Fabio Palma

Infinite jest

Febbraio 7, 2015
di Fabio Palma
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LA VERGOGNA

 

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Ve l’ho già detto della mancanza di vergogna? Forse sì, ma ormai ho la memoria di un unicellulare, quindi fa niente. Ho anche già usato questa foto, ma fa niente lo stesso.Tre sono i personaggi a cui mi accomuno nella totale mancanza di vergogna in pubblico. Che poi forse è il motivo per cui se mi piazzano una telecamera in faccia o mi sparano un microfono in bocca e dall’altra parte c’è gente a piacere non trovo problemi. Comunque quello alla mia destra è Pedrazzani Bruno, alias Pedro, che conobbi così: semilite in un bar di Meina (eravamo passionali…), improvvisa amicizia nell’arco di due ore, al secondo giorno gli faccio, guarda io fra due settimane vado in Calabria, Soverato e poi Montepaone lido, visto che ella mi ha piantato vedo se ho chances con quella di cui ero innamorato e che comunque non mi ha mai voluto però sai mai che dopo 4 anni ci ha ripensato, etc etc, vuoi venire? Comunque è bello, tornei di bigliardino (motivo recondito dell’amicizia, formavano una coppia paurosa che vinceva soldi…), etc etc…Pedro mi dice di sì, okkio che allora non c’erano cellulari, non avevo là telefono fisso, etc, beh, questo prende il treno, e dopo 25 ore di viaggio perchè sbaglia coincidenza lo ritrovo con una valigia e scarpe da città che cammina sulla spiaggia alla mia ricerca. Un mito. Ragazzi, Pedro non aveva paura e vergogna di NIENTE. Lasciate perdere quello che vedete in TV, quelli son pagati. Pedro era freelance, una lancia libera, per tutti. Pedro, guarda là, una bella Signora. e lui andava dalla Signora e diceva, ho fatto 1000 km per i suoi occhi. Certo rischiammo qualche pestaggio ma vi dico che eravamo una delle coppie più tamarre che si fossero mai viste in Europa. dal Portogallo alla Grecia via Sardegna e Sicilia e Calabria, eravamo il terrore dei benpensanti. Quando vedeva una tipa che gli piaceva le si parava davanti (con canottiera alla Trinità, di modo che quando la levava l’abbronzatura sulla schiena era a chiazze per via dei buchi, tatuaggio variegato e naturalissimo) e diceva, lui laureato in nucleare sa tutto, io terza media, usciamo insieme io te e tua amica con lui che ha studiato? Ci hanno cacciato via per schiamazzi da innumerevoli posti pubblici, poi quando si unirono Pitax e Cecco alias Francesco Nicolò …ciao…però è una bella palestra di vita. Voglio dire, vai in un posto dove non conosci nessuno, nessuno sa chi sei, e dopo mezz’ora ne hai fatte talmente tante che tutti ti guardano o malissimo o stupiti che tu non sia pagato per fare quel casino. A ben pensarci, dopo è ovvio che in qualunque situazione diciamo civile tu sia noncurante alle brutte figure, che poi quali sono le brutte figure? Basta mi fermo lì perchè ci sarebbe da dire quali sono davvero le brutte figure, secondo me…F1020030

Febbraio 6, 2015
di Fabio Palma
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SPROVVEDUTI IN WORLD TOUR

