IL CASO ANRAKU
Quando la forza massimale non basta
C’è un momento, nella storia di ogni sport, in cui compare un atleta capace di mettere in discussione le categorie con cui siamo abituati a interpretare la prestazione. Nel nuoto ci sono appena stati due record del mondo senza senso, Kate Douglass nei 50 sl e Johannes Liebmann nei 1500 sl. Nuove dimensioni, già viste con l’aliena Summer McIntosh nel 2025 e il clamoroso David Popovici da qualche anno. Atleti che non sembrano forti, a vederli, ma che hanno squassato discipline di Forza!!! Anche l’Italia del nuoto, con Ceccon e Sara Curtis, ha due atleti all’apparenza non così forti, ma che sono in realtà mostruosi. Tutti i nomi che a secco non sono sicuramente impressionanti, anzi. Certamente non fra i primi cento atleti forti del nuoto. Forse neppure fra i primi 1000. Sono, però terribilmente tecnici, coordinati, SINCRONIZZATI.
Sorato Anraku, per l’arrampicata, è uno di questi casi.
Il suo esordio nel circuito di Coppa del Mondo, ancora giovanissimo, neppure dieci trazioni alla sbarra e immediatamente dominatore sia in Lead che Boulder, ha prodotto qualcosa di più di una semplice sorpresa agonistica: ha messo davanti agli occhi di tutti una domanda scomoda.
Quanto è davvero importante la forza massimale, se osserviamo la prestazione
dell’arrampicatore nella sua totalità?
Anraku, infatti, non sembra possedere quella forza specifica che molti considererebbero
indispensabile per un atleta capace di dominare contemporaneamente Lead e Boulder ai
massimi livelli. Non è il classico arrampicatore costruito intorno alla trazione mono-braccio. Oggi probabilmente la fa, ma all’esordio per niente. Eppure ha dominato. Leggero? Sì, ma non certo più di un Ghisolfi o di molti altri fuoriclasse.
Non è, almeno apparentemente, l’atleta che impressiona per il numero di trazioni
massimali eseguite in rapporto al peso corporeo.
Eppure vince.
E non vince facendo qualcosa di semplice.
Vince facendo cose estremamente complesse.
LA DOMANDA SBAGLIATA: QUANTA FORZA HA ANRAKU?
Quando analizziamo un arrampicatore di alto livello, la prima tentazione è quasi sempre
quella di cercare il valore della sua forza.
Quante trazioni? Quanti chilogrammi aggiunti? Quanto pesa? Qual è il rapporto tra forza
massima e peso corporeo? Quanto tiene su una tacca?
Sono parametri importanti. Sulla roccia MOLTO importanti. Ma le gare sono diventate assai più esigenti che la roccia per la presenza di volumi intenibili rispetto alle prese che troviamo sulla roccia. Il caso Anraku suggerisce che potrebbero essere soltanto una parte della storia.
Immaginiamo due arrampicatori. Il primo è capace di sviluppare una forza enorme in un
singolo gesto, ma impiega molto tempo per raggiungere quella forza. Il secondo sviluppa
una forza assoluta inferiore, ma riesce a coordinare in una frazione di secondo la spinta
delle gambe, il trasferimento del bacino, la rotazione del tronco, la stabilizzazione
scapolare, la tensione del core, il trasferimento della forza attraverso il braccio, il rilascio
della mano e l’orientamento del corpo verso il bersaglio.
Chi dei due è più forte?
La risposta dipende da cosa intendiamo per forza. Se intendiamo la forza massima
esprimibile da un singolo distretto muscolare, probabilmente il primo. Se intendiamo la
capacità di produrre la forza utile nel tempo disponibile, la risposta potrebbe essere il secondo.
Ed è qui che, a mio avviso, il caso Anraku diventa interessante.
IL TEMPO È UNA VARIABILE DELLA FORZA
In arrampicata, soprattutto nel Boulder moderno, non basta chiedersi: «Quanta forza posso
produrre?»
Bisogna chiedersi: «Quanta forza posso produrre nel tempo che ho a disposizione?»
La relazione diventa allora molto più complessa. Non abbiamo più soltanto F = m · a, ma
una sequenza temporale: F(t). La forza diventa una funzione del tempo.
