Fabio Palma

Infinite jest

Ottobre 26, 2012
di Fabio Palma
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TOMMY CALDWELL su PORTAMI VIA

Sette anni dopo la sua apertura, Tommy Caldwell ripete Portami Via

 Sì, era l’estate 2005, agosto per la precisione. Arrivammo alla base del pilastro io, Dodo e mia moglie, che filmò parecchi momenti dell’apertura. Per la precisione, c’era parecchia neve, e rischiammo parecchio nell’avvicinamento, visto il peso degli zaini e le calzature assolutamente da principiante stolto.

Iniziammo io e Dodo (Domenico Soldarini), coi primi due tiri. Avevamo un problema con la punta del trapano, e ce lo portavamo attaccati all’imbrago. Per questo il secondo tiro, di 7a, non è chiodato molto lungo, anche se come bellezza ha poco da invidiare alle lunghezze più famose del Wenden.

Matteo fu “ingaggiato” dal terzo giorno, intorno a Ferragosto, di lui sapevo solo che aveva fatto a vista il Pesce da giovanissimo e tutto da capocordata, veloce come un fulmine, e che soltanto ad inizio anno era molto lontano da un livello simile. Ma stava crescendo a velocità supersonica…lui aprì la terza e quarta lunghezza ( giudicate extremely engaging da Tommy), poi su L5 iniziai io, proseguì lui, diedi il cambio io e terminò ancora lui. Con una serie di peripezie ( nove miei voli, due suoi, la sua calata su cliff di 15 metri che se fosse saltato…non ci sarebbe stato più!) che viste oggi sembrano come allora: esagerate, ma proprie del nostro carattere. Le ultime due lunghezze sono facili, ovviamente da scalare senza guardarsi indietro.

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Non usammo i Friends, in apertura, perchè Manolo mi aveva detto che era più etico, mettendo il ripetitore allo stesso livello dell’apritore. Ha ragione, ma da allora abbiamo preferito essere più coscienziosi almeno in questo…sia Tommy che Steck e Anthamatten li hanno usati.

Il 4 Settembre affrontammo la via per la RP, davanti Matteo e “Dade”, da fargli da secondo, dietro io e Svab. Erik rimase senza fiato a vedere Matteo cadere due volte da oltre dieci metri addosso a “Dade”, sul terzo tiro (7c+, già liberato, ma quel giorno Matteo avvertiva un po’ di tensione),, per poi salirlo al terzo tiro. Io salii i primi due tiri, poi il terzo toccava a lui. Arrivò dopo un po’ di resting alla sosta stremato dalla tensione. Su questo tiro Tommy è riuscito a mettere un Friend in un buco ( a good one. No, Tommy, was no so good, commenta Luca Schiera. No good? Really. Yes, Tommy, was no good. Ah. Well, I was more quiet with that friend, so it was good).

Mentre io ero sul traverso sprotetto di 6c del quarto tiro, Matteo arrivò in doppia, e cominciò a parlare in maniera molto concitata. Era contuso, e capimmo non subito che si era rotto un appoggio sul quinto tiro, nella parte iniziale (quella che avevo aperto io), cadendo di schiena. Urlò che soltanto un metro dopo sarebbe morto per l’impatto. Scendemmo, Erik disse che in tutte le Alpi non aveva mai visto una via così, e poi a metà Ottobre, in due giorni, Steck e Anthamatten la salirono in RP, proteggendosi con vari Friends.

Tommy ha fatto un capolavoro: a metà del quinto tiro si è perso, come successo a Ueli. Ma invece di fermarsi ha battagliato, tornando indietro più volte ma senza mai appendersi, infine decidendo di avanzare, aprendo una variante di quasi 30 metri a microfriends, secondo lui di 7b, lasciando Luca Schiera in sosta e noi in basso col fiato sospeso ( avrebbero tenuto, su calcare strapiombante, i microfriends? Il volo era assolutamente vietato). Un gesto da fuoriclasse, di tenacia, volontà, coraggio. La lunghezza originaria è di 7c+, con l’obbligato di 7b, ma aprire una variante in quel modo e su quel terreno…applausi a scena aperta. Un grande.