Sprovveduti in world tour.
Venezuela F1020007E quindi poco dopo i Tepuy e 26 ore con un eremita e una notte di strizza a Caracas dove capimmo tutti molto bene cosa significasse okkio alla pelle quando vai in giro, capitammo a Los Roques, allora sabbia e niente luce. Però ci arrivammo con aereino di contrabbando, niente check-in o cose del genere, poi capirete perchè preciso. Scotch da pacchi ai finestrini rotti (giuro), e breve scambio vocale fra pilota losco e Pitax ( voi lasciare giù uno zaino-perchè Desculpe-perchè se no non ce la facciamo-e desculpe tu come sai che senza uno zaino ce la facciamo e con lo zaino ci schiantiamo, hai la bilancia negli occhi? – io pilota tu turista tu fidare – ma vivi di turisti così? – quello ride molto e dice – ma no io avanti e indietro con Colombia giro largo e arrotondo – ah capito), arrivo a Los Roques su pista di sabbia con due dico due aereini capovolti a lato della pista uno da mezz’ora. Va beh, ora è diverso, mi sa. Comunque dopo un giorno ci rompiamo e becco un pescatore, senti ci porti da qualche parte in mezzo all’oceano, non c’è qualcosa di selvaggio? Quello annuisce entusiasta e ci carica la mattina all’alba. Un’ora e mezzo, siamo in costume, io Pitax Grego e due ragazze romane, Pitax ha anche maglietta bianca, noi no, duri e puri, non cominciate a pensare male perchè vedrete che non è proprio il caso. Arriviamo in questo atollo o come diavolo si chiama. nome che dice il pescatore, Caja de Muerte, non lo dimenticherò mai. Essere striscia di sabbia di cento metri, altezza 30 cm sul livello del mare, larghezza max 5 metri. Un ellisse molto molto stretto. Sbarchiamo pronti ad orbitare, attenzione ragionate un pò, cosa vi portereste su tale perla bianca? Pitax dice, Desculpe, nos otros potemos nadar o pescados comir with nos otros making gnam gnam? – Pescatore ride tantissimo e dice, no nadar, gnam gnam. Ah ok. Sono le 10.00 a.m. Avete riflettuto bene o non ve ne frega nulla? manca qualcosa? Io ci misi tipo 3 minuti, troppi, Pescatore ormai a cento metri puntino nell’oceano.
Grego, l’acqua? Azz…Grego l’avevi tu, e adesso che c…. beviamo per cinque ore? Già, cinque. Comunque il posto è stra-bello e facciamo avanti e indietro un pò di volte. Troviamo a cinque metri dalla riva (…e come la devo chiamare, anche se tutto è largo cinque metri??) conchiglione di 25 cm di larghezza. Tutto molto romantico, però anche le due ragazze romane pragmaticamente a mezzogiorno esclamano, fa un caldo che se more, o qualcosa del genere. In effetti…io e Pitax siamo ingegneri ma secondo me neppure quello dell’isola misteriosa ( grande Verne) avrebbe tirato fuori qualcosa da una conchiglia e cinque costumi, e pure Robinson Crusoè avrebbe avuto il bel daffare ad arrivare al capitolo II del romanzo, comunque sono le 13.00 quando Pitax, che è di Udine, rosso di capelli, alto 195cm e bianchissimo di pelle, dice, Fabio, e mentre con con voce flebile dalla sete gli dico, che c’è?, quello mi crolla giù diritto come un palo abbattuto. Svenuto.
Ahia…le due ragazze sono un pò sull’isterico, ma pure io e Grego non è che siamo proprio quiet, eh…anche allora avevo un buon autocontrollo, come quando poi ho aperto le vie, quindi ci ragiono su. E ragionando le cose mi peggiorano, perchè i più attenti fra voi lettori saranno già sicuramente arrivati alle seguenti deduzioni 1) allora mica c’erano i telefonini etc etc 2) chi cacchio ti ha assicurato che il pescatore ritorna e soprattutto quando? 3) quand’è l’ultima volta che hai visto un documentario sulle maree? 4) che probabilità hai di trasportare ‘sto pezzo d’uomo di 90 kg a quell’isoletta laggù senza essere gnam gnammati, che poi che fai là che non ci sono alberi, lo sdrai sotto arbusti di 50 cm e gli fai bere clorofilla? Con il conchiglione facciamo un pò di croce rossa, nel senso che per due ore gli versiamo acqua di mare in testa, so mica se facesse bene, eh…fra l’altro sono le 16.00 e in generale pure noi abbiamo svarioni vari, ah niente cibo, ma con 35 gradi all’ombra minimo ( ombra? sorry, dichiarazione idiota) e il pescatore sarebbe dovuto tornare alle 14.00 che fai ti porti il pranzo al sacco? I più attenti ricorderanno che siamo arrivati lì con aereo di contrabbando, niente registrazioni, insomma non troveranno i corpi e con la conchiglia non posso neppure scrivere sulla sabbia mamma e papà vi ho sempre voluto bene. Sono le 18.00 quando compare puntino all’orizzonte di grande oceano, diventa barca alle 18.15, Pitax mormora, lo uccidiamo solo quando abbiamo attraccato a Los Roques, eh? beve lui praticamente tutti e due i litri che Grego aveva lasciato in barca, quindi non abbiamo energie neppure per farlo fuori anzi gli diciamo bello bello lui fa – magnana altro giro? Vabbè la risposta non ve la dico.
Buongiorno, eh. Nella foto Pitax un’oretta prima di cadere, maglietta bianca a turbante, poi gli facevamo ombra con i nostri corpi e quella maglietta, io sono all’estremità dell’isola. tutto davvero stra-bello, eh?