E ancora più interessante diventa osservare come questa forza viene distribuita nello
spazio, cioè attraverso l’intera catena cinetica.
Anraku sembra essere straordinario proprio in questo.
Non necessariamente perché ogni singolo anello della catena sia il più forte possibile, ma
perché la catena funziona con una sincronizzazione eccezionale.
Il piede parte. Il bacino segue. Il tronco ruota. La spalla si organizza. Il braccio riceve la
forza. La mano arriva.
Tutto accade quasi contemporaneamente.
Non è la somma di muscoli forti. È una sinergia neuromuscolare.
ONDRA E MANOLO: DUE PRECEDENTI CHE AVEVANO GIÀ
MESSO IN CRISI IL PARADIGMA
Il fenomeno non è completamente nuovo.
Adam Ondra aveva già sconvolto il mondo dell’arrampicata quando, tra gli 11 e i 15 anni,
riusciva a realizzare prestazioni che sembravano sproporzionate rispetto alla sua forza
massimale normalizzata al peso corporeo.
Un ragazzino capace di arrampicare a livelli incredibili senza possedere necessariamente i
valori di forza assoluta che, secondo una lettura semplicistica, avrebbero dovuto essere
necessari.
In Italia, poi, Manolo ha rappresentato per decenni un’altra gigantesca anomalia.
Ha dimostrato che si può arrivare a livelli estremi di arrampicata senza costruire
necessariamente la prestazione attorno all’idea di forza massimale pura.
Ma Anraku introduce qualcosa di diverso.
Ondra ha sviluppato un rapporto straordinario tra tecnica, lettura, precisione e capacità di
applicare la forza.
Manolo ha portato all’estremo l’intelligenza del movimento, la sensibilità, l’economia, la
capacità di utilizzare il corpo e l’ambiente in modo non convenzionale.
Anraku sembra appartenere a una nuova generazione.
Una generazione cresciuta dentro un’arrampicata in cui il movimento è diventato sempre
più complesso, tridimensionale, dinamico e imprevedibile.
IL CIRCENSE CHE SCALA
Se dovessi trovare una definizione per Anraku, utilizzerei questa: «Un circense che scala».
Non è una definizione tecnica, naturalmente. Ma descrive perfettamente una sensazione.
Guardandolo, sembra che il corpo non venga utilizzato semplicemente per superare un
ostacolo, ma per organizzare una sequenza di movimenti nel modo più efficace possibile.
Il suo corpo non appare rigido. Non combatte contro la parete. La attraversa.
È una differenza enorme.
Il movimento di Anraku è caratterizzato da dinamicità, continuità, adattabilità,
coordinazione intersegmentale, mobilità articolare, rapidità di riorganizzazione, capacità di
trasferire il peso, uso straordinario delle gambe e sincronizzazione tra arti inferiori e
superiori.
La sua forza non è soltanto quella che riesce a esercitare.
È anche quella che riesce a non dover esercitare.
Ed è una distinzione fondamentale.
FORZA APERTA O FORZA CHIUSA?
Qui arriviamo alla domanda più interessante.
La forza di Anraku è una forza a catena cinetica aperta o chiusa?
La risposta, probabilmente, è: entrambe, ma in momenti diversi e soprattutto nella loro
integrazione.
La forza a catena cinetica chiusa è quella in cui l’estremità distale è vincolata: il piede sul
volume, la mano sull’appiglio, il corpo che deve organizzarsi attorno a punti di contatto
relativamente stabili.
La catena aperta, invece, compare nel momento in cui un segmento viene liberato: una
mano che lascia un appiglio, una gamba che si svincola, un arto che accelera verso il
successivo bersaglio.
Il fenomeno interessante è ciò che accade nel passaggio tra le due.
Catena chiusa → generazione di forza → apertura → accelerazione → nuovo contatto →
nuova stabilizzazione.
È qui che la forza massimale isolata può diventare insufficiente per spiegare la prestazione.
Perché il problema non è più soltanto: «Quanto riesco a tirare con un braccio?»
Ma: «Quanto velocemente riesco a trasformare una spinta dei piedi in una traiettoria del
corpo, mantenendo contemporaneamente il controllo del centro di massa e arrivando con
precisione sul prossimo appiglio?»
Questa è un’altra forma di forza.
È forza coordinata. È forza dinamica. È forza espressa attraverso una catena cinetica.
IL VERO TALENTO DI ANRAKU POTREBBE ESSERE IL
RECLUTAMENTO SINCRONIZZATO
La mia impressione è che il punto centrale non sia semplicemente il reclutamento delle
fibre muscolari.
È il timing del reclutamento.
Non basta attivare il deltoide. Non basta attivare il dorsale. Non basta attivare il core. Non basta spingere con il quadricipite.
Bisogna attivare tutto nella sequenza temporale corretta.
E forse, nei movimenti più esplosivi, persino nella sovrapposizione temporale corretta.
È come se Anraku riuscisse a trasformare il sistema neuromuscolare in una sorta di orchestra.
Il singolo strumento può non essere il più potente del mondo. Ma l’orchestra suona
perfettamente insieme.
E quando tutti gli strumenti entrano nel momento giusto, la potenza dell’intero sistema
supera enormemente quella che potremmo prevedere osservando ogni singolo elemento.
NON È POCA FORZA. È UNA DIVERSA ORGANIZZAZIONE
DELLA FORZA
Questo, però, è un punto importante.
Dire che Anraku non sembra avere una forza massimale eccezionale rispetto al suo livello
non significa dire che sia «debole».
Sarebbe un errore.
Un atleta capace di vincere Boulder e Lead in Coppa del Mondo possiede necessariamente
livelli elevatissimi di forza relativa, forza resistente, capacità di mantenimento della
tensione e capacità di applicazione della forza.
La questione è un’altra.
Quale tipo di forza determina maggiormente la sua prestazione?
Ed è qui che il caso Anraku diventa interessante.
Forse non è la forza massimale isolata.
Forse è la capacità di: produrre → trasferire → coordinare → orientare → assorbire →
stabilizzare → riprodurre la forza.
Una sorta di forza funzionale dinamica, dove il valore non è soltanto il picco di forza
prodotto, ma la quantità di lavoro meccanico utile che il corpo riesce a generare nel
brevissimo intervallo disponibile.
LA NUOVA FRONTIERA DELL’ALLENAMENTO
Se Anraku rappresenta davvero una nuova direzione evolutiva dell’arrampicata, allora
anche l’allenamento deve cambiare prospettiva.
Non significa abbandonare la forza massimale.
Significa smettere di considerarla la spiegazione universale della prestazione.
L’arrampicatore moderno dovrà probabilmente allenare contemporaneamente:
- Forza massimale
- RFD, cioè rapidità di sviluppo della forza
- Reattività
- Coordinazione intermuscolare
- Mobilità dinamica
- Stiffness elastica
- Trasferimento di forza
- Controllo del centro di massa
- Timing neuromuscolare
- Capacità di passare rapidamente da catena chiusa a catena aperta
E soprattutto dovrà imparare a integrare queste qualità.
Perché il futuro dell’arrampicata potrebbe non appartenere a chi possiede il muscolo più forte.
Potrebbe appartenere a chi riesce a far lavorare più muscoli, più articolazioni e più
segmenti corporei nello stesso istante, con il minimo ritardo possibile.
IL CASO ANRAKU CI OBBLIGA QUINDI A CAMBIARE
DOMANDA
Non chiediamoci più soltanto: «Quanto è forte Anraku?»
Chiediamoci: «Quanto velocemente il suo sistema neuromuscolare riesce a trasformare una
forza relativamente modesta in movimento efficace?»
Forse la sua grandezza non è quella di possedere una forza straordinaria.
Forse è quella di usarla straordinariamente bene.
E se è così, Anraku non rappresenta soltanto un talento eccezionale.
Rappresenta un possibile cambio di paradigma.
Da un’arrampicata centrata sulla capacità di resistere alla gravità, a un’arrampicata
centrata sulla capacità di dialogare con la gravità.
Il corpo non è più soltanto una macchina che deve tirare.
È una macchina che deve accelerare, ruotare, trasferire, assorbire e rilanciare.
E in questo senso, forse, la domanda finale non è più:
Forza a catena aperta o a catena chiusa?
Ma: «La vera forza dell’arrampicatore moderno non è forse proprio la capacità di passare,
in pochi decimi di secondo, dall’una all’altra?»
Anraku sembra aver trasformato questa transizione in un’arte.