Anche se Portami Via è molto corta, e quindi sia Coelophysis che Infinite Jest sono complessivamente più impegnative e forse con lunghezze paragonabili in quanto a rischio, quell’avventura del 2005 costituisce un marchio indelebile sulle nostre esistenze, e vedere il numero uno al mondo delle Big Wall cimentarsi in quel modo sulla nostra avventura è stata un’emozione quasi uguale. Per un’ora e mezzo abbiamo trepidato per Tommy, sperando che trovasse la sosta, che riuscisse a uscire da quella situazione. Ci ha fornito una lezione di classe, umiltà e anche humour. Ecco lo scambio di battute al parcheggio, alle 20.30, appena tornato

Matteo ( guarda Tommy che mangia, ha quasi timore a fargli la domanda)

Tommy…hai voglia di fare una via domani?

Lui ( mentre mangia il piatto di pasta, serio). Sì, certo.

Matteo ( tono piuttosto basso…) Ci sarebbe una via di Larcher e Vigiani, due scalatori italiani bravi e famosi. La Svizzera

Tommy ( molto, molto serio): E’ una via mortale come quella di oggi?

Matteo (un po’ a disagio). No, Tommy, non la conosco ma…non credo. Abbiamo visto Larcher tornare indietro da un suo tiro, una volta., un 7b+, ma era stanco.

Tommy ( sempre serio, con tono gentilissimo) Lo tiri tu quel 7b+?

Matteo ( mezzo sorriso, imbarazzato). Va bene, Tommy. ( pausa) Ho anche un altro dubbio…danno temporali verso le cinque…

Tommy ( finisce la forchettata di spaghetti, alza la testa, sempre molto serio): moriremo, nel caso di temporali?

Matteo ( non sa che faccia fare) ma no, Tommy ci si cala in doppia.

Ah. Ok, andiamo a fare quella via.

Ottobre 5, 2012
di Fabio Palma
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Presidente dei Ragni

Da ieri sono Presidente dei Ragni di Lecco, in cui sono entrato nel 2004 insieme a Giovanni Ongaro, Giovanna Pozzoli e Cristian Brenna. Non avrei mai pensato che sarebbe successa una cosa simile e a dir la verità la prima volta che ci pensai fu 5 anni fa, quando mi fu chiesto dalla stessa persona che mi volle nel gruppo nel 2004, Simo ( Simone Pedeferri).

Ecco il mio programma

SUPPORTO ALLE SPEDIZIONI ALPINISTICHE

Troppo spesso si è sentito in questi anni parlare di altro. Il gruppo dei ragni è un gruppo alpinistico, non politico, e Alpinismo e Arrampicata in ogni loro forma, dalle spedizioni internazionali moderne all’arrampicata in falesia, gare e Boulder, devono essere la prima priorità. Anche i viaggi d’arrampicata e di Boudler devono essere supportati, un personaggio come Fred Nicole è diventato leggenda e noi abbiamo dei fortissimi Boulderisti che ci possono portare materiale fotografico da luoghi remoti.

Il tentativo alla Ovest della Egger ci ha tenuti col fiato sospeso e la decisione dei due Matteo di provare a fare una cosa simile in due è la più bella scelta che io ricordi da quando sono nei Ragni, mi ha ricordato il Murallon del 1984. Noi siamo un gruppo di scalatori, prima di ogni altra cosa. Non deve più succedere che una grande idea come Liberi in Libera, di Simone, rimanga un’iniziativa non supportata neppure a livello interno

ACADEMY

Ho trovato molto interessante un’iniziativa riportata da riviste di Steve House, l’Academy dell’alpinismo

Così come le Università sono nate per far fronte a nuove esigenze dal mondo del lavoro e delle ricerca scientifica e umanistica, così Steve House e altri si sono resi conto che le scuole di alpinismo non possono essere più efficaci nel preparare alpinisti di alto livello essendo indirizzate ai neofiti.

E’ ovvio che una normale scuola sia obsoleta a tale scopo. Oggi il livello è altissimo e ci vogliono anni, non pochi gorni di corso, per avviare al grande Alpinismo, e noi Ragni siamo l?Elite, siamo il più grande gruppo alpinistico al mondo. Abbiamo bisogno di una Università nostra, con dei paletti di ingresso, per accompagnare con i nostri migliori elementi giovani su grandi pareti e grandi vie. Perchè il primo problema di un giovane ambizioso è che non trova compagni, facciamo fatica noi! Non pensate ad una scuola o un corso, ma ad una serie di uscite su grandi vie alpine con ragazzi che scalano insieme ai nostri migliori, magari proprio sulle vie aperte da noi.

E’ mia proposta quindi di fondare l’Academy dei Ragni con modalità da definire

FILM e VIDEO

Il successo dei film sul Sasso Cavallo e Wenden, che ho proposto un anno fa, mi inducono a continuare su questa strada. Questi due film sono in attivo e certo non sarà facile coprire i costi di altri film in questo modo, ma credo sia la strada migliore per diffondere chi siamo, come ci muoviamo, i nostri sogni e anche le nostre fatiche. Pensate ad una serie di film sulle Spedizioni, sulle grandi vie delle Alpi. Si tratta di trovare giovani registi e di sfruttare le nuove tecnologie che consentono oggi di girare in parete con budget limitati

BOOK e ENCICLOPEDIA

il Book dei ragni l’ho proposto per venire incontro ad adidas che ci chiedeva una presentazione efficace, e ci hanno detto, testuale, che fosse migliore di quello del Milan!

Per questo ho pensato di espandere questa iniziativa e di creare una vera e propria Enciclopedia, a Volumi. Si tratta di digitalizzare foto e articoli, di mettere tutto On Line perchè adesso si può, in modo di avere tutto accessibile in pochi secondi, e di stampare su carta i Volumi se troviamo uno sponsor. In effetti, i Book sono già i Volumi di questi anni. E l’archivio On Line può essere poi utilizzato per fare un Film o un nuovo libro sulla storia dei ragni che arrivi ad oggi. Ovviamente gli anziani saranno coinvolti nel recupero del materiale e portare tutto su Web sarà un lavoro lungo ma poi avremo tutto a portata di mano anche quando giornalisti o Tv ci chiederanno del materiale. Sogno un’enciclopedia multimediale e perfino interattiva, dove su una foto online cliccando si apre un video o un film, moderno o storico

CHIODATURE FALESIE

Propongo di destinare parte del budget che abbiamo dagli sponsor, magari il 10 per cento all’anno, alla chiodatura di nuove falesie in tutta Italia. Pensate al potenziale del Sud, della Sicilia per esempio. Anche molte falesie della nostra zona hanno bisogno di richiodatura. Abbiamo già visitato falesie del Sud Italia che sono risultate spettacolari, da scalarci e da fare servizi fotografici. Oggi è dalla falesia che si arriva alla Montagna perchè le difficoltà tecniche delle grandi pareti sono sempre più alte e quello che fece Glowacz e prima ancora Gullich e Albert è la norma. Oltre al fatto che l’arrampicata in falesia vede tanti di noi sia come forti arrampicatori che come chiodatori e quasi mai si sa delle nostre falesie chiodate. Siamo editori e potremmo perfino fare delle guide, ma intanto cominciamo a pubblicare le cose che abbiamo già fatto, e ad aiutare i chiodatori amici sparsi per l’Italia

NEWSLETTER

Propongo di istituire una newsletter con cadenza bimestrale che racconti anche ai soci che noN vengono alle assemblee o che vivono lontani tutto quello che facciamo e che faremo.

E la newsletter sarà il nostro diario, il termometro della nostra curiosità. Ogni socio vedrà se saremo immobili o volitivi

SPONSOR

Senza sponsor non si fa nulla, inutile nascondersi. Sono stato fortunato o bravo o tutte e due a contattare adidas e ad avviare quella collaborazione. Le istituzioni oggi non sovvenziano più come nel secolo scorso e le grandi paretI tecniche non sfondano a livello di interesse come un 8000.

Mi impegnerò a trovare altri sponsor perchè qualunque programma resta sulla carta se non si hanno coperture sponsor di aziende, e non deve mai essere un’unica azienda a seguirci ma almeno 3, più sponsor a singole idee.

SITO

Il sito deve essere vivo, è la nostra immagine e deve diventare quello che siamo davvero. Riportare tutto, dalle considerazioni personali, i nostri blog, alle spedizioni, ai viaggi, ai racconti storici. Deve risultare, per un appassionato, una miniera, e riportare più pagine possibili in Inglese. Abbiamo una montagna di cose da mostrare, pensate alle Relazioni delle nostre vie, alle storie che mandiamo alle riviste, alla Palestra che coinvolge tante famiglie, alla serata annuale. La cosa più incredibile è che digitando ragni di lecco non viene fuori il nostro sito, e questo è molto grave. Noi dobbiamo essere un riferimento mondiale, come possiamo esserlo anche a livello locale se non siamo neppure nelle pagine dei motori di ricerca? Dobbiamo mettere più contenuti, farci trainare da foto, storie e anche video, e coinvolgere gli appassionati. La nostra comunicazione deve essere onesta e schietta, non spacciare cose normali per imprese mirabolanti. La storia del nostro gruppo è fatta di tante epopee, come il Torre per due volte, il Murallon per tre anni, il Piergiorno per più di dieci. Nel sito queste epopee ci devono essere, bisogna rintracciare gli articoli o scriverni di noi, e un appassionato con un click deve scoprire le nostre grandi salite, e anche le nostre tante sconfitte,

Giugno 28, 2012
di Fabio Palma
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WENDEN, CIAK SI GIRA

Il week end scorso abbiamo ripreso a girare per il film del Wenden, un’idea partita lo scorso Settembre e che fa parte di un piano cinematografico che ho fortissimamente voluto. L’idea è quella di girare dei film professionali, allargando gli orizzonti dalla produzione di video professionali sui quali già stiamo insistendo da due anni. Passare da un video ad un film è un passo importante, un altro modo di presentare quello che si vive. E significa anche consegnarsi interamente nelle mani e nella testa di un regista, che vedrà quello che hai provato in modo totalmente diverso dal tuo. Il successo della serata Maglioni in rosso, con la proiezione di video in FULL HD ( penso che siamo stati i primi in Italia, a proiettare con un videoproiettore FULL HD in grande sala), è stato la conferma che la qualità piace e appassiona.

Il primo film vero e proprio è stato quello sulla Via del Det, che ha visto Luca e Matteo (Piccardi) impegnarsi in parete con RiKy Felderer. Non sono molti quelli capaci di lavorare in parete, e non semplicemente su un elicottero, come operatore cinematografico. Anzi, oltre a Riky e Pietro Bagnara, chi altri potrebbe venire con noi su certe Big Wall? Ce lo siamo chiesti lo scorso Settembre dopo due giorni su Infinite Jest, con riprese veramente faticose (e non prive di pericoli…) che hanno letteralmente devastato Riky e Pietro, con produzione di ore di girato fantastiche.

Memorabile l’arrivo in cengia di Riky e Pepe; noi ormai ci siamo abituati ma per loro…beh, erano davvero esausti. Indimenticabile questo scambio di battute

Pepe: devo riposare un pò, lasciatemi riposare un pò. Ehi, guardate là, quell cammino stretto con vuoto a destra e sinistra. Che figata sarebbe una ripresa con qualcuno là Peccato che sia troppo pericoloso

Io e Teo ci guardiamo. Poi Teo, con il suo solito tatto (…): Pepe, sei impazzito: siamo arrivati da là, ci siamo appena passati

Pepe, sbiancando ( giuro, è sbiancato): aspettate, mi devo sedere un attimo

Altro momento diciamo indimenticabile è quando alle 3 di notte Riky, che era alla mia destra e quindi tra me e il vuoto (miu scemo, io…), urla e dice: porca troia.

Gli dico: che c’è?

Avevo mezzo corpo giù, stavo andando giù.

nella foto, il sacco a pelo di Riky all’inizio della notte…

Meno divertente, per me, la sveglia il mattino dopo. Ok, ora chi fa questo tiro? Bello qui, per riprendere.

Beh, dico io, lo fa Teo, è giusto che le riprese siano soprattutto su di lui, ha fatto l’intera libera.

Eh no, dice il socio, questo lo hai aperto tu, lo hai liberato tu, lo hai salito da primo solo tu, e te lo rifai tu.

Beh, non è la stessa cosa salire da primo su un tiro a caduta vietata mentre qualcuno ti riprende, porca miseria. Non sono mica Honnold!!!

E ho pensato la stessa cosa al penultimo tiro, in alto, un 6c+ che in pratica è un free solo, ha due spit ma non servono assolutamente a nulla, ci sono dieci metri di 6c+ che non devi cadere, in apertura avevo fatto un dinamico anche perchè mi ero cacciato nei guai (non riuscivo a tornare indietro)  e anche questo tiro Teo non voleva assolutamente farlo da primo (però nella libera l’aveva poi tirato). Sono arrivato in sosta con una fifa addosso…pensavo, ecco, filmato mentre mi schianto, faccio pure la figura dell’idiota.

Sabato siamo andati sul pilastro di Excalibur con Teo, Paolo e Franz, insieme a Pietro, mentre il regista, Matteo Modugno, si è fermato al bivacco. Fino alle due del pomeriggio siamo rimasti nella nebbia, e le riprese sicuramente renderanno l’idea di quello che spesso si trova al Wenden nonostante una previsione meteo benevola: nuvole, nebbia, e conseguente freddo. Poco male, riprese veritiere.

Curioso è come mi senta completamente ko quando si tratta, dopo ore di fermo ad aspettare il tuo turno, di partire per un tiro sotto l’occhio di una telecamera. Dire che trovi lungo è dir poco…anche il buon Paul, direi, si è trovato nelle stesse condizioni, mentre Teo e Franz sono partiti sciolti come se niente fosse. D’altronde Franz anche nel book fotografico 2011 aveva mostrato una certa propensione al ruolo di protagonista…ora un pò di visione materiale, ri-stesura dellla sceneggiatura, e via con altre riprese.

Settembre 7, 2011
di Fabio Palma
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LA “NOSTRA” INFINITE JEST

Credo che entrambi abbiamo dato il massimo, su Infinite Jest. Ho pensato che puoi dire questo quando non hai tanta voglia di ripetere una lunghezza che hai aperto, e mentre sulle altre vie da me aperte ce n’è da una a due con queste caratteristiche, su Infinite Jest ce ne sono diverse. Quando avanzi da capocordata su un tratto di roccia che hai aperto tu e ti dici, ma che cuore avevo quando sono passato, significa che in apertura hai trovato una miscela di tecnica e coraggio che non fotocopi con facilità. Anzi…

Al penultimo tiro di IJ Matteo mi raggiunse commentando “ma è chiodato lungo un botto”… Come sempre mi capita, la difficoltà massima della via aperta mi è preclusa per mancanza di tempo, sono difficoltà sempre al mio massimo livello ma scalare un 8a o più in parete, preceduto da difficoltà inferiore ma, come dice Teo, rognose ( che vuol dire, inderogabili più che obbligate), non è la stessa cosa che farlo in falesia.

Tecnicamente voglio sottolineare un fatto: questo nostro modo un pò spinto di aprire, che fu molto criticato nel 2005 ma che di fatto è stato anche poi ripreso da alcuni di quei critici, non è per niente innovativo. Per esempio, nè io nè Matteo abbiamo ancora ripetuto una delle due terribili vie di Rochus Mathis alla Rote Wand, ma basta sentirne la descrizione di qualche austriaco che ne ha osato assaggiare qualche metro ( tornando indietro) per capire che quel ragazzo (che smise giovanissimo) apriva come facciamo noi, uso dello spit il più raramente possibile. E poi naturalmente Beat Kammerlander e M. Scheel, e un altro austriaco, Martin Murr, che nel 1989 ha aperto con il 7c obbligato, sempre alla Rote Wand, su una via dove le lunghezze di nono grado sono assolutamente alpinistiche. Il Wenden, il Ratikon, la Rote Wand, si prestano particolarmente a questo stile di apertura, perchè integrare è difficilissimo, i pochi Friends che riesci ad usare per proteggerti non sai mai se terranno o meno e gli obbligati su queste protezioni mobili sono di fatto dei passaggi che non devi sbagliare. Nel 2005 chi ci criticò usò il ridicolo termine di celodurismo; dimenticando che la storia dell’alpinismo è farcita di scalatori che hanno tentato di aprire le vie con il minor uso di protezioni possibili…

Naturalmente questa inclinazione al rischio si presta a massime e ad elucubrazioni, e magari si dipinge una persona per quello che non è. Io, per esempio, sono uno che ha paura di un sacco di cose. Non proverei il downhill neppure per un vitalizio. E anche a scalare, ci sono sempre più occasioni in cui, persino in falesia, mi dico, ma perchè? L’apertura di una via come Infinite Jest, insomma, è un episodio isolato della vita di una persona. Sono centinaia le ore che ci dedichi, ma per il 99% del resto della tua vita sei un’altra persona. tanto è vero che mi sono già pentito di aver scritto queste righe, visto che dal 2006 non scrivo più di scalate.

Non ne ho più la pulsione, di scriverne. Sto scrivendo un altro romanzo e ogni tanto qualche racconto, e la scalata non c’è mai. Chiamando questa via Infinite Jest ho come buttato una corda fra due passioni, la scrittura e l’apertura di una via, ma non ci sono nodi, ai due capi. Matteo questo l’ha capito, gli è piaciuto il nome e ha capito anche questo. La giornata del 3 Settembre rimarrà preziosa per entrambi perchè la sua riuscita è stata dovuta a tantissimi piccoli particolari, stupidissimi e insieme così intelligenti, scaturiti dalla fantasia che abbiamo entrambi: le pentole al bivacco in alto, che ci permettono di risparmiare sull’acqua. L’uso del fi-fi per il recupero del sacco su un tiro. E così via. Incredibilmente, non abbiamo commesso nessun errore. Lui è riuscito subito sulle lunghezze più dure, io sapevo che non avevo tempo di esitare su quelle scabrose che toccavano a me. Una giornata perfetta. Ce le abbiamo tutte, in diversi campi, le giornate perfette. Il grosso casino è che ne abbiamo una decina a decennio, se va bene. Ecco perchè Infinite Jest, per entrambi, è la chiusura di un ciclo

E poi voglio consigliiare una lettura veloce, velocissima. anche molto facile. E’ la lettura di un discorso che David Foster Wallace fece ai dei laureati. Lo disse a braccio, lui ha scritto migliaia di pagine memorabili, alcune divertentissime e altre tragiche e molte difficili, ma queste sono facili da comprendere e sottintendono una visione della vita aperta a cui ho sempre cercato di attenermi. Molte volte invano, ma ci provo. C’è la filosofia del rispetto verso le cose lontane da te, insita in queste parole

Saluti, ringraziamenti e congratulazioni ai laureandi dell’anno accademico 2005. Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: «Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?». I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: «Che cavolo è l’acqua?».
Negli Stati Uniti un discorso per il conferimento delle lauree non può prescindere dall’impiego di storielle d’impianto parabolico a scopo didascalico. Tra le convenzioni imposte dal genere, questa storiella è una delle migliori e con meno fronzoli… ma non temete: non sono qui nella veste del pesce anziano e saggio che spiega cos’è l’acqua ai pesci più giovani. Non io sono l’anziano pesce saggio. Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere. Detta così sembrerà una banalità bella e buona, ma il fatto è che nelle trincee quotidiane dell’esistenza da adulti le banalità belle e buone possono diventare questione di vita o di morte, ed è su questo che vorrei soffermarmi in questa splendida mattinata tersa.

Certo, un discorso come questo presuppone che vi parli in primo luogo del significato della vostra cultura umanistica, che cerchi di spiegarvi perché la laurea che state per prendere ha un effettivo valore umano e non solo un tornaconto materiale. Vediamo perciò di affrontare il cliché in assoluto più diffuso in questo genere di discorsi, e cioè che scopo di una cultura umanistica non è tanto rimpinzarvi di erudizione quanto «insegnarvi a pensare». Se siete come ero io ai tempi dell’università, sentirvi dire una cosa del genere non vi sarà mai piaciuto, e anzi troverete un po’ offensivo che qualcuno pretenda di insegnarvi a come si pensa, visto che il solo fatto di essere entrati in un’università così prestigiosa dimostra che ne siete capaci. Ma partirò dal presupposto che il cliché degli studi umanistici non ha niente di offensivo, perché la vera, fondamentale educazione a pensare che dovremmo ricevere in un luogo come questo non riguarda tanto la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare. Se la vostra totale libertà di scegliere a cosa pensare sembra fin troppo ovvia per sprecare il fiato a parlarne, vi chiederei di pensare ai pesci e all’acqua mettendo da parte, solo per qualche istante, ogni scetticismo sul valore delle perfette ovvietà.

Eccovi un’altra storiella didascalica. Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska. Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra. L’ateo dice: «Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio. Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera. Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da quella spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sottozero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato: “Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!”». A quel punto il credente guarda l’ateo confuso: «Allora non hai più scuse per non credere – dice -, sei qui vivo e vegeto». L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale: «Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada per l’accampamento».

È facile analizzare questa storiella secondo i criteri classici delle scienze umanistiche: la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza. Siccome diamo grande valore alla tolleranza e alla diversità ideologica, la nostra analisi di stampo umanistico non ci consente nel modo più assoluto di dire che l’interpretazione dell’uno è vera e quella dell’altro è falsa o disdicevole. Il che va benissimo, solo che così facendo trascuriamo puntualmente l’origine di tali impostazioni e credenze individuali, la loro origine, cioè, all’interno di quei due tizi. Quasi che l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza fosse cablato in automatico, come l’altezza o il numero di scarpa, o assorbito dalla cultura come la lingua. Quasi che il nostro modo di attribuire un significato non fosse questione di scelta personale e deliberata, di decisione consapevole.

C’è poi la questione dell’arroganza. Il non credente liquida con estrema petulanza e sicumera l’eventualità che gli eschimesi avessero qualcosa a che fare con la preghiera di aiuto. D’altro canto i credenti che mostrano un’arrogante sicurezza nelle loro interpretazioni non si contano nemmeno. E forse sono anche peggio degli atei, almeno per la maggior parte di noi qui riuniti, ma il fatto è che il problema dei dogmatici religiosi è identico a quello dell’ateo della storiella: arroganza, convinzione cieca, una ristrettezza di idee che si traduce in una prigionia completa al punto che il prigioniero non sa nemmeno di essere sotto chiave. Il punto secondo me è che il mantra delle scienze umanistiche – «insegnami a pensare» – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di «consapevolezza critica» riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospeso, toccherà a voi.

Ecco un esempio dell’erroneità assoluta di una cosa di cui tendo a essere automaticamente certo. Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa forma di naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se, sotto sotto, ci accomuna tutti. È la nostra modalità predefinita, inserita nei circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza che non vi vedesse al suo centro esatto. Per voi il mondo è una cosa che vi sta davanti o dietro, a sinistra o a destra, sullo schermo del televisore o su quello del computer. I pensieri e i sentimenti degli altri devono esservi comunque comunicati, i vostri invece sono così vicini, pressanti, reali. Insomma, ci siamo capiti. Ma state tranquilli, non mi preparo a tenervi una predica sulla compassione, l’eterodirezione o tutte le altre cosiddette «virtù». Non è questione di virtù quanto della scelta di impegnarmi a modificare o a tenere a freno la mia naturale modalità predefinita, che è per forza di cose profondamente e letteralmente egocentrica, e vede e interpreta tutto attraverso la lente dell’io. Le persone capaci di adattare a tal punto la loro modalità predefinita sono spesso considerate l’esatto opposto dei «disadattati», termine che, vi posso assicurare, non ha niente di casuale.

Dato il contesto accademico è naturale domandarsi fino a che punto questo adattamento della modalità predefinita coinvolga il sapere o l’intelletto. La risposta, com’è prevedibile, è che dipende da che cosa intendiamo con sapere. La conseguenza forse più pericolosa di una cultura accademica, almeno nel mio caso, è che legittima la mia tendenza a essere cerebrale, a perdermi nelle astrazioni anziché prestare semplicemente attenzione a quello che mi succede davanti agli occhi. Anziché prestare attenzione a quello che mi succede dentro. Sono sicuro che ormai sapremo quanto sia difficile tenere alta la soglia di attenzione e non farsi ipnotizzare dall’ininterrotto monologo che si svolge dentro la testa. Quello che ancora non sapete è quanto sia alta la posta in gioco.

Sono passati vent’anni da quando mi sono laureto e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche «insegnano a pensare» in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. «Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo sucome e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, sarete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedire di trascorrere la vostra comoda vita da adulti da morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.

Potrà sembrare un’iperbole, o un’astrazione priva di senso. Perciò mettiamola sul piano pratico. Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro cosa significhi realmente «giorno dopo giorno». Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e i professori di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andare al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perché il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare – questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa – e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchia e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perché a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo… fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Però finirà col rientrarci, insieme a tane altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili.

Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perché il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette “persone”. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsi bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, possono riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlano al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente schifo e chi più ne ha più ne metta…

Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. È il modo automatico e inconsapevole di affrontare le prati noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si può pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da eludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che «dovreste» pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richieda forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, poterete scegliere di guardate in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila alla cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salario che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscirete a decidere che cosa venerare…

Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. È un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale – che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili – è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. È questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole, è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via.

Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli.
Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventato sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli atri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita primadella morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararvi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua. Questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.


Agosto 25, 2011
di Fabio Palma
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Chi sono

Gennaio 1965 laureato nel 1990 con lode in Ingegneria nucleare, diplomato con 60/60 al Liceo Peano di Cinisello Balsamo. Sono appassionato di scrittura, lettura, alpinismo e arrampicata. Attualmente sono Presidente dei Ragni di Lecco per volontà dei soci di questo prestigioso gruppo alpinistico. Nel sito, rifatto graficamente, ho intenzione di inserire contenuti di tipo letterario (estratti da libri pubblicati e non), arrampicata e appunto alpinismo.

Persone fondamentali della mia vita sono stati numerosissimi compagni del Liceo (un periodo di vita stupendo, dove l’invidia era sconosciuta e tutti ci volevamo veramente bene), Filippo Sevini e Stefano Pitassi, Bruno Pedrazzani e Nicolò Francesco detto Cecco, Matteo Della Bordella.

Ho avuto la fortuna di conoscere alcune persone dall’intelligenza superiore: Emilio Gatti e Giovanni Zangari. Altre dal carattere straordinario, come Marco Sampietro e Maurizio Tealdi, e recentemente Luca Schiera. Eccezionali come carisma Paolo Panzeri e Vico Valassi.

In una carrellata da ieri ad oggi, ecco alcuni momenti significativi

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