Fabio Palma

Infinite jest

I LIMITI DELLA AUTOVALUTAZIONE

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«Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona. I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole e i realisti con i piedi nel fango.»

Così scriveva George Orwell.

Nello sport non è molto diverso. Nessuno possiede davvero la ricetta vincente. Ce l’ha, forse, chi vince una gara dominando gli avversari, o chi arriva in cima al sasso più difficile del pianeta e può voltarsi indietro dicendo: «Ce l’ho fatta». Ma se fosse davvero sincero, probabilmente ammetterebbe che non era affatto certo del risultato. L’incertezza è il prezzo del gioco. Il banco delle scommesse continua a vincere ovunque e gli allenatori esistono proprio per questo: per aumentare le probabilità di successo, non per garantire il successo. A memoria, oltre a Bob Bowman e Julio Velasco, faccio fatica a ricordare tecnici che abbiano vinto oltre il novanta per cento delle competizioni affrontate. Su roccia tutti abbiamo avuto i nostri «avrei voluto». Io avrei voluto fare l’8c. Sono orgoglioso di ciò che sono riuscito a scalare e ho anche delle ragioni per non aver mai davvero inseguito quel grado, ma i dati restano lì: non l’ho fatto. Per questo sorrido quando leggo certi racconti romantici e acchiappa-consensi di scalatori della mia generazione che oggi fingono di non aver mai cercato approvazione o gratificazione. Non c’è nulla di male nell’averle cercate. C’è qualcosa di stonato nel negarlo.

I dati, i numeri e la statistica sono ciò che molte persone temono. I veri sportivi, invece, imparano ad apprezzarli. Perché non mentono. Naturalmente servono competenza, intelligenza e onestà per interpretarli. I numeri sono impietosi. Ho visto anche recentemente esultanze sproporzionate per prestazioni costruite attorno al niente, una manciata di prese davvero significative e avversari fuori forma. Per lo spettatore è comprensibile: vede il gesto decisivo e si entusiasma. Ma l’atleta dovrebbe sapere che quella lettura è superficiale. Se in una futura gara importante la vera selezione comincerà alla presa venticinque e realmente la tua prestazione ha avuto 6 prese di difficoltà, significa che prima ce ne sono state altre quindici che non contavano e che la tua esultanza doveva essere contestualizzata. Invece di festeggiare, forse sarebbe più utile dirsi: «C’è un problema enorme. Se tra un mese sarò ancora in questa condizione, non arriverò terzo: arriverò oltre il cinquantesimo posto». Ed è quel dato che definirà la stagione. Vale per il professionista e vale per l’amatore. E per dir la verità questa cosa la scopri in fretta quando hai che fare con la matematica tosta, oltre che con lo sport. Quando sei un Dio in un contesto facile, per esempio un liceo, e poi assaggi analisi 2 e analisi 3. A loro volta mattoncini della VERA matematica. Se sei onesto, non esulti sbraitando per una lode in analisi 2 e 3. Io le presi e come tutti noi fummo moderati, avevamo capito che erano cimenti ancora ben lontani da ciò che avremmo potuto assaggiare (e io, di fatto, nella vera matematica non ci ho messo mai il naso). Incidentalmente, Bea mi diede un ripasso straordinario su questo. A Villars, nel 2023, arrivò quarta in Coppa del Mondo. Tutti esultavano, gente della federazione e io. Lei si avvicinò con un sorriso molto beffardo, e mi disse, non mi sento completamente soddisfatta. Aveva capito che non era comunque andata al cento per cento e che qualcuna più forte aveva sbagliato prima. Bea, però, ha un’intelligenza fuori dal comune.

«È una visione fredda» «La verità non ha temperatura.» (Cormac McCarthy)

La passione non nasce dall’illusione. Nasce dal confronto con la realtà. Vuoi coltivarla sulla roccia più bella? Nei luoghi più belli? Benissimo. Ma i luoghi più belli raramente sono indulgenti. Richiedono consapevolezza, preparazione e realismo. Salire una via a vista nel Lecchese dice poco su ciò che accadrà su una qualunque parete del Wenden, e anche una via in Verdon ti può abituare al vuoto ma non allo stesso impegno psicofisico. Tantomeno una via classica in Dolomiti. Chiudere un 7a nella propria falesia può avere ben poco a che fare con il 7a che usi per scaldarti a Céüse, e sul 7a in certe falesie potresti perfino avere dei dubbi sull’averlo mai scalato…

E allora la domanda diventa semplice e scomoda. I progetti che sogni poggiano su condizioni favorevoli. Le tue condizioni, invece, le hai costruite?

Oppure stai soltanto sperando che siano sufficienti?

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