Febbraio 3, 2015
di Fabio Palma
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RICORDI, KENIA

KeniaF1040003

Quando sono andato in Kenia con Tatiana facevo speleo, ero abbastanza allenato in sfacchinate, così quando abbiamo deciso di salire sul Monte Kenia ho pensato che fosse una passeggiata, all’epoca i 2000 metri di dislivello erano, per esempio, un qualcosa che mi attizzava, non mi scomponeva minimamente. Arriviamo verso i 2500 e vediamo un gruppetto di kenioti che corre, in gruppo, e quando dico corre non rende l’idea, così lo stampatello: CORRE. Poi mi dicono che erano gli atleti della nazionale keniota di mezzofondo, che come sapete il più scarso se va male in Europa vince a mani basse. Comunque zainone con futura moglie alleggerita e si parte, dico, facciamo una tirata unica fino all’ultimo rifugio, che era 4200m. Vado su che sto di meraviglia, Tatiana accusa sui 3500 e allora faccio il grande, prendo tutto io. Tipo 20kg, viveri etc, per tre giorni. A 4000m sento un principio di mal di testa…a 4010, improvvisamente un castoro comincia a mordermi il sottotempia. Arriviamo al rifugio che sono un cadavere, una nausea che non vi dico, Tatiana non messa strabene ma in definitiva mi trasporta a letto. Notte da incubo e la mattina lei mi fa, c’è uno che ci consiglia, visto come sei messo, di fare il giro della cima, sono due francesi, loro fanno così. Fammi vedere la mappa, dico, e vedo che ci sono da fare circa 4 passi intorno ai 4500m, su e giù. La cima era sui 4900m, vado a memoria senza consultare. Dunque, dico io, sono un cadavere, ma 700m li faccio e poi mi rotolo giù, mentre quel saliscendi mi puzza di giro interminabile. Si va su. Tatiana sta alla grande, prende lei carico e io dietro che mi trascino, arriviamo su che all’autoscatto sorrido ma insomma…scendiamo, lei saltella, io moribondo, progressivamente a dir la verità un pò meglio. Difatti arrivo giù che non è che inizierei una partita di rugby, ma comunque non è male. Molte molte ore dopo al rifugio si comincia a parlare dei due ragazzi francesi, qualcuno li ha visti? Arrivano a notte inoltrata, visti poi alcuni film recenti post-guerra e loro erano più o meno così. Uno dei due la mattina esce, va per i suoi bisogni, sviene, si rompe in caduta il setto nasale. Maschera di sangue, tamponiamo con acqua bollente… Poi noi scendiamo per altro percorso, siamo solo noi due e ci ritroviamo verso i 2500 in simil giungla, vediamo un branco di babbuini, piantiamo la tenda che alzando la testa vedo tranquilla un’aquila enorme in cima all’albero. Non c’è morale, poi ricordo che a Kenia city andiamo a prendere un autobus local e ci troviamo unici bianchi in un posto un pò così, intuisco che non dobbiamo essere lì e faccio la faccia che facemmo a Caracas quando ci ritrovammo nel posto sbagliato. Guardo davanti e cammino come se cercassi il boss della zona o giù di lì. Mi fa, dopo, ma che faccia cattiva che avevi, prima. La paura aguzza il mimo, dico.

Febbraio 1, 2015
di Fabio Palma
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GUATEMALA

Guatemala Belize F1000008

Ci dice, di là non va nessuno, se vi va. In qualche ora si arriva in Guatemala. Ci strizza l’occhio. Ci passo io quando devo andare in Guatemala, che non ci potrei. Abbiamo appena incontrato quell’italiano ricercato in 5 stati per cose varie, che conosce quella zona come le sue tasche, per forza, ci si è rifugiato. Siamo in Messico, non lontano dal Guatemala. Quanto lontano? fai due giorni, ci fa. Partiamo. Strada nella giungla, facciamo qualche ora, buche sedimentate, e il fuoristrada si scassa. Il tipo non ne viene a capo e Grego gli trova il problema. irrisolvibile. Passano un paio d’ore, parolacce varie, lui ci fa, qui passa l’autobus. L’autobus qua??? Pitax lo sta per sgozzare dal nervoso, quando arriva una cosa che Sergio Leone avrebbe rifiutato per qualunque film ma che lì c’era, ed era uno strano solido con buchi che un tempo erano finestrini, rumore alla Slayer e velocità mai superiore ai 20 km/h. Sono gli autobus di terza categoria, ci fa il fuggiasco. Non hanno orari, ma vanno dappertutto, servono i villaggi nella giungla. Non ci credo ma lo vedo, mi dico. E ci saliamo. Sembra di essere in Apocalypse now, la giungla è così. Arriviamo ad un villaggio con una collina di lattine di pepsi vuote accatastate, dieci capanne, trenta locals. Proseguiamo. Arriviamo ad un altro villaggio, confine. C’è un fiume, di qua Mexico, di là Guatemala. Un tizio non abituato a vedere turisti ci timbra i passaporti, ma sarà valido? Il fuggiasco ci fa salire su una chiatta, e arriviamo dall’altra parte. Villaggio, un ventina di ragazzini e bambini giocano con pallone di pezza fra le capanne. Siamo in Guatemala, che fra parentesi è in guerra civile ma, avevamo letto in Italia, se stavi lontano dagli epicentri ci potevi anche andare. Come kaiser ce ne andiamo via da qua? Il fuggiasco prende Grego e scompare, passano due ore e Pitax è nervoso, tornano su una ruspa (!!) che compare al margine del villaggio, Grego fa, arriva verso sera una jeep che va verso la civiltà. Va beh. C’è dell’acqua, ci laviamo? Grego, che a filosofia era superiore a Platone in quelle situazioni, osserva che ci mancano ancora almeno due giorni di giungla, che ci laviamo a fare? Sono cinque giorni che con 30 gradi minimi e umidità al 100% eroghiamo una sudorazione da combattimento, ma Pitax dice, forse però così teniamo davvero lontano gli insetti. Lì per lì non trovo una replica fondata e quindi quando saliamo sulla jeep siamo come prima, avvicinabili solo a noi stessi. facciamo 200 metri e vediamo la cosa più sconvolgente, o quasi, della mia vita: i bambini-ragazzini con divisa pseudo-militare appostati come in un film nella giungla e erba alta, con fucili. Ma che fanno? La jeep procede lenta, e dopo un paio di minuti altri ragazzini, pare un pò più grandi e vestiti più alla w il parroco, ma questa volta guardano alle nostre spalle, sempre con fucii. Guerra, ci fa il fuggiasco. Guerra? C’è la guerra civile, ci fa. Lo sappiamo, saputello, ma non c’è un maggiorenne nelle due fila. Proseguiamo. Parte il padre di tutti i monsoni, anche se nel centroamerica si chiamano diversi, ma insomma avete capito. Noi siamo seduti sul retro, senza copertura. con gli zaini. Ore notturne così. Ad un certo punto, ve lo giuro quanto le labbra della Moric sono gonfiate da silicone, sento russare, in mezzo a quel diluvio. E’ Grego, seduto, jeep che ogni metro salta di mezzo per buche, diluvio, che russa! Grande Grego, che ci aveva confidato, a me nella vita basta una donna che la sera mi sposta le pantofole quando devo andare a letto, il sonno è tutto. Comunque arriviamo in piena notte a un fiume, e di là delle luci. Quella è Sayaxè, dove arriva il turismo. Ok, fenomeno, ma noi siamo di qua. Il fuggiasco allarga le braccia, e Pitax scompare. Torna con un ragazzino trovato ad una capanna, gli ha sventolato cinque dollari e quello, con fare circospetto, ci dice di seguirlo. Smette di piovere, ci fa salire su una specie di piroga. E’ chiaro che non è sua, ed è chiaro che non la sa guidare, ed è chiaro che non sapevamo che il giorno dopo avremmo fotografato alligatori a destra e manca, comunque sono tipo le due di notte quando arriviamo di là. Sembrano case insieme a capanne, qualcosa in effetti di più turistico. Becchiamo uno, Desculpe, nos otros volemos dormir. Impossibile, nel fango altissimo, buttare per terra dei sacchi a pelo. Solito biglietto da 5, e quello ci porta in una bettola da pirati. Entriamo, una cosa grossa come una mano sul muro, ebbene sì, datemi un run out di dieci metri e magari ve lo faccio, su una parete di roccia, ma ho un terrore fottuto degli insetti. Ci porta ad una camera, la chiamo così, ok? Entriamo, e un biologo, da quello che c’è sulle pareti e sul letto, avrebbe esclamato, qui ci faccio la tesi. Ci infiliamo con neppure il naso fuori nei sacchi a pelo, tremo dalla paura che quei cosi apprezzino il mio giaciglio. Grego, serafico, commenta: speriamo che l’idea di non lavarsi funzioni.
L’ho scritto di getto, as usual, e mi rendo conto che pare esagerato, ma casomai mi mancano dei pezzi che non ricordo, era così.

Gennaio 27, 2015
di Fabio Palma
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ARCHEOLOGIA

