Fabio Palma

Infinite jest

And there is no justice

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Testo Italiano in fondo

And there is no justice: the rich win, the poor are powerless. We become tired of hearing people lie. And after a time, we become dead… a little dead ( The verdict)

There comes a precise moment in sport when the noise of the field stops being just competition and becomes something deeper—conscience. It’s the moment you realize that not every defeat is born from a technical mistake, a stronger opponent, or a bad day. Some defeats are written elsewhere. In regulations. On desks. In the distraction—or worse—of those who are supposed to protect.

The story of Maia Marinescu, 17, belongs to this category. Eleven months without competing. Eleven months of competitive silence. A penalty that, in substance, is equivalent to a doping suspension. But here there is no deception, no shortcut, no betrayal of sport. There is, instead, adult negligence. And a girl who pays the price.

It brings to mind the suspended, almost spiritual atmosphere of Pneuma by Tool: that deep breath, that tension between body and soul, between human error and the search for meaning. Maia is exactly there, in between. She is not just an athlete on pause. She is a young conscience forced to confront a system that no longer distinguishes between guilt and responsibility.

And then the mind turns to Fight the Good Fight by Triumph. Fight the good fight, the chorus says. But what kind of fight is this, if the field is tilted? If a minor ends up serving a penalty designed for those who knowingly cheat? This is not about battling an opponent, but about struggling against a logic that has lost its sense of proportion.

Because the real fracture lies here: the rigidity of the adult world. A system that moves by automatism, applying rules without questioning who stands in front of it. A machine that works perfectly… until it collides with real life. And when it does, it doesn’t stop. It crushes.

In this story, Maia Marinescu paradoxically becomes what she is not: “guilty.” The time taken from her is the same that would be taken from someone who deliberately violated the rules. It is a suspension that is symbolically devastating, because it sends a clear message: it doesn’t matter how you got there, only that you ended up inside the mechanism.

And so even Ordinary Man by Triumph echoes with a bitter undertone. The ordinary person. Maia is exactly that: a normal girl with talent and a dream. Not a lab case, not an example to be punished. Yet she is treated like an anomaly to be corrected.

The point is not to deny the rules. Sport lives on rules, on fairness, on justice. But when justice becomes so blind that it no longer sees differences, it stops being justice. It becomes procedure.

And here something doesn’t add up. Because if a system cannot protect the youngest from the mistakes of adults, then it has stopped being educational. It has become merely punitive.

Eleven months, at 17, are not just time. They are growth, opportunities, identity in the making. They are competitions that will not return, experiences that cannot be recovered. It is a piece of the future put on hold.

And so the question remains, suspended like a long note: who really pays in this story?

For now, the answer is simple—and unjust: Maia pays.
But what should trouble everyone is that the system, instead, never does.

C’è un momento preciso, nello sport, in cui il rumore del campo smette di essere solo competizione e diventa coscienza. È il momento in cui capisci che non tutte le sconfitte nascono da un errore tecnico, da un’avversaria più forte o da una giornata storta. Alcune sconfitte sono scritte altrove. Nei regolamenti. Nelle scrivanie. Nella distrazione – o peggio – di chi dovrebbe proteggere.

La storia di Maia Marinescu, 17 anni, appartiene a questa categoria. 

Un incaricato si dimentica di chiedere il suo trasferimento mentre lei, ignara di tutto, in tre mesi di duri e proficui allenamenti raggiunge la sua prima finale senior in Italia e supera il Trial svizzero in maniera così brillante da addirittura guadagnarsi il ticket da World cup.

La gioia e’ infinita da parte sua, io felice perché una brava ragazza, buona e sincera, si è fidata e ha creduto ai miei studi. Le scrivo che per me è diventata un prospetto olimpico per il 2027, che i prossimi 11 mesi saranno PNEUMA. Gliela faccio ascoltare, gliela spiego. Niente di elettronico, di artificiale. Anni di composizione per poter anche solo pensare a una complessità così. Le dico, se LUI, Danny Carey, ha osato PNEUMA (respiro!!) dal vivo), allora tu puoi osare il sogno olimpico.

E’ una ragazza BUONA, dolce. Sincera e che non parla alle spalle, il suo sorriso è vero, il suo sguardo non nasconde nulla. E per una grave dimenticanza adulta, ha davanti 11 mesi senza gare. 11 mesi di silenzio agonistico. Una pena che, nella sostanza, equivale a una sospensione per doping. Ma qui non c’è inganno, non c’è scorciatoia, non c’è tradimento dello sport. Una negligenza adulta e una ragazza che paga.

Sto ascoltando l’atmosfera sospesa e quasi spirituale di Pneuma dei Tool: quel respiro profondo, quella tensione tra corpo e anima, tra errore umano e ricerca di senso. Maia è esattamente lì, in mezzo. Non è solo un’atleta ferma. È una coscienza giovane costretta a confrontarsi con un sistema che non distingue più tra colpa e responsabilità. 

E allora il pensiero corre a Fight the Good Fight dei Triumph. L’ho ascoltata forse 1000 volte fra i miei 16 e 25 anni. Combatti la buona battaglia, dice il ritornello. Ma quale battaglia è questa, se il campo è inclinato? Se una minorenne si trova a scontare una pena pensata per chi bara consapevolmente? Qui non si tratta di lottare contro un’avversaria, ma contro una logica che ha perso il senso delle proporzioni.

Perché la vera frattura è tutta qui: la rigidità del mondo adulto. Un sistema che procede per automatismi, che applica norme senza interrogarsi su chi ha davanti. Una macchina che funziona benissimo… finché non si inceppa sulla vita reale. E quando succede, non si ferma. Travolge. 

In questa storia, Maia Marinescu diventa paradossalmente ciò che non è: una “colpevole”. Il tempo che le viene tolto è lo stesso che si toglierebbe a chi ha violato le regole in modo deliberato. È una sospensione simbolicamente devastante, perché manda un messaggio chiaro: non importa come ci sei arrivata, conta solo che sei finita sotto il meccanismo.

E allora risuona amara anche Ordinary Man, stesa disco dei Triumph. L’uomo ordinario, la persona qualunque. Maia è questo: una ragazza normale, con un talento e un sogno. Non un caso da laboratorio, non un esempio da punire. Eppure viene trattata come un’anomalia da correggere.

Il punto non è negare le regole. Lo sport vive di regole, di giustizia, di equità. Ma quando la giustizia diventa cieca al punto da non vedere le differenze, allora smette di essere giustizia. Diventa procedura.

E qui c’è qualcosa che non torna. Perché se un sistema non sa proteggere i più giovani dagli errori degli adulti, allora ha smesso di essere educativo. È diventato solo punitivo verso i NON adulti.

Undici mesi, a 17 anni, non sono solo tempo. Sono crescita, occasioni, identità che si forma. Sono gare che non torneranno, esperienze che non si recuperano. È un pezzo di futuro sospeso.

E allora la domanda resta, sospesa come una nota lunga: chi paga davvero, in questa storia?

Per ora, la risposta è semplice e ingiusta: paga Maia.
Ma dovrebbe inquietare tutti il fatto che il sistema, invece, non paghi mai.

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