Fabio Palma

Infinite jest

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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Per sapere la fine, estratto da Condèmoni

Tu sei venuto fino a qui per sapere la fine, no?  La fine? Per chi mi prendi, per un lettore di romanzo? Sono qui per vendicare degli amici.  Amici…  Slash incrinò le labbra, come colpito. Sì, amici, perchè. Che ne sai tu dell’amicizia. Poi la squadrò e  fu come folgorato. Ecco, chi sei, quella pazza che il capo ha cercato con Stojko e Dallas. La genia  maligna. Si accorse che mamma e papà appoggiavano il piede diverso, consumando disgiunti i bordi delle  ciabatte di casa. Camminava appena quando fu certa del modello di numeri e curve, così che le bastava  scorgere appena la suola di una scarpa per entrare di soppiatto nel cuore di una persona, soppesandone  paure e ansietà.  C’era il riflessivo, consunto ad un lato e dalla punta vergine e affilata, l’insicuro con i lati logori da giorni  in cui a fatica aveva retto il peso del mondo, e poi l’aspirane rampante, con il davanti scorticato da mille  inciampi e pressioni agitate. La gente camminava, e così rivelava chi fosse, per meglio essere compresa e  scoperta.  Poi intuì le diverse posture, quella piegata in avanti, un inchino perenne ai più forti, e quella più eretta ma  dalla tensione continua, con i colli rigidi come fossero pali di cemento in un molo costruito per spegnere la  forza del mare, e invece destinato a sbriciolarsi negli anni fino ad un gigantesco e improvviso fragore. Stojko  ha ripetuto a memoria queste frasi per mesi.  Ma quanto sono importante. Azzardò come un passo di danza con gli occhi. E l’hai imparato a memoria. Che  bravo.  Ma la sua voce si stava facendo infantile, e questo cominciò a turbarla. Slash la guardò come se fosse arrivata  un’altra persona.  La pazza, le disse ancora.  E’ passato del tempo, gli rispose, quasi gracidando.  E tutto stava succedendo come uno sciame, come se su un quadrante stessero apparendo dei puntini, ogni  puntino un FATTO della memoria. Come se qualcuno stesse cominciando a leggere in fretta, desideroso di  voltare pagina, di leggere la fine. Slash se ne accorse. Stava accadendo tutto in fretta, la donna mutava voce e  anche lui cominciava a sentirsi diverso. Le cose erano avanzate lentamente fino a quell’incontro e adesso gli  parve di essere prossimo ad un finale, alla conclusione. Rudy l’aveva detto, passerete, ad un certo punto, ad  un quadro degli eventi, non ci sarà più successione. Tutto sarà investito contemporaneamente e niente sarà  più costruito da un prima e da un dopo.  Dimmi qualcosa, gli sussurrò la donna.  Slash fece per aprire la bocca, pur non avendo nulla da dire. Si vide ridicolo in quel posto, davanti a lei, e su  questa pagina. Alzò la mano come per colpirla, senza  riuscirci. Qualcosa aveva cominciato a  rubargli, a  morsi, tutto quello che possedeva all’interno.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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Pedro, estratto da Genius

