Fabio Palma

Infinite jest

TRANSIZIONE JUNIOR-SENIOR

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Tantissime famiglie, alcuni allenatori, e anche prospetti molto giovani mi hanno chiesto un parere su questo delicato argomento, e invece di dare un MIO parere, ho scritto questo articolo che va a corredo di decine di pagine del mio libro. Era troppo di nicchia per essere incorporato in un volume già davvero molto grande. Tuttavia, per capirlo a fondo consiglio di leggere i due capitoli del libro da cui scaturisce.

La transizione fra junior e senior avviene nell’età più delicata della crescita (o decrescita) del candidato atleta. Il termine candidato non è usato a sproposito: nonostante in alcuni sport già a 15 anni si affrontano gare nazionali e addirittura internazionali importanti, la consapevolezza piena della dimensione atleta, che abbraccia tutta una serie di adattamenti mentali, comportamentali e fisiologici, avviene molto più tardi, spesso non prima dei 20-23 anni di età, anche a dispetto di buoni o ottimi risultati agonistici. Cambiamenti caratteriali e/o fisici determinano punti di discontinuità che nel 95% dei casi (statistica valutata su tutti gli sport professionistici americani, dove pure l’attenzione istituzionale allo sport è molto superiore a quella Italiana. A mio parere in Italia siamo vicini al 98%) porta o direttamente all’exit o a un pesante ridimensionamento agonistico.

Nel libro vi è un capitolo, Sviluppo di un atleta, che affronta tutto ciò che è stato analizzato e studiato, tranne questa parte. Il caso, aggiuntivo, della rottura del rapporto Allenatore-Prospetto, che può derivare da cause logistiche (trasferimenti o cambi orari), organizzative (cambio di nucleo agonistico) o caratteriali. Sono rotture che avvengono fra i 16 e fino ai 21 anni di età, con esito prevalente disastroso per il Prospetto. Vediamo perché 

1. L’impatto sulla Performance (“Effetto Nuovo Allenatore”)

Gli studi statistici sui cambi di guida tecnica (specialmente quelli condotti da Frontiers in Psychology e su riviste di Sports Management) evidenziano un andamento a parabola (chi è interessato alla bibliografia può richiedermela);

  • Breve termine (Miglioramento iniziale): Nel 70% dei casi, subito dopo la separazione si nota un picco positivo temporaneo di motivazione o risultati (dovuto alla novità o alla fine di tensioni accumulate). 
  • Lungo termine (Il “Calo da Adattamento”): Dopo circa 10-20 competizioni nel caso di livello regionale e 3-5 di livello nazionale, l’effetto novità svanisce. Se il processo di transizione non è strutturato, si registra un calo della performance nel medio periodo dovuto alla perdita di continuità didattica e alla confusione generata da nuovi metodi e messaggi tecnici contrastanti con le precedenti metodologie, che necessitano da una a tre stagioni per essere assimilate a livello neuromuscolare (e una stagione può essere già essere decisiva in senso negativo perché coincidente con concorsi sportivi, come entrata in College o Corpi sportivi)

2. L’impatto Psicologico ed Emotivo

La letteratura scientifica sulla relazione allenatore-atleta (Coach-Athlete Relationship) evidenzia che dopo molti anni i due soggetti sviluppano un’altissima interdipendenza psicologica: 

  • Crisi d’identità e ansia: Atleti di altissimo livello (un esempio celebre e recente è quello descritto da Gianmarco Tamberi dopo la separazione sportiva dal padre, pure avvenuto dopo i 21 anni), confessano di aver vissuto forti stati di ansia, disturbi del sonno e paura del futuro, legati al peso di dover gestire improvvisamente da soli la propria routine o alla paura di non trovare un sostituto altrettanto competente. Tale paura, o timore, nel breve termine può essere occultato da prestazioni positive, che vengono anche esaltate dal prospetto e dal suo gruppo di sostegno (coetanei e genitori. Cfr Libro), ma inevitabilmente riemergono prepotentemente all’arrivo dei risultati negativi in contesti più competitivi (dove il cambio di metodologia si rivela inadeguato in tempistica se non in tempi e modi)
  • Rischio di Drop-out / Burnout: Se la rottura avviene in modo conflittuale o traumatico, la statistica legata all’abbandono dello sport (drop-out) sale sensibilmente. Il legame emotivo interrotto spezza la motivazione intrinseca, portando l’atleta a una svalutazione dell’attività stessa, che avviene certamente a livello inconscio. Usuali messaggi del gruppo di supporto (continua così, sei sulla strada giusta) generano ulteriori dubbi inconsci perché gli evidenti risultati negativi contrastano con tali messaggi e il nuovo staff tecnico si rifiuta prevalentemente di ammettere errori di impostazione

  • 3. I Tempi di Transizione

I dati sui circuiti professionistici (come l’atletica leggera o il nuoto) suggeriscono che, nei casi positivi, per ritrovare una stabilità tecnica e mentale con un nuovo allenatore occorrono mediamente dai 6 ai 12 mesi. Questo è il tempo biologico e psicologico necessario affinché il nuovo tecnico impari a conoscere la biomeccanica, i tempi di recupero e i tratti della personalità dell’atleta. Come già sottolineato, tale tempo di transizione, del tutto accettabile per un professionista, può essere purtroppo determinante a interrompere una carriera in età pre-professionista, quando i risultati sono decisivi per entrare nel professionismo. 6 mesi di risultati negativi sono equiparabili a un infortunio serio come rottura del crociato o del tendine d’Achille, che comportano un recupero anche di 18 mesi. Decisamente molti in età di scelte di sponsor istituzionali o privati.

Quando la separazione avviene in un atleta under 21 che ha alle spalle almeno 5 anni continui con lo stesso allenatore, la situazione statistica e psicologica cambia radicalmente. In psicologia dello sport, questa specifica fascia è considerata la più vulnerabile in assoluto: 5 anni su meno di 21 significano che l’allenatore ha accompagnato l’atleta lungo tutta l’adolescenza e la maturazione biologica, tecnica e identitaria.

Il Rischio Drop-out (Abbandono dello Sport)

Negli under 21, fascia 17-21, la rottura di un legame così lungo è una delle primissime cause di abbandono precoce della carriera. 

  • Statistica d’impatto: Se la separazione è conflittuale o imposta dall’alto (es. decisioni societarie o familiari), il rischio che l’atleta sperimenti sintomi di burnout o decida di ritirarsi dall’attività agonistica aumenta sensibilmente. La figura dell’allenatore a quell’età non è solo tecnica, ma rappresenta la fonte principale di enjoyment (divertimento/passione) e motivazione intrinseca. Venendo meno il coach, crolla lo stimolo a continuare, ancora di più se la scelta è stata del prospetto o del suo gruppo di sostegno (famiglia), perché l’euforia iniziale viene soffocata dai risultati negativi dopo il primo periodo.

4. Crisi d’Identità Simbiotica (Athletic Identity)

A meno di 21 anni, la personalità del Prospetto è ancora in via di definizione. Spesