusto del correre, in quella finale, mio padre non avrebbe perso l’anima. Ho pensato così, forse mi sbaglio, ma così ho ragionato”

Silenzio.

Applausi, ma timidi.

Poi sullo schermo, dopo il saluto del conduttore, le immagini di chiusura trasmissione, un’altra puntata de “i vincitori” si era chiusa. L’ultimo titolo di coda si dissolse su Speziali a braccia alzate, sul traguardo.

Febbraio 22, 2014
di Fabio Palma
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D’Andolfo

La storia è praticamente vera, accadde nella mia quinta elementare. Un saluto a Michele D’Andolfo, dovesse mai leggere questo racconto

D’Andolfo aveva i capelli lunghi e biondi, e allora come oggi era sinonimo di spostato. Li hanno tollerati solo a Gesù, i capelli così, ma D’Andolfo parlava biascicato, aveva 4 in tutte le materie, e nella sola che andava come un Dio, la ginnastica, aveva fatto incazzare il Professore, tal Zambiasi si chiamava, che l’aveva esentato da lezione per un mese intero.

D’Andolfo ti discuteva tratteggiato sulle cose, due parole le capivi, quella in mezzo mai. Si giocava a pallone, e in mezzo al campo si componevano le squadre, a pari e dispari chi vinceva sceglieva il primo, e poi giù giù in cascata fino al fondo del barile, dove gli scarti ascoltavano da lontano le scelte nobili. Io ero spesso quello che puntava al pari e dispari, così evitavo il supplizio di aspettare. Se vincevi, il dubbio era fra tre, l’unico portiere buono, Poldino, grasso ma largo il giusto per tenere botta alle sparate da lontano, oppure Enrico, il primo in tutto e perciò anche col pallone, oppure lui, D’Andolfo, che quando prendeva palla non si capiva mai dove finisse la scia bionda della coda.

Era arrivato da noi quell’anno lì, la quinta elementare, e da subito neppure Geremia gli avrebbe pronosticato l’anno superiore. Così, nel consueto pic nic di fine anno, alla consegna di pagelle con festa nel giardinone della scuola e campestre nei prati e perfino colline che allora ancora disegnavano il profilo di Caronno, per D’Andolfo sarebbe stato un inutile supplizio la presenza, e infatti al fischio di partenza della corsa, affollata da genitori, elementari, medie e amici, lui non c’era.

Partimmo a mezzogiorno esatto in 136, me lo ricordo bene. Un casino, la partenza, è nella partenza, che si vede quanto sia bastardo l’uomo, dico io. C’erano adulti che spingevano bambini, bambini che spintonavano i ragazzi, e solo dai nove anni in giù si aveva ancora l’idea di partenza onesta, cioè da dove ti trovi fai un passo avanti senza possibilmente fare del male al prossimo. In sostanza, presi un pugno, e rotolai nel fango, perchè ogni campestre seria ha del fango alla partenza e quel giorno, tutti gli anni, Giove Pluvio si dannava bene la sera prima. Ricordi vaghi, ma forse ruppi il labbro, non so. Lo Zambiasi si era appena avvicinato quando alla linea del nastro comparve lui, il biondo. Con scarpe di vernice nera, lucida, e un cappotto verde in loden. Che, con la faccia che aveva il D’Andolfo, segnata da rughe adulte su una pelle bianchissima da bambino un po’ emaciato, faceva un tutto che mozzò in gola il commento di Zambiasi. Che voleva dire “non si può”, si vedeva che avrebbe detto quello, almeno le scarpe, cazzo, c’erano tutti, quel giorno, che figura avrebbe fatto, lo Zambiasi, con un alunno a correre così? Però D’Andolfo era già più in là, quando Zambiasi urlò qualcosa, e per emulazione, non so, un fremito, partii anch’io, anche se zoppicante, e tanto meno veloce del biondo, che dopo un amen era già alla curva dopo.

Quaranta minuti dopo io arrivai quinti, mai più andato così veloce, io, nella vita, mai stato meno di ottavo, a contare anche i posti sul lavoro. D’Andolfo, giuro, vinse, e lo so che penserete che questo sia un racconto con finale buono sdolcinato da storiella a fiaba, ma vi giuro che davvero vinse che Zambiasi fece pure un bel discorso, e che mio papà l invitò al tavolino del pic nic.

Una storia a lieto fine?

Non so, ora io ho 31 anni e D’Andolfo non l’ho più visto, mai più, in quel bordello che per eleganza chiamiamo vita. Ricordo i calzini bianchi sotto le scarpe di vernice, il loden verde, e lui che tirava su il naso, capimmo tutti, al microfono, che la sera prima aveva la febbre, e che aveva freddo, quel giorno lì, no, non aveva capito che c’erano le pagelle, a lui la scuola non piaceva, cioè sì ma non la capiva, a lui piaceva correre ma a casa non c’era spazio e a ginnastica c’era sempre un pallone da portare avanti, e gente da saltare, lui voleva correre liberamente, senza dribbling, fu una sommossa, in tutti dico, quello che disse a tratti fu proprio una sommossa, c’era pure mia madre che piangeva, un po’ rossa, commossa, poi la vita è andata avanti per i casi suoi ma ogni tanto me ne esco prima dal lavoro e mi faccio una bella corsa, e non me ne importa niente se la gente mi guarda storto per la cravatta che vola al vento e le scarpe senza la gomma sotto.