Pedro era soprannominato così anche se si chiamava in tutto un altro modo. Era così bravo in disegno che a
soli sei anni lo iscrissero ad una scuola importante, e poco più avanti ad una importante accademia.
Aveva otto anni quando, trafelato, un professore salì di corsa due rampe di scale, irruppe nell’ufficio del
preside, ed esclamò: mai visto uno così.
Che c’è, Ramirez.
Quel bambino, è disumano come disegna.
Sì, lo so, è proprio bravo.
Sai cosa mi ha appena detto?
Che cosa?
Che non c’è niente di impreciso, anche il più piccolo oggetto. Che lui vuole disegnare anche la più piccola
scalfittura e rilievo del mondo.
Beh, e lascialo fare, è un bambino.
Ha voluto un foglio grande come una stanza!
Ah sì? Il preside rise. E quanto, cinque metri per tre?
No, non di una stanza, ho sbagliato. Di un’aula. Quindici metri per cinque.
Quel preside aveva scosso lievemente le palpebre, un po’ come fa un’aragosta in un acquario, quando
assimila il dubbio che non ne avrà per molto. In effetti, era tanto, un foglio così.
Ora i quattro stavano guardando la foto inserita nel rapporto. Visto così, è solo una grande accozzaglia,
commentò Rudy. E comunque, è sparito anche questo.
Stojko guardò diritto, poi di sghembo il disegno. Non mi convince, sa, capo?
Che cosa, Stojko?
Non gliel’ho mai detto, ma un tempo ero bravino a disegnare.
Ah sì?
Sì, ho smesso, poi. Ma dicevano che ero una promessa.
Ma guarda un po’. Beh, che cosa non ti convince?
Un talento del disegno non sta a guardare la dimensione. Punta al particolare.
Qua si vede solo un grande ammasso di segni.
Esiste una fotografia ad alta risoluzione di questa cosa?
Non so. Posso chiedere. A cosa pensi?
Chieda una foto ad altissima risoluzione di un pezzo di foglio. Anche solo un centinaio di centimetri quadri.
Di più non sarebbe possibile, il foglio è troppo grande. Non è fotografabile. E ho un dubbio.
E cioè?
Che quel ragazzino volesse proprio questo. Che a nessuno venisse in mente di fotografare un foglio del
genere, perché in una fotografia non ci sta.
La foto arrivò tre giorni dopo. Stojko si mise al computer, gli altri dietro. Ingrandì. Ingrandì. Ingrandì. E solo
dopo tante di queste volte apparvero, precise e perfette, montagne, rilievi, vallate, e case, persone, e mille
altre cose.
E’ incredibile, disse uno alle sue spalle.
Sì. Non pensavo così. Non ci sono punti inutili, in questo disegno.
Sì, ma…Ma come ha fatto, aggiunse.
Non lo so. Non c’è punta di matita così precisa. E’ impossibile.
Qui scrivono che il ragazzino usava di tutto, per disegnare. Anche roba naturale. Terriccio. Foglie. Poi puliva
tutto, e rimanevano impronte sul foglio. L’hanno fatto smettere dopo un po’ di anni, pensavano fosse un po’
fuori.
E lui è sparito.
Già.
Assurdo.
Cosa? Che sia sparito?
No, questo disegno.
Un interstizio di assurdo, disse Rudy.
Eh?
Le altre storie non lo sono poi meno. Ma tutte insieme fanno un certo modo di indagare sul mondo.
E’ come se questo ragazzino volesse scoprire se la natura si replicasse, appoggiata ad un foglio. La sua mano
un tramite.
Sei filosofico, oggi, Stojko.
No. Sono realista. Quando uno disegna, punta a fare una fotografia. Magari a suo modo, ma quello è il suo
scopo. Prima di diventare un pittore, uno prova a fare il disegnatore. Ritrattista, paesaggista, cose così. Poisovviene la noia, e ci si dirige verso campi più aperti. Invece questo ragazzino si è limitato al disegno. Ma
come? Puntando alla sua perfezione. Al microscopico. E nessuno ci ha capito nulla.
Bravo, Stojko. Tu sì.
Io sì cosa? Non capisco mica come ha fatto, a disegnare così. Devi avere una vista che l’uomo non ha e
strumenti che non esistono. Non esiste una china così puntiforme. Solo al computer puoi disegnare così,
rimpicciolendo a piacere.
A meno che uno non abbia un’immaginazione infinita, disse Dallas.
Stojko, da seduto, si voltò a guardare l’amico. Sì, ma ti manca sempre lo strumento.
Dipende, fece Rudy. Dipende. Magari quel ragazzino ha immaginato il giusto. Le impronte al minuscolo
della punta di una felce, per esempio. Andiamo, abbiamo da fare.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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A fianco di, estratto di Condèmoni

Stava pensando, Dingo, al fatto che tutta la sua vita era stata a fianco di, non davanti a. Per dir la verità, neppure dietro a. Lì, in quel tunnel, le gote scottavano di una paura fredda, ogni metro che avanzava brillava di tensione superficiale. Quando era saltato dalla pubertà all’adolescenza? Non se lo ricordava bene, accadde, e adesso avrebbe proprio voluto stabilire una data. Ad un certo punto il numero di scarpe aveva sorpassato quello di papà, ed era l’unico momento che ricordava di suo padre! Che gli diceva, oggi puoi mettere le mie. Il volto in quel periodo era diventato zeppo di colline rosse, come abbrustolite, con le bandiere bianche piantate in cima, un inno all’età nuova, ma anche quella della mamma sembrava un’età diversa, da quando le sue gambe si erano fatte così grossolane…Proseguì. Punk aveva un odore tutto suo, ma c’era troppo umido per distinguerlo. Se avesse parlato, avrebbe udito la sua voce cupa, da allora mai più allegra, da quei giorni in cui i giochi allegri erano diventati ingombro e buoni solo a riempire scatolame di cartone, le compagne di classe improvvisamente grandi e ridisegnate su un modello di paglia, gonfio e dorato.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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Mentre camminava, estratto da Condèmoni

Mentre camminava udì come un fruscio, e voltandosi verso destra, al di là di una cancellata color ruggine, c’era un pavone che lo fissava con le enormi piume spiegate come un cuore variopinto aperto. Dallas non era uno facile da cogliere di sorpresa, tuttavia gli parve veramente strano trovarsi lì, in una strada piuttosto lercia e fuorimano, davanti ad un pesce tropicale enorme, perchè quello gli venne in mente, immediatamente, con il pavone davanti che soffiava, o qualcosa del genere, e poi, guardando meglio, dietro, dei fenicotteri, alcuni su una sola zampa, rosati, non disposti al volo, e avrebbero potuto librarsi e andarsene, a volerlo, e a Dallas questo parve strano come a noi, che ci faceva lì, quella fauna esotica, anche se poi il pavone è diventato esotico perchè ce n’è pochi in giro, in città poi, riflettendo bene quello era l’avamposto di un giardino, quello dell’oratorio, della grande chiesa, evidentemente il prete o chi per lui aveva una passione per i colori naturali, e perfino per la non ortodossia, simboleggiata da quei fenicotteri disposti a vivere su una zampa sola, il pavone ora lo guardava con un’aria di sfida, o era corteggiamento? L’ultima volta che aveva visto dei colori simili era stata in un fondale australiano, non più di dodici metri sotto il pelo dell’acqua di una baia neppure sconvolgente, anonima, davanti ad una costa neppure bella, eppure là sotto aveva visto i colori più vivaci e abbacinanti che mai il Creatore avesse impresso su corpi vivi, e anche i coralli erano là così dipinti e frastagliati da essere come cattivi nel loro splendore, un insulto alla normalità, non dimenticando che la normalità è in effetti un concetto oscuro, chi mai può definirsi davvero non straordinario, in questa vita? Anche solo crescere ed avvicinarsi ai quarantanni, e superarli, e tendere ai sessanta, e poi verso il sonno eterno, anche questa scelta non è normale, consapevolmente, e comunque, quei colori erano proprio anomali, lo sputo di un Dio, la cui saliva non può essere grigia o marroncina, si capisce, ora quel pavone chiuse appena quell’ombrello di luci e voltò appena il becco verso un’altra direzione, aveva capito che da lui, Dallas, non avrebbe potuto aspettarsi una risposta alla sua altezza, neanche se avesse indossato un abito di marca, uno di quelli street, in gergo, Dallas ci pensò un po’ su e proseguì, chiedendosi se quel pavone fosse un segno, che so, un segnale che oltre quel punto avrebbe incontrato una realtà stentorea e che lui era l’ultimo ricordo di come era una volta il mondo, un eccesso.
C’era una grande vetrata con lavatrici enormi, tutte funzionanti, gli oblò proiettavano in una luce indiavolata la rotazione colorata di panni dannati, e dal marciapiede sembrava che un veliero pirata volesse avvertire sul destino centrifugo dei suoi prigionieri, un lavaggio come un cannone. Due cinesi, di spalle, erano seduti su una panchina lunga quanto la vetrata, e non avresti potuto dire se erano lì per aspettare un proprio bucato o per eterna e immutabile attesa, non si volsero né si mossero mai durante tutto il tempo in cui Dallas si perse nel seguire le sei rotazioni, tante erano le lavatrici, o le feritoie, di quel posto.
Proseguì.
Un ex benzinaio allargava il marciapiede con uno spazio in cui i rifiuti avevano fatto man bassa di spazio e tempo, e qualche gatto si arrischiava alla ricerca di avanzi, e non si capiva quale fossero i resti e gli avanzi, forse anche i gatti lo erano. Gli parve, nella penombra, di scorgere uno sfigato steso e sdraiato nell’ultimo buio dell’ex benzinaio, ma forse era davvero una vecchia ombra. Appena a seguire una serranda chiusa sosteneva un’insegna che riportava un vecchio annuncio, si concentrò e ricavò le parole farmacia. Respirò, sopra pensiero. Gli parve di ricordare della madre, e ne studiò il motivo, aveva attinenza con una farmacia abbandonata? Medicinali, scadenze, istruzioni per l’uso…la mamma una volta lo pregò di stare lontano dai medicinali, e lui chiese a mamma perchè, e lei aveva risposto, perchè devi stare sempre con me, e lo aveva abbracciato, da quanto Dallas non era abbracciato da qualcosa?
Proseguì.
Un’edicola, chiusa a quell’ora, le notizie del mondo ancora sottosopra, in attesa di essere ordinate, vendute, lette, forse digerite. Da quando era con Rudy Sarzo avevano risolto casi da prima pagina, ma loro agivano nell’oscuro, dietro a storie che in fondo non avrebbero, davvero, interessato nessuno. Un’alluvione con otto milioni di senza tetto non aveva neppure conquistato il primo titolo, dove stava andando il mondo? Perchè lui, Dallas, doveva correre sui misteri, quando la gente ormai era solo e solamente su sé stessa? Ma dopo l’edicola c’era un barbiere, lui non ci andava, dal barbiere, ma la gente sì, e passava il tempo parlando del tutto, e qualche volta anche di alluvioni lontane. Ciascuno ha un pezzo di cuore dedicato a quello che avviene al di fuori, e non stava a loro giudicare, così aveva detto il capo, e il capo aveva consacrato la sua vita agli altri senza che gli altri sapessero, e per questo faceva quello che ordinava, per questo Dallas stava vagando sbirciando insegne alla ricerca di indizi. E, come aveva detto una volta il capo, se siete in una giornata in cui vi sembra di raccogliere mosche, canticchiate cose tipo Black dei Pearl Jam, ed entrerete nelle strade di oggi, poi a casa leggete un brano di Suttree, andate dietro a chi ha capito di più di politici e giornalisti, quelli sono fuori gioco, la realtà oggi è raccontata solo dalla musica e dalla letteratura, soprattutto se spostata. Al capo piaceva il termine Spostato, aveva detto, quando Eddie Wedder canta, anche per la millesima volta, Black, e scuote il capo e suda e grida con la voce piena di testosterone, ha capito qualcosa, perchè è spostato dall’ordine delle cose. E quando avevano preso il caso aveva esordito dicendo questo, che 3000 persone senza un solo bambino sono una macchia, e noi dobbiamo entrare in quella macchia e capirne l’origine, perchè se una cosa del genere si diffondesse saremmo persi. Nessuno della squadra aveva un figlio, ma avevano capito tutti. E aveva chiuso dicendo, ascoltate Nothingman, stasera, inizieremo così.
L’insegna successiva era quella di un bar, che faceva angolo, stavolta c’erano luci perlacee e un brusio animale di sottofondo, abbiamo detto bar sull’onda dell’abitudine e in realtà abbiamo semplicemente letto l’insegna originale ma Dallas ovviamente aveva già lanciato un’occhiata a 360 gradi individuando il menu di mezzogiorno proposto dal Kebab center, che prevedeva spaghetti al sugo di piccioni, ragù di lumaca, tagliolini alla trota, asparagi e chicchi di grano e un più ortodosso piatto di kebab, che di fatti nella vetrina troneggiava il totem sanguinolento e roteante come un cicloide, entrò e fu investito da un alito che sapeva di muffa e di scorie, ma non solo, furono una quindicina di occhi (dispari? Sì, uno aveva una benda) a impostarlo in modalità attenzione, una tacca sui cui si era appostato per la prima volta quando aveva quattordici anni, aveva strappato un passaggio in autostop e il tipo gli aveva scivolato una mano all’inguine, così con molta calma Dallas aveva chiesto di fermarsi per fare le cose per bene e quando quello aveva imboccato una strada secondaria proprio al rallentamento gli aveva schiacciato il ginocchio, la macchina aveva vomitato fuori la marcia, Dallas aveva estratto con destrezza rapida la chiave mentre con l’altra mano aveva già spalancato la portiera, e otto secondi dopo aveva già percorso 55 metri, era un possibile talento della corsa Dallas, pur odiandola perchè, si era detto, era solo una questione di gambe, mentre nell’acqua ti muovi meglio e tutto, e ovviamente nel frattempo la chiave era stata lanciata al di là di un dosso e probabilmente verso un acquitrino, quando Dallas varcò totalmente il confine del bar kebab aveva già, ad uno a uno, squadrato e preso le misure di tutti i conviviali, rendendosi conto che da quelle parti i forestieri erano rari e visti molto sospettosamente.
Dallas è alto 175 cm, si muove sinuoso e praticamente non appoggia i piedi, il tallone è perennemente alzato, non fa rumore, solo le punte dei piedi sfiorano concretamente il suolo, in quel momento un pavimento di resti di pezzi di marmo, quando arriva al bancone e ordina tutti sono ancora al primo pensiero, e quando è seduto al tavolo ha già una strategia in mente. Ha gli addominali contratti, molto, gli successe a scuola per la prima volta quando aveva, ancora, 14 anni, ad un’interrogazione…

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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UBIK, P. Dick

Era la seconda opera che leggevo, di questo autore, e mi piace chiamarla opera, e non, più riduttivamente, libro. Non molte settimane fa ho speso delle ore interessanti in Cronache del dopobomba, alle prese con uno stile e una trama elementari ma con una caratterizzazione di personaggi indimenticabili. In Ubik, i personaggi sono invece secondari, come se Dick avesse altro a cui pensare. E che altro, aggiungo…anzitutto, la scrittura, dopo una partenza molle, diventa progressivamente potente ed epica, sfociando nel lirismo nelle pagine finali, in cui davvero sono rimasto sorpreso da certe raffinatezze e da un linguaggio colto senza essere prolisso. E la trama, poi…beh, fosse per la trama, sia chiaro che questo è un romanzo da cinque stelle senza discussioni, e penso che Dick ne sia rimasto egli stesso così folgorato da sottovalutare, appunto, l’importanza dei personaggi stessi, che sono semplici comparse o poco più, annientate da un dipanarsi sempre più intrecciato e nodoso. Se mi perdonate un esempio alpinistico, è come quando si scioglie una matassa di corda senza fare troppo attenzione, convinti che tanto, poi, la corda verrà da sè. E ci si ritrova, invece, con nodi e grovigli assurdi, che ti inseguono e ti arrestano. Ubik è così, un clamoroso penetrare nello strato sotto-cosciente dell’individuo, dove la volontà del non morire e gridare altissima la propria esistenza è continuamente presa a pugni da una realtà in mano ad altri. Non bastano talenti, non bastano scoperte scientifiche; ironia della sorte, paradosso straordinario, soltanto un bieco prodotto da farmacia-supermercato può salvarti o giù di lì, ma come tutto ciò che è pubblicità il prodotto è nello stesso tempo ovunque e irraggiungibile. Falso. Dei sentimenti umani il più massacrato è l’amore, il più ridondante è la paura di perdere la propria identità, mentre la consapevolezza viene calpestata fin dalle prime pagine e gli esseri umani la cercano invano per tutta la vita. Qualche capitolo in più, introspettivo, dedicato a Chip, Conley, e così via, e sarebbe stato un capolavoro assoluto. Così, penso sia comunque un grandissimo libro di un vero genio

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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L’angolo, estratto da Condèmoni

L’angolo era uno slargo con un panettone di cemento a due metri da altro cemento, quello dei muri, entrambi violentati da piscio e altre fermate. Odore di resti. Quattro maghrebini confabulavano nella loro lingua, uno aveva le mani in tasca perchè così aveva imparato a stare in un gruppo, un piglio feroce nel capo, due erano dimessi e guardavano di qua e di là, come due possibili prede, il quarto ascoltava come sollevato da ogni responsabilità. Erano così affiancati che da lontano potevano essere scambiati per una torre, le teste quattro guardie di confine. Silce e Stojko li superarono e incrociarono gli occhi come se fosse l’ultima volta. Due metri dopo quel panettone sulla via di destra un negozio di elettrodomestici, all’interno due commessi cinesi. Poi un’unica vetrina con scritte arabe, ne usciva un odore miscelato di spezie, la gente brulicava sgomitava era incerta, c’era un indiano coi capelli luccicanti e nerissimi, camminava veloce con un tablet sottobraccio, c’erano tante minoranze, in quella via, loro ne facevano parte, ciascuno poteva essere la risposta giusta a qualcun altro, ma come saperlo? Le minoranze non alzano mai la mano, non era una questione di anima gemella, era un problema di tante anime incognite. L’uomo che seguivano procedeva in mezzo a cento razze diverse, c’era da chiedersi quale fosse giusta, perchè si intuiva che non sarebbero arrivate tutte al traguardo, lo stavano seguendo dall’uscita della metropolitana, più o meno dalle parti di un cartello che chiedeva quale follia faresti per il tuo amore segreto,…

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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La purezza, estratto da Condèmoni

Il condominio stesso e i palazzi satelliti del vicinato rendevano le sere estranee a quei fenomeni di ombre che si allungano ecc ecc, quelle forme e cambiamenti che hanno irrorato la letteratura, i sogni e gli sguardi di generazioni. Niente da quelle parti, e allora la sera era piuttosto preannunciata dalla volontà gassosa del ritorno a casa, verso una cena e discorsi pesanti eppure incapaci di cadere a terra, con parole e controparole logore, lui e lei avvitati intorno a un tavolo, le due epiglottidi annoiate nei loro movimenti uguali, il cibo che non incontra molta resistenza nell’andare giù e nel prendere la direzione giusta, cibo a cui potremmo dare un colore di marciapiede, volendolo proprio etichettare. Tutto questa descrizione potrà apparire triste e indigesta, ma soltanto perchè amiamo collocarci in una sfera emotiva giocosa e rilassata, da pubblicità barilla. In verità dobbiamo dire questo, ad essere onesti: gli inquilini del condominio non apparivano per nulla tristi e ingrigiti ecc ecc da questo andare avanti, sera per sera. L’istinto suggerirebbe di cercare un dialogo entusiasta e sereno, in una coppia, ma che ne sappiamo delle vere volontà dell’anima? E se fossero più serene così, loro? Se il sorriso a denti bianchi fosse davvero soltanto un falso da pubblicità? In effetti, non era sempre pura, l’anima? E se la purezza fosse per sua espressione triste, meditabonda, insomma, un viso che se ne sta sulle sue? Con poca voglia di cianciare, e ancora meno di sorridere e mostrarsi soddisfatto? Sono elucubrazioni, certo, però un buon cronista le deve raccontare, anche perchè era quello che passava nella mente a Rudy mentre rimuginava sulle facce assorte, piegate all’in giù, che camminavano (a testa bassa, appunto) nel giardino pubblico.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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LA CARTELLA BIANCA

Questo racconto arrivò secondo ad un concorso letterario, di Bari.
Ne ho ripreso una parte per il romanzo Genius, ma la versione integrale è quella di seguito. Avrei dovuto eliminarne delle parti e migliorarne altre, come feci nell’inserimento di Genius ( in effetti, fu una delle poche revisioni che feci nel romanzo), ma mi piace scrivere di getto, senza la cosìdetta “brutta”, e vedere poi cosa ne salta fuori, senza tagli o modifiche aggiuntive. La scrittura diventa un parlare in pubblico, in diretta, e trovo che troppi libri, oggi, siano annichiliti dall’editing, che toglie genuinità al primo parto. Probabilmente l’opera migliore è quella che ha delle parti rivedute anche mille volte ( ma dall’autore!! Non da altri…), e altre in cui si tramanda soltanto la versione live, quella scritta di getto.
Eccolo qui, Celik con la sua cartella bianca. Il titolo me lo diede Yuri, aveva sette anni e per gioco lui mi dava un titolo e io, davanti a lui, dovevo scriverne il racconto o la favola, senza mai fermarmi, fino all’esaurimento del foglio, o dei fogli, che mi aveva dato.

La cartella bianca.

Tanto non gliene importava niente, si disse.
Stemperata, quasi smorta, la giornata si era aperta con un sole appena sufficiente per riscaldare la volontà di Celik. Che non ne aveva certo un camion, per dirla in gergo del suo quartiere.
D’altronde la voglia, si ripeteva Celik quasi ogni mattina di quelle lì, non è che la semini in Inverno per trovartela bella e pronta nella stagione giusta. La voglia ti deve assalire, quasi prendere alla gola, e però quando ti scappa via è proprio difficile riprenderla, le stesse azioni e circostanze che tanto metodicamente avevi seguito, e soprattutto difeso, difeso da te stesso, dagli amici, da tutti, ora puzzavano di insopportabile.
Comunque si doveva andare, al lavoro. Era un lavoro, qualcosa da dire, forse? Celik aveva risposto così, al poliziotto di quartiere appena insediatosi, che non aveva perso tempo a sottolineare la sua precarietà. Ok, era da lavavetri, ma regolarizzato, dalle otto alle diciasette doveva rendere splendenti tutti i duecento parabrezza delle auto in parcheggio nel sottosuolo del modernissimo Business Eagle center. Il servizio era stato partorito da una gravida riunione del management del dodicesimo piano, l’ultimo naturalmente, alla ricerca di novità che allietassero la facoltosa clientela.
Celik impiegava quattro minuti per le macchine fino a duemila di cilindrata, sette minuti per le più grandi. Le macchine giacevano esanimi in posti ordinatamente assegnati, e alla fine della giornata Celik stendeva il suo punto esclamativo compilando, a crocette, un foglio a tabelle da graffettare in una cartella bianca.
Il giorno prima, però, aveva trovato quel messaggio, calligrafia antica, ci disse.
-Celik, ti amo.
Né struggimento, né disperazione.
-Celik, ti amo.
Così.
Celik non era amato da tanto, tanto tempo. Esattamente, era difficile da quantificare.
Quella storia giovanile, per esempio, si era spezzata prima di essere stati capaci di dirselo, e quell’abbraccio sul barcone moribondo, balletto di cadaveri e volti, era stato di mancamento, se lo era ripetuto allo stremo fino a convincersene, perché non l’aveva più rivista.
Si disse, tanto non gliene importava niente, a quale donna bianca può importare di Celik?
Però prese il foglio e lo portò nel suo piccolo buco del sudicio quartiere, ed era l’unica cosa bianca di quel buco, pensò Celik.
Il giorno dopo arrivò nel grande garage dieci minuti prima, costato una sveglia epocale, ma non è che avesse poi dormito molto, Celik. Percorse di corsa il lungo corridoio stretto fra tutti quei cadaveri di lamiera, e dischiuse come una culla la cartella bianca, non si ricorda se col respiro di tutte le mattine o di dieci minuti trattenuto.
-Ti amo, Celik, raggio del mio sogno
Quel giorno Celik lavò i parabrezza nello stesso tempo di tutti gli altri giorni di quegli anni, eppure lo contò diverso, così ne rimase un po’ per trattenersi anche dopo la compilazione, nascondendosi dietro un pilone, l’ordine era che nessun cliente avrebbe dovuto vedere Celik, non era conveniente.
Ma nessuno si avvicinò alla cartella bianca; attese un quando, poi scrisse, su uno dei fogli di tabelle:
-chi sei?
la mattina seguente Celik arrivò nel giusto, non che avesse dormito maggiormente, anzi…
-Ti amo per come sei bello, da stringere, da assaggiare, da guardare…per come sei sereno, per i tuoi occhi, per quello che sei
Celik non comprese fino in fondo, ci disse, assaggiare era un verbo oscuro, ma la frase era calda e fresca, tremò senza freddo e quel giorno percepì come della brina cristallizzarsi nel suo petto, poi nel ventre, quel giorno lavò proprio male, ci disse…
E prese la decisione.
A fine decisione firmò il foglio, poi raccolse tutto il linguaggio migliore che potesse afferrare, e scrisse, ci disse che non aveva proprio mai scritto, prima:
-non conosco te, non conosci me, però grazie, grazie. Ma chi sei? Ho come un freddo, a leggere
Poi combattè, fra se e se, e infine si nascose dietro un pilone, aspettò che le macchine sfollassero sedendosi in un angolo, e non chiuse occhio, ci disse, neanche un minuto, e c’era da credergli, ce lo disse che ci sembrò di viverla, quella notte.
La mattina la vide, lui dice che la vide…una ragazza non tanto alta, che camminava dritta da apparire altissima, col profilo elegante di una donna ricca ma dolce come quello di una donna semplice, vestita sensuale, questo lo capimmo anche da come la descrisse…tra tanto, quell’istante lo colpì per la fronte lucida, e le gambe che si muovevano in accordo, e non c’era niente di studiato, quella donna camminava con grazia e nessuno le aveva insegnato come farlo.
La ragazza entrò nel gabbiotto, e non ne uscì…mancava molto all’arrivo delle macchine, così lui prese forza, ci disse proprio così, respirò tutta la forza di Celik, e ci andò.
Quel giorno Celik non lavò nessun vetro, anzi non ne lavò mai più, di vetri…parlarono e parlarono, lei soprattutto di come l’avesse visto bello, delle canzoni tristi che l’aveva sentito cantare sottovoce….poi gli disse che stava andando via, dalla città proprio, lui ebbe la sensazione che fosse tardi, e anche una vertigine, come quando quelle due o tre volte nella vita il pavimento oscilla o almeno così lo intuisci, fuori equilibrio, ecco, lei gli disse qualcosa sulla vita, sulla cartella bianca, sulle crocette, e per lunghissimi mesi si interrogò su quel qualcosa, nel frattempo si mise a leggere tutto, tutto quello che c’era alla piccola biblioteca del quartiere, costava nulla leggere e mancavano i best sellers del momento ma c’erano i classici della letteratura, i capolavori della storia, quelli sì, e imparò tanto Celik, quando lo incontrammo rimanemmo anche un po’ interdetti, dico parlava con un vocabolario che era la somma all’ennesima dei nostri…ma sto divagando, nella sostanza Celik una mattina si svegliò e ricordò esattamente tutto il discorso di lei, quello della cartella e delle crocette.
-Tu, mio sogno di questi mesi, sei il primo uomo che abbia visto diverso da una crocetta in una casella…tu lavi vetri e finestrini ma canti le tue melodie lontane, sorridi guardando allo scuro di un parcheggio sotterraneo, un giorno ti vidi scrutare il finestrone là in fondo alla ricerca del primo sole, e quando comparve posasti lo straccio, forse per perderti nel suo abbaglio…tu forse non mangi che un pasto ogni dieci dei nostri, ma il tuo fisico è levigato e formoso e snello come quello di un atleta antico…così io sono innamorata di te, Celik, so anche il tuo nome, vedi, solo che io sono ancora una crocetta, ho gli impegni la sera e la mattina, cene e pranzi e uscite, e come faccio a cancellare queste crocette, non sarei degna del tuo alzarti e chiamarmi così, da libero, libero.
Celik quella mattina capì tutto, così ci disse, però aggiunse che non si vedeva pronto, per lei dico, comunque la vita non era un gioco e almeno la croce principale, una tipo io e te viviamo qui, doveva essere capace di fissarla, fra l’altro la cartella bianca se l’era portata via, qualcosa di memorabile, ci disse.
Così Celik trovò lavoro, cioè glielo trovammo noi, e ci facemmo una gran bella figura, si capisce, Celik in un’ora correggeva i pezzi del giornale tagliando, aggiungendo, mai ammiccando…alla fine dell’anno vincemmo il premio come giornale più grammaticalmente corretto del paese, e intanto Celik l’avevamo iscritte a Lettere, l’avete già capito, la vita può partire da una cartella bianca o da un incontro ma ripartire da una lode e da cumuli di premi, e dopo cinque anni al giornale Celik, che naturalmente aveva ormai una pagina tutta sua, chiese una riunione, la prima riunione indetta da Celik, e ci chiese di pubblicare la sua storia, della cartella, della donna bianca.
Era il momento, confidò, non gliene sarebbe importato niente a nessuno, di quella storia, ma lui era disposto a pagare l’intera pagina del gionale, una sorta di inserzione pubblicitaria, un chi l’ha vista insomma.
Noi lo guardammo e più o meno eravamo per il sì, certo era un periodo politico un pò particolare e suvvia certe implicazioni non erano poi tanto trascurabili, infatti il direttore non si impose, si andò per alzata di mano, una ventata di democrazia per una storia che aveva la democrazia dentro, e fu unanimità.
Quel giorno se lo ricordano in tanti, dico, il giorno dopo, fummo intasati di mail, la metà inneggiava alla nuova linea politica del giornale e il resto minacciava ritorsioni. L’unico insensibile a politiche e condotte era Celik, a lui importava solamente quell’incontro, ma i mesi a venire furono, diciamo così, inaspettati. Celik fu invitato ad almeno venti trasmissioni TV, col linguaggio forbito in suo possesso stritolò polemiche e alimentò commozioni, e su internet il suo nome divenne piegò, nelle citazioni, gli eroi mediatici del momento.
Però la vita può piegarsi storta pur derivando rettilinea, così ci scrisse in quella lettera, l’ultima voglio dire, una lettera di dimissioni vergata da parole così intense che il direttore ne pretese un quadro per il suo ufficio.
Non l’abbiamo più rivisto, Celik, sarà laggiù, io credo, da dove se ne andò senza neanche l’angoscia in tasca…nella lettera affermò che quella storia sembrava avesse proclamato solo vincitori, la donna bianca perchè l’aveva estratto da un sotterraneo, anzi da un parcheggio sotterraneo, che anche nel senso era il culmine di una vita senza ambizioni e aspirazioni, e lui perchè era divenuto una persona di successo.
E invece, e qui le parole giacevano come oblique, come tracciate da una mano sconfitta di un’anima rotolata a terra ( è una frase sua, lui parlava così…), avevano perso entrambi, perchè quel giorno lui non esaurì i dubbi di lei, mentre lei stessa aveva fallito nel compito più semplice, quello di spostare, se non cancellare, le crocette, ecco sarebbe bastato spostarle, a volte si pensa quanto sia difficile stravolgere la vita ma sarebbe tutto più semplice, basterrebbe allargare le caselle, spostare le crocette, girare un paio di fogli della cartella della propria vita, che è bianca e invece la pensiamo, anche senza nessuno che lo imponga, già colorata di partenza.