DOSPILAS

Il tipo era un italiano, che però spiegò brevemente che in Europa non poteva andare, aveva avuto problemi con la Spagna, non ci disse quali. L’avevamo scovato in Messico, al confine con il Guatemala, dove però poteva andare solo di straforo, Poi ci disse che anche il Venezuela era un problema, e poi anche degli USA, perchè diceva che aveva avuto dei problemi. Alla domanda quali problemi, rideva e sorvolava. Conosceva molto, molto bene varie porzioni della giungla del Guatemala e del Belize, le università statunitensi lo prendevano come guida, mica ufficialmente, eh. Lo trovavano, come l’avevamo trovato noi. Si presentava mentre eri lì che cercavi superlocals che ti accompagnassero nella giungla.
Così ci mise su dei cavalli, che mi sa che sapevano dove andare perchè io a cavallo non ci ero mai andato e quello su cui andavo, a ritmo molto lento, proseguì per molte ore senza che io potessi fare assolutamente nulla, anche quando ogni tanto scomparivano gli altri. Ricordo una porzione della giungla fatta di tronchetti della felicità, erano alti dai 15 metri in su. Eravamo in 5, io e miei due amici Pitax e Grego, l’italiano ricercato in due emisferi, e un indios. Si continuava a fare su e giù, e ci disse che erano tutte piramidi sepolte dalla giungla, a centinaia, il Guatemala ai tempi dei Maya aveva più popolazione di oggi. In un tratto a piedi, fango oltre le ginocchia, l’indios ammazzò con un machete un corallo, che stava passando davanti a Grego che arrancava nel fango. Ci avevano detto che a secondo di una certa alternanza di colori poteva essere o corallo o parente non velenoso, ma l’italiano disse a Grego, ti è andata bene, quello era da un minuto. Comunque arrivammo in un posto dove c’era una piramide dissepolta dalla giungla, e lastre scolpite come quella della foto, e un guardiano, che appena ci vide rise e rise e rise, corse a prendere un foglio e ci fece firmare, era il foglio dei visitatori. Eravamo dall’8 in poi, come numero dell’anno, era Agosto, e i primi 7 erano archelogi americani, da Gennaio. Il Pitax gli fa, tu es da enero alone? ( Pitax sulle interpolazioni linguistiche era formidabile). Dopo cinque minuti quello capiì e tutto contento disse sì. Poi ci preparò una bevanda con delle foglie e l’italiano ci disse, questa è forte. In effetti lo era, avemmo delle visioni.. Comunque poi tornammo e ricordo che mi dissi, caspita, fare l’archeologo dev’essere proprio bello.

Gennaio 20, 2015
di Fabio Palma
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LAVORARE CON YURI

Eravamo in giro da sei ore, con risultati che pensavamo scadenti ( in realtà il crane aveva svolto un buon lavoro, ma lì per lì non sembrava gran che). La situazione era questa: figlio di umore nerissimo, grande amico maghissimo Dodo che aiutava nel trasporto materiale, io con circa 4 borse a tracolla fra dolly, crane, obiettivi, etc. Si andava avanti e indietro senza costrutto. Ad un certo punto piazza le due macchine, timelapse alle stelle da una parte, hyperlapse con l’altra ( l’hyperlapse è una tecnica molto recente, e bisogna avere la pazienza e l’attenzione di un santo). Io potevo star solo lì a vedere, su certe cose non posso fare altro che il portatore. Quando ecco che parte una vera e propria tempesta sulla Grigna, una cosa furiosa e bellissima. C’era il tratto di lago illuminato da lampione verde, e va beh, ma soprattutto la Grigna sopra Varenna era tempestata di smeraldi impazziti. Mi giro e vedo ‘sto spettacolo. Yuri, dobbiamo assolutamente filmarlo. Lui era lì da 30’ con l’Hyperlapse, e anche la seconda macchina era impegnata. Passano due minuti. E va bene. Umore nerissimo, interrompe l’Hyperlapse, sistema la macchina, ma deve fare delle prove con esposizione etc etc. La tempesta passa da un fulmine al secondo a uno ogni dieci secondi, poi ventii, poi trentai. Alla fine le cose gli vengono, la tempesta ora è un fulmine ogni minuto, quindi ad ogni partenza di scatto pregavamo che venisse il fulmine, esposizione lunghissima, cavalletto molto robusto ma insomma c’era vento etc…beh, dopo pochi minuti la tempesta finisce, il timelapse totale si è rivelato di un secondo e mezzo…è usato alla fine del video qui sotto, neppure per intero, e lo useremo ancora, secondo e mezzo tutto pieno. Che poi l’altro timelapse si è rivelato scadente. Ritorno, mezzanotte e mezza. Ho tipo colpo di sonno a rischio verso Carate Urio, mi fermo a dormire mezz’ora a lato strada. Yuri sveglio che aspetta, e poi ripartiamo. Arriviamo a casa alle 2 di notte. Era dai tempi del Cern di Ginevra che non dedicavo così tante ore per un secondo. Alla fine devo dire che sei contento. Ma alla fine, eh
Il video è quello di Menaggio

Gennaio 15, 2015
di Fabio Palma
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L’IMBARAZZO

