Fabio Palma

Infinite jest

SOTTO LE COSTOLE C’ERA RUMORE

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Sotto le costole c’era rumore, e non sempre era il cuore. Certe giornate le andavano avanti in libertà vigilata, pavimentate come tappetini da doccia. C’era appena da guardare dove mettere i piedi, ma senza troppa attenzione. Come se il tempo scorresse, al suo fianco, in una corrente ostinata e contraria. Quando invece avrebbe voluto attraversarlo, o viverci insieme.
Quei rari momenti di una donna nei quali il corpo è felice di un istante, e nel petto il suono non è sordo, ma acuto all’inizio e poi rotondo, ben fatto.
Cercava quelli, di momenti. Con tutto quello che sapeva, avrebbero dovuto gemere dall’essere troppo pigiati, in troppi. E invece si erano assestati qua e là, come stelle. Brillanti, sì, ma infinitamente circondati di scuro.
La stanchezza la assaliva alla testa, e poi la pesantezza le arrivava ai piedi, che si trascinavano come dentro due ciaspole e sotto erba secca invece che soffice neve.
La stanchezza eclissava la volontà, e intorpidiva l’attenzione. Era un’arma potente, avrebbe potuto usarla contro i riottosi, i più attenti.
Avrebbe dovuto STANCARLI.
Colpendoli con cose da fare. Affossando il loro tempo libero.
E questo era complicato, ma non complesso. Già lo facevano, i poteri. Ma entrare nelle case di ciascuno, nei piccoli angoli delle cose private, quella era sfida difficile. In mezzo a televisioni, computer e passatempi di maniera, molti avevano ancora il loro orticello. E lei lo capiva dalle piccole pieghe che formava la pelle del viso, che andava per suo conto e contro il volere della maniera. La vedeva, la donna che sorrideva ai figli e al marito e intanto pensava, ogni minuscolo istante, ago che punge il pensiero con dolore e ricordi, a una vita diversa, con un uomo diverso, con un sogno diverso. Lo vedeva, l’uomo che accompagnava la moglie a fare la spesa, vagando nel desiderio di un’altra, a volte anche solo accarezzando le gambe di una ragazzina debolmente vestita.
Quella e quello si ritrovavano soli, la sera o di giorno, su qualche divano, e allora si abbandonavano al gesto, come annusando il profumo di un mobile antico, e la musica di qualcosa perduto per sempre li avvolgeva con nostalgia di una vita diversa, e le mani si lasciavano andare, prive di qualsiasi vergogna.
Come fare per entrare in quei piccoli orti?
Sorprendere la gente nella loro piccola sfera di emozioni, l’ultima rimasta. Coglierli lì, impreparati, dove si sentono forti. Lasciarli con un buco nel petto, impossibilitati a riempirlo con le parole. Come se le certezze diventassero palpabili quanto la foschia mattutina.
Stancarli, doveva stancarli.
Cominciò a mangiare.
Smise appena un attimo, quando si affrettò allo specchio a controllare che accenni di rughe ci fossero veramente, e c’erano, e non sapeva rispondere al quesito se fossero figli del meglio o del peggio.

Quando finì, non era tardi per quello che davvero si era imposta di fare.
Pensò come fosse curioso che mangiare facesse andare diritto al cuore delle cose, udire l’eco dei suoi desideri, e scioglierli. Tranciare catene e recidere etichette, come se a pancia piena si fosse più leggeri. Col vino era già pronta ad ammettere e amare.
Aveva mangiato, e tentacolari erano affiorati i ricordi di sterzate brusche – perché non c’era stata, con Alberto? – e di curve mal impostate, con se stessa a insabbiarsi o, peggio, urtare malamente sacchi di cemento. Con lo stomaco carico di grassi e proteine, e gli zuccheri ormai in collisione fra loro, scese in strada per ascoltare il respiro della gente. Quando arrivò nella via, si sedette su quel marciapiede dove era inciampata in bicicletta, tanti, tanti anni prima. Col ginocchio sbucciato, non era andata da Luca, vergognosa della carne gonfia e della pelle a brandelli. Ora il ginocchio era ancora gonfio, ma del liquido dell’età, che sembrava duro a siringare.
Le mancava papà, le avrebbe detto qualcosa. Allora, su Luca, e ora, su tutto quello che le percorreva la testa.
Luca, allora, se n’era risentito, era scomparso, e lei si era adagiata nella scomposta vallata umana dell’equivoco. Seduta nello stesso posto, ora così diversa, satolla di cibo e vuota di vita, decise di non piangere. Svapora, la vita, quando la scruti a pancia piena dal marciapiede dove non hai osato scendere.
Due ore più tardi si alzò molto più forte. Esaminò con interesse quanto la digestione fosse stata completa e acuta nel riempire vuoti diversi, un processo complesso e contorto, con un fine preciso.
Ora il corpo era forte, e così anche i pensieri più lineari e sicuri.
Stancarli, doveva stancarli.

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