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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Brani sparsi, da Condèmoni

fanno parte di un capitolo, ma pubblico soltanto brani sparsi

Andrea era una donna con una bocca grande e labbra carnose e rosa come pompelmi maturi, alta e affusolata, le ginocchia lievemente a x e le caviglie salde e robuste. Slash confrontò il suo abbigliamento (suo di lui) con il suo abbigliamento, perchè da quando aveva scoperto il nome della donna non poteva fare a meno di mettersi sul piattino sinistro di una bilancia immaginaria e vedere cosa succedeva al confronto. La donna era ben poco interessata ai giudizi altrui, pensò, ma certo più di lui, perchè comunque le gambe si vedevano dal ginocchio in giù e quelle caviglie, esposte all’aria perchè scoperte da scarpe basse di fattura trascurabile, un certo languorino sensuale erano capaci di dettarlo. Poi però il naso aquilino e la sagoma scavata e curva, che lui ebbe il tempo di memorizzare quando entrò al quinto portone (numero civico 5 di via Sabotino) arrotavano ogni focolaio di sospiri languidi, e Slash pensò che una felpa più abbondante avrebbe costituito un tampone utile alla desistenza della curiosità. D’altronde, continuò a divagare coi pensieri, c’è forse donna, là dentro, che potrebbe essere interessata ad uno sguardo languido? (…)
Comunque la donna era sotto osservazione da un paio di settimane perché Rudy aveva la sensazione che vivesse sola (come l’aveva ricavata, quella sensazione, proprio lui non riusciva ad arrivarci), e questa discontinuità, sempre secondo il capo, un certo significato avrebbe potuto averlo, come tutte le discontinuità di questa vita.
A dir la verità lui, Slash, non si ricordava grossi sbalzi nella sua, di vita, ma comunque. Era un dato di fatto, aveva detto il capo. Erano lezioni fa, quando l’aveva detto, ed erano lezioni che più o meno si capivano. Persone e come descritte con funzioni, la così detta analisi, le derivate, la vita come una curva con tendenze-pendenze e anse-stati d’animo. Ci stava. Bello anche il fatto che le derivate stesse fossero funzioni, e che dalla derivata non si potesse risalire alla funzione di partenza, un po’ come dire che se vedi una persona entusiasta e allegra non puoi assolutamente dedurre e tanto meno avere delle supposizioni che quella persona sia felice dentro o serena o insomma in pace con se stessa (come se la felicità o la serenità dessero pace, poi. Slash era assolutamente in pace con se stesso ma la felicità non sapeva neppure da che parte sillabarla. Ma stiamo divagando). Le ultime lezioni erano state invece estenuanti, complicate. Colpa della meccanica quantistica, aveva spiegato il capo. Un casino. Era venuto fuori che non era per niente vero che la realtà era una e una sola e bastava un’equazione a spiegarla e a disegnarla. Altro che studio di funzione, vedi una cosa e la descrivi, punto. Era stata un’illusione, e a questo punto lui e gli altri ragazzi avevano annuito tutti senza nessun principio di perplessità. Diamine, era la loro stessa vita a dimostrare che non c’era proprio niente di oggettivo. Che ogni volta che finivi in mezzo a un pezzo di mondo, quello ne veniva perturbato. Era da quando l’avevano sbattuto fori dalla scuola che l’aveva capito, questo.
( …)