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Si chiama imbarazzo e direi che è superiore al disagio, il disagio ce lo puoi avere anche dieci volte al giorno, l’imbarazzo è più raro e comunque, almeno per me, è quello stato in cui vorresti nasconderti sotto la sabbia e sperare che asfaltino sopra e morta lì.
Due sono le volte in cui avrei chiesto di cancellarmi per un paio d’ore dalla faccia della terra, e la prima risale a quando avevo 21 anni, e stavo insegnando al liceo da cui ero uscito, matematica e fisica, a 4 classi. Una di queste era particolarmente sveglia, e in gamba. Di quelle che ci stai bene insieme, e ti diverti anche con la matematica. Come fai a dire che una classe, ovvero un gruppo di persone, è in gamba? Secondo me non per il silenzio che mantiene durante una lezione, e tantomeno per quanto ti segue col programma. Siamo tutti diversi, logico che a età diverse si vada diversamente bene, e così via. No, secondo me, una gran classe, o un gran gruppo, si vede da quanto riesca a coagularsi intorno ad un obiettivo. Porca miseria, quella classe, era una seconda liceo, era proprio capace di costruirsi un obiettivo. Che quel giorno ero io medesimo.
E insomma parto con l’ora e si alza una ragazza, seconda fila, non ricordo i nomi ma le posizioni molto, molto bene. Si alza e fa, professore, devo dirle una cosa, dimmi vattelapesca, mentre la classe è in silenzio (totale, e col senno di poi avrei dovuto sospettare qualcosa, ma oh, insegnavo matematica, mica criminologia), le devo dire che le cose che ha sentito in giro non sono la verità, quali cose dico, sereno, però non capisco molto, mi fa, io non sono andata in giro a dire niente, sono altri che raccontano le cose, per me è una cosa seria, ne capisco sempre meno e cerco di intuire quale cacchio di disequazione ci sia dietro a questi minuti, mi ero prefissato di inventarmi gli esercizi, e anche i compiti in classe, non prendevo esercizi fatti insomma, e una volta avevo toppato, si finiva nel nulla, quindi mi preparo a trovare una scusa quando mi fa, io sono veramente innamorata di lei professore e non vado a dire in giro storie false come fanno loro, o Madonna santa santissima mi dico senza dirmelo e partono cortocircuiti totali mentre la ragazza, peraltro sul timido e con voce strozzata, confessa amore vero, paturnie varie, etc etc, a quel punto io, involontariamente, parto con una filippica ovviamente improvvisata con confusissimi riferimenti filosofici che spaziano da Hegel a Platone sulle propaggini dell’amore fra le varie età, la normale venerazione che si instaura fra un’età minore e un’età superiore, e via così con insulsaggini degne della De Filippi e compagnia, mancavano soltanto le lacrime più false della storia umana, quelle della D’Urso, ed eravamo a posto, beh, vado avanti così per quasi dieci minuti, cervello in pappa totale, quando l’intera classe si alza e scoppia un fragoroso applauso, e dall’ultimo banco un carognissimo tira fuori un registratore a cassette, sfila la cassetta e fa, complimenti professore, gran discorso, ai tempi non c’erano social e telefonini etc etc ma vi dico che si era alla prima ora e all’intervallo, fine della terza ora, vado in aula professori e subito una prof mi fa, e bravo Palma che sfonda i cuori delle ragazzine, io avevo deciso di non sequestrare la cassetta e questo, devo dire, alla fine mi pose su un piedistallo, nel senso che il giorno dopo tutto il liceo, ma proprio tutto, mi salutava con:grande Prof, insomma la mia decisione post-sprofondamento e imbarazzo da stratosfera mi aveva erto a simbolo positivo. All’intervallo in quella classe c’era una folla a sentire la cassetta che manco i Pearl jam unplugged MTV. Da allora ho sempre pensato che accettare un imbarazzo alla fine è cosa buona e giusta, è normale che ognuno abbia dei punti deboli no? certo la voglia di bocciare tutta la classe fu fortissima ma la tenni dentro, ho due rimpianti nella vita e uno è quello di non essere diventato professore a medie o liceo, ma siccome ho potuto scegliere e non ho scelto non ho da dire nulla e…beh, saltasse fuori quella cassetta sarei curiosissimo di sentire che boiate uscirono nell’atmosfera quella volta. E una cosa voglio dire, alla fine, chiedo scusa se vado nella retorica politica: ma che cacchio di faccia tosta hanno quelli beccati per tangenti, etc etc, sia politici che palazzinari vari, che invece di scomparire a 10k km li ritrovi dopo qualche anno di nuovo in giro, a rifare le stesse cose? Immaginatevi di approfittare di un contesto pubblico e mettervi in tasca qualcosa che appartiene a tutti, ok ci provate, ma svelata la cosa, non vi vergognereste veramente tantissimo?? Molto molto più che non sentirsi ridicoli di fronte a persone come voi per una situazione umanissima per la quale, in verità non c’è nulla da vergognarsi?

Gennaio 15, 2015
di Fabio Palma
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EPIFANIA

Il giorno dell’Epifania quest’anno era proprio bello, il tempo dico, ma nel contempo c’era la possibilità di fare delle riprese a Bellagio, per rifinire un video ed iniziarne un altro, e appena ho accennato in casa alla possibilità è partito un riordine di materiale, 4 cavalletti, tre reflex, crane, steady, etc etc, che proprio non potevo tornare più indietro. Giornata di scalata persa, e va beh. Ho chiamato tre amici, e siamo partiti alle 6.30 da casa, tornando indietro alle 20.00
Bellagio_Back_stage2015-9

Vedere lavorare insieme Yuri, Francesco e Luca è stato, in verità, più appassionante che scalare. Incredibile come erano presi da quello che vedevano, e volevano riprendere. C’era come una gara a stupire se stessi. L’attrezzatura a disposizione era davvero notevole, anche due sliders di cui uno di tre metri nato dalla collaborazione di Yuri e SIlvano, una cosa che sembra fatta in casa e in realtà lo è, ma che è incredibilmente funzionale e produce risultati imrpessionanti. Era la prima vera volta che la usavamo, Yuri l’aveva progettata per un video sui Ragni ed ero curioso del suo valore aggiunto e…caspita!!
Bellagio_Back_stage2015-13

Poi verso fine giornata, quando il materiale diciamo essenziale ( ma comunque sempre girato in maniera molto molto particolare, all’insegna della massima dinamicità), era fatto, si sono dati agli esperimenti. Storie di layerlapse in movimento e altre diavolerie, con una proposta di Francesco che all’inizio gli siamo pure andati contro, sia io che Yuri, che dopo 15 minuti di riflessione Yuri ha detto, no, ho detto una idiozia, mentre io ero ancora piuttosto scettico, e che poi tre gg dopo, con una clip di prova, Francesco ha fatto esclamare a Yuri, “il Gritti è un grande”.
Questa corsa alla creatività la voglio sottolineare perchè era un bel pò di tempo che non partecipavo a qualcosa del genere. Di gruppo, intendo. Penso di essere stato creativo, e molto, nella scrittura, ho prodotto delle cose diciamo poco ortodosse e mi viene anche da dire notevoli, dico la verità, ma sono cose personali e quindi anche opinabili. Qui, invece, c’è proprio una creatività oggettivamente di altissimo livello, suffragata da mail straniere di gente Top nel settore video che chiede e si congratula. Sono orgoglioso di avere creato un team simile, di aver individuato i talenti giusti. Ci sono veramente delle cose sensazionali che è possibile fare con le reflex applicate al mondo video. a prezzo di un lavoro di montaggio molto, molto complesso. Si può, senza modificarla o stravolgerla, mostrare la realtà in maniera diversa.
Bellagio_Back_stage2015-10

Gennaio 12, 2015
di Fabio Palma
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IL MOLO

Aitutaki F1020024

Ignoro chi sia stato l’inventore del molo, ma quando ho visto questa cosa qui mi sono detto, magari aveva visto una cosa del genere. Ero ad Aitutaki, con tenda piantata proprio lì. Naturalmente ero molto coinvolto dalle condizioni al contorno, così in un’oretta di lavoro ho costruito una lancia con canna o qualcosa del genere e coltellino svizzero. Mentre ero affacendato non potevo che ripassare la scena di quando Henry Fonda vede Terence Hill procurarsi da mangiare ne “il mio nome è nessuno”. E insomma poi percorsi questo molo con la mia fiocina e molto molto fiducioso iniziai a procurarmi la cena.
Beh, una sera di digiuno non fa male a nessuno. Fra l’altro ovviamente dopo un pò ho perso il coltellino ma non volevo assolutamente inquinare quel posto quindi ci ho messo un casino a ritrovarlo.
Aitutaki F1020023Poi nei giorni successivi ho preso una cerbottana, lunga circa un metro e mezzo. Dicevano che la usavano gli autoctoni per cacciare gli uccelli e i pesci. Aveva, anzi ha, due frecce, che poi sono due bastoncini di legno, pochi centimetri, con punta di ferro. Infili dentro e soffi. Naturalmente pensavo fosse il classico souvenir da turista gonzo, e la comprai cosciente di esserlo, gonzo intendo. Quando arrivo a casa un giorno sono lì con amici e Tatiana e mi vedono la cerbottana, bella dicono, sì l’ho presa per ricordo, beh, è un pò una pacchianata, sembra vera, sì è fatta bene, dai, fammela provare, prende, infila una delle due freccette, alza orizzontale ‘sto palo, gli diciamo, occhio che la punta è di ferro, magari esce, punto verso di là in basso dice ridendo, il corridoio era fate conto cinque metri, l’amico soffia appena appena, parte una specie di razzo e buca la borsa degli allenamenti poggiata alla fine del corridoio (ero allenatore), proprio dove aveva mirato, ma la buca proprio davvero completamente. Ogni tanto ancora prendo quest’arma e faccio il soffietto, sarò bambino ma non avete idea di quanto mi dia gioia beccare con precisione qualunque cosa miri.

Gennaio 5, 2015
di Fabio Palma
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LAYERLAPSE

Questa parola strana, ma soprattutto quello che implica, sarebbe piaciuta un sacco a David Foster Wallace. Credo che ci avrebbe scritto sopra, o una storia o uno dei suoi inarrivabili saggi. Ci avrebbe fatto morire dal ridere, e nello stesso tempo fatto riflettere un casino. Altri geni del postmodernismo, viventi, come Pynchon o De Lillo, certamente la analizzeranno. Ragazzi, credetemi, è una rivoluzione visiva, oltre che filosofica. C’entra la relatività di Einstein, perchè il layer-lapse assegna orologi differenti a dettagli differenti della scena. I dettagli sono INDIPENDENTI, il tempo di fatto diventa re incontrastato.
E’ possibile mostrare le bellezze che ci circondano in modo diverso? Se lo sono chiesti in tantissimi, negli ultimi anni, da quando i migliori fotografi del mondo si sono cimentati nei video con le loro reflex. Sono nate tecniche di ripresa, e poi di montaggio, che immediatamente sono state anche utilizzate nel cinema. La più recente, chiamata layerlapse, è stata diffusa lo scorso Ottobre. Ingenuamente pensavo di aver avuto l’idea per primo, ne avevo parlato con Yuri e Riccardo Mojana, ma poi proprio a metà Ottobre è uscito quel fantastico video su Vimeo girato a Boston (vedi mio post su questo blog), e a milioni nel mondo ci siamo…prostrati.
Yuri ha già assorbito una frase che mi ripeto da sempre, se la ripete anche lui: siamo sette miliardi di anime nel mondo, e c’è un sacco di gente bravissima. Molto molto difficile che tu abbia un’idea o stia facendo qualcosa di nuovo per primo…comunque forse (forse) il primo esperimento italiano di layerlapse lo vedete proprio in questo video, realizzato da Cesare Castelnovo su mie indicazioni e poi costruito da Yuri (dopo un tentativo non riuscito con Francesco Torquati Gritti, a Menaggio, per problemi di…cacciata dal luogo in cui ci eravamo addentrati praticamente illegalmente).
Vedete Pescarenico, dall’altra parte dell’Adda, con le luci che si accendono anche se è ancora giorno…il layerlapse questo è, mostrare a più piani temporali la realtà, come se si operasse un viaggio in una quarta dimensione. L’Hyperlapse, invece, che è quella tecnica nata nel 2013 che ti fa ruotare intorno a quello che vedi, è più un viaggio in una apparente nuova dimensione spaziale. Il reel è stato montato (non me l’ha detto, lo interpreto io così) volendo dare ad ogni istante una sensazione di circolarità spaziale e dinamicità temporale.

 

Nel video poi c’è un Hyperlapse in movimento, Timelapse vari (sempre con qualche tocco di novità), steady, crane, altre riprese più convenzionali; tutte realizzate insieme a Francesco Torquati Gritti e Riccardo Mojana, due veri fuoriclasse, che con Yuri si sono intesi subito al primo secondo, come con Cesare. La procedura è stata la seguente: io li scopro tramite i social, faccio vedere le loro foto a Yuri, e quando lui dice, questo è bravissimo, li contatto. Adesso ne ho contattati una decina in giro per l’Italia, per dire. Gli insegnamo queste nuove tecniche, e voilà…
Yuri sta studiando queste tecniche da mesi, da quando si è liberato del film sulla Uli Biaho, che praticamente non gli lasciava tempo per approfondire questi temi. L’occasione di applicare gli Hyperlapse nei video di Lake Como series ( Tremezzina, insieme a Francesco Torquati Gritti), dopo le prime prove in Agosto, era troppo ghiotta, ed ora eccoci con il primo layerlapse. Ogni giorno penso a nuove sperimentazioni, lui me le boccia quasi tutte (mentre le sue ovviamente vanno bene, dice lui…) ma ogni tanto acconsente e proviamo. Non basta avere l’idea, deve anche portare dei miglioramenti: e non basta neppure questo, deve anche trovare il posto giusto per costruirla. Il layerlapse, per esempio, si applica con facilità in una città piena di grattacieli e sfondi netti come Boston (quantunque, sia chiaro, il tipo fece un lavoro enorme), mentre è molto, molto più complicato e complesso in un ambiente con oggetti e panorami frastagliati.