Febbraio 22, 2014
di Fabio Palma
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IL PESCE ROSSO

E’ tutt’ora uno dei miei racconti preferiti. Scritto nel 2006, poi parzialmente modificato e ripreso per un capitolo di Genius. Ne sono particolarmente orgoglioso, una delle poche cose scritte che non toccherei pur essendo, da allora, certamente migliorato in stile e ritmo.

 

Il pesce rosso

La vasca era di marmo, brillante di rossiccio con qualche chiazza bianca, come un gelato all’amarena. Era larga forse un metro, gli otto pesci rossi muovevano appena l’acqua tremula per non incappare nel muro lucido troppo in fretta. Andavano avanti e indietro, un paio, meno entusiasti, parevano addirittura fermi.

Cisul li guardava come se fosse la prima volta, ed era vero, non aveva mai visto un pesce, vivo, dico, solo quelli cucinati dalla mamma, allora anche i due più stanchi sembravano guizzare, una sfida, quasi.

L’autogrill brulicava di gente sudata e bagnata di controvoglia, era il giorno del gran Rientro, forse l’unico contento di se stesso e della vita, lì, era Cisul, per il suo gran bicchiere di coca cola regalato da papà.

Mamma era laggiù nella lunga coda per il bagno, papà leggeva il giornale appoggiato a un tavolino a stento retto da un gambo anonimo, c’era cartaccia intorno e sopra, e confusione.

Cisul poggiò il bicchierone sul piano della vasca, e accarezzò l’acqua con le dita, un gesto dolce, da innamorato, ma Cisul non lo sapeva, era un bambino ancora piccolo, però quei pesci commuovevano, erano vivi, non si mossero neanche tanto, alle carezze del bambino, forse non erano abituati all’accelerazione, poi si incuriosirono, uno soprattutto, si girò piano come moviolato dalla curiosità e lento avvicinò la punta delle dita del bambino. Cisul si guardò intorno perché era già abbastanza grande da aver imparato cosa fosse colpevole e cosa invece, magari, consentito, ma l’autogrill intero badava ai casi suoi, così immerse la mano, e toccò il pesce. Ci fu quasi un ribrezzo, il pesce però acconsentì, anzi azzardò un morsetto, quasi un pizzicotto.

Fu un attimo…Cisul prese coraggio, o qualcosa di simile, se potete capire…e lo afferrò. Il pesce sembrò sorpreso, si scosse, allora Cisul lo lasciò andare perché le squame scivolose avevano dato un senso strano, non erano come quelle avvizzite dei pesci avviati alla cucina, erano languide. Però non faceva schifo, così lo fece un’altra volta, e un’altra ancora. Lo riprese, lo lasciò andare, lo riprese ancora. Era lungo quanto la sua presa, non andava neanche stretto, per tenerlo. Lo lasciò andare, ma gli mancò.

C’era la coca cola, ne bevve un sorso ( era un sorso lungo, perché la mamma la proibiva sempre, per i denti, così a casa non era mai un sorso, un fiato, appena un fiato), c’era il bicchierone, una intera messa di coca cola…un altro sorso, e la buttò. Così. Nella vasca, che l’acqua divenne quasi torbida, curiosa, una spuma di bollicine, Cisul svelto riempì il bicchierone al lato di sola acqua, poi afferrò il pesce, che si lasciò prendere, che fosse stanco della vasca di amarena?, c’era il coperchio di plastichino bianca, e poi la cannuccia, e due o tre attimi bastarono per cambiare vita al pesce e a Cisul.

Cinque ore dopo di autostrada e molte curve male abbozzate dalla guida esausta di papà, ancora mamma gridava a Cisul di finire quella coca cola ma papà urlò, d’un tratto, uno schioppo di rabbia, di finirla, con quella storia, che era vacanza ancora e che si sfottessero i denti e le malattie e i conti dei dentisti, di lasciare in pace Cisul, la coca cola, e lui che ancora mancava un’ora a esalare l’ultimo respiro di vacanza, se si poteva ancora chiamarla tale, con quell’umore.

Il pesce tormentava il bicchierone con piccole sfuriate alternate a lunghe pause rassegnate, devono avere come il senso del destino accollato addosso, i pesci, perfino i pesci rossi, come se la vita fosse passeggera, che lo è per tutti, ma loro in qualche modo già lo sanno, lo intuiscono dal primo guizzo che potrebbe essere anche l’ultimo, non hanno quell’ottimismo un po’ idiota che ci contraddistingue. Comunque, il pesce ci viveva, in quella nuova vasca, e appena nel vialetto Cisul scese dalla macchina in un lampo, voltò un angolo, e gettò il pesce moribondo nel laghetto, quello che si erano trovati da progetto, la casa era loro da qualche mese appena, per un trasferimento di papà, e il laghetto era lì, salmastro, tollerato da papà e odiato da mamma, che guardava le colline e sognava le vetrine perdute e gli shopping del week end. Il bicchierone, per sicurezza, finì immediato nel gran cestone dei rifiuti.

Nei due giorni successivi il pesce ripigliò vita, per le briciole di Cisul, per lo spazio, per un non so che di sollievo che pure i pesci devono provare quando la fanno franca dal destino. Certo è che mamma scoprì il pesce solo dopo un mese, si capisce, a chi mai fregava del laghetto?

Fausto, c’è un pesce rosso nella vasca!”, un urlo, mica un avvertimento

“…”

Hai capito, c’è un pesce, nel lago…” lo chiamava lago, perchè due metri d’acqua erano ben più di una pozzanghera”

Come un pesce rosso?”

L’hai messo tu…anche il pesce, ci voleva, chi gli dà da mangiare, adesso? Come se non avessi abbastanza, nel giardino”

Sei impazzita? Fa vedere” Il pesce era lì, il gran culo dei pesci è che sott’acqua non sentono gli schiamazzi del mondo asciutto, una fortuna, si direbbe…era in gran forma, muoveva agile la pinna e si vedeva, che il laghetto era una Pasqua, per un pesce rosso.

Beh, carino…che fastidio vuoi che dia? I pesci rossi vivono da sé, mica gli devi fare qualcosa”

Mi fanno schifo, i pesci rossi…guarda che occhi…prendilo”

Mamma, mangiano le zanzare, l’hanno detto a scuola” Così Cisul vinse la sorte del pesce rosso, con uno schifo che vinse sonoramente un altro schifo, delle zanzare non se ne poteva più, effettivamente, questo mamma lo conteggiò veloce, e così il pesce rosso fu salvo, e crebbe, Cribbio, da quel giorno di ufficializzazione fu un crescere continuo, forse anche papà dava le briciole, chissà, fatto sta che divenne lungo un mezzo metro buono, non è che fosse bello, bisogna dirlo, ma grande e grosso sì, un’espressione di vitalità che neanche l’Inverno, il primo Inverno vero del pesce rosso, la scalfì, il laghetto gelò che ci si sarebbe potuto pattinare sopra, di fatti Cisul ci andò su di peso ed era chiaro che il pesce era secco, là sotto, gelato come il miglior freezer da tre stelle, e invece, tac, al primo tiepido comparve fuori come niente fosse, come avesse fatto era un mistero perché il letargo, a scuola, l’avevano associato agli orsi, ai tassi, ai ghiri, insomma ad animali di terra, non ai pesci, comunque il pesce rosso era lì, affamato, anche, visto che si sbranò una michetta in un amen e c’era da stare attenti, a mettere la mano nel laghetto, aveva uno sguardo, poi…

Quando la mamma se ne andò un anno dopo, dico definitivamente, il pesce era ancora lì, e quando Cisul arrivò alle medie pure, e c’era anche al primo motorino, e al secondo visto che il primo si schiantò in fretta.

Poi un giorno papà partì in trasferta, ed era la prima volta, per Cisul, essere da solo a casa…ogni sera ci fu una festa, qualcosa del genere, diciamo, più che altro si vedeva la Tv con gli amici, si bevevo birra, si sporcava in giro, poi venne l’idea della grigliata, ognuno portò qualcosa, carne peperoni, salsicce, le salamele,e fu Luca a vedere il pesce, poi a preparare la fiocina con un coltellaccio e un manico da scopa, e ci provarono tutti e cinque, ad infilzarlo, il pesce era scafato, si vedeva, cattivo, anche, poi arrivò il colpo giusto, lo ferì, perse velocità e schivò peggio, e infine lo tirarono fuori agonizzante, enorme, mai visto un pesce rosso così, lo portarono sulla griglia che era ancora vivo ma poco, e lo arrostirono.

Dopo venti minuti era color bronzo, era la portata più grande, l’avresti detto una cernia, io andavo sempre al mare a pesce e le cernie erano così, lo giuro, comunque ne facemmo tranci e lo assaggiamo tutti insieme, e penso che tutti ancora ricordiamo quanto facesse schifo da mangiare il pesce rosso.

Cisul lo portò di là, nel cassone da rifiuti, noi ci lanciammo disperati sulla carne, c’era da levare quel sapore amaro, anche se era peggio, dell’amaro, quella roba che sentivamo in bocca.

Ricordo Cisul in un angolo, aveva qualcosa di malsano addosso, così mi raccontò la storia del pesce rosso…quando finì, ingollò un sorso di coca cola. Me lo ricordo come fosse ieri, quel sorso.