Febbraio 21, 2014
di Fabio Palma
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SULLA VOCE, estratto dal romanzo Condèmoni

Dalla terza lezione
Non so, sono incuriosito dalle sacche vuote della coscienza, in parte riempite dalla INcoscienza, si capisce, ma in parte anche dall’imprevedibilità. Lunga storia, mai chiarita. O forse sì, ma per ognuno è…è diverso, si capisce. Ha a che fare col mettersi in pausa.
Prendete una donna, sensibile alla voce altrui, per esempio. Ce ne sono. Donne che si innamorano della voce, voglio dire. e questo spiega perchè si vedono in giro coppie sorprendenti. Non daresti nulla a certi uomini. Spacciati. Eppure sono con delle belle donne.
E’ per i soldi, interruppe Slash.
Ridacchiarono. A lui piaceva partire easy, per così dire.
Sì, anche. Ma non solo. Così come tutte quelle storie sul fascino, carisma, attrazione intellettuale. Cultura. Sì, ci sono anche quei casi. Ma pensateci bene. Non risolvono tutte le situazioni. E sapete perchè? Perchè, è un fatto, ci sono frequenze, frequenze, che rimbombano in qualche sacca vuota, generano un eco, questione di acustica, come essere in un teatro ben fatto, e questo eco deve avere un trasduttore, parte qualcosa di chimico, e si genera l’infatuazione. E va avanti per anni, badate bene. se ci pensate, accade a tutti. Ci si innamora magari di un attore, cioè lo si pensa, ma poi ascoltato in lingua originale…una delusione. Per non parlare dei conduttori radiofonici, quando li vedete in una foto o dal vivo, impallidite dallo stupore. Negativo.
Fece una pausa, studiata. Per farli concentrare. Ora arrivava il difficile.
Sapete però cosa accade, non a tutti, ma succede? Che cambia la voce, col tempo. Sì, invecchia anche l’epiglottide. Una volta risolsi un caso così, fece analizzare le voci delle vittime.
I ragazzi lo ascoltavano e lo guardavano. Mentalmente, prendendo appunti. Due o tre fecero per fare domande, ma Rudy continuò. Bisognava essere serrati, adesso.
E questo vi fa pensare anche su che cosa sia il corpo e cosa rappresenti un’espressione di quel corpo, no?
Fece una pausa. La voce è un’espressione, no? Come il gesto, e poi ci sono le espressioni involontarie, come l’odore di una persona. Su quello che loro possono controllare, potremmo sempre fallire, c’è gente in gamba, là fuori. Gente veramente (calcò il tono, come a sottolineare, su veramente) capace di fingere. Di mentire. Ma certe espressioni sono involontarie. E la voce…sì, dipende da noi, ma fino ad un certo punto. ha a che fare con la fisica, è una questione di onde. Una serie di onde. Un fascio. Che colpisce una membrana, cioè il timpano, ecc ecc, ma che riempie anche dei vuoti, e anche la coscienza è un vuoto. Sapete cos’è, una serie di onde? Un mazzo, un grappolo di onde. Simili, ma diverse. Si differenziano per una costante ( mentre parlava, proprio in quel momento, gli venne in mente che ora si faceva davvero difficile, per loro), ed è lì che dobbiamo, pazientemente, indagare, analizzare, colpire. Scolpire. Passano gli anni, qualcuna di queste onde diventa diverse. Cambia l’effetto che fai sugli altri. Cambia quello che sei, per gli altri. Non piaci più, o piaci di più. L’altro ti guarda in modo diverso, e pensi alle rughe, o a cose così, e invece non è quello. E’ la tua voce.
I ragazzi lo guardavano, e non è che capivano molto. Proprio come noi e voi. Ma Rudy non era preoccupato, di questo. Avrebbero capito. Era questione di tempo, e ne avevano. Avrebbero trovato i loro esempi, ripensato alle loro storie, si sarebbero convinti. Avrebbero riflettuto sulla voce al telefono, così diversa. Come la propria faccia in una foto, così diversa da come vorremmo. Come la propria voce ascoltata, da uno schermo, un video, un registratore. Il registratore aveva fatto capire questo, molti decenni prima, si trattava di farlo capire ai ragazzi. Dare importanza a cose non importanti, ma decisive. Là dentro c’erano centinaia di coppie, e per infilarsi fra loro bisognava agire su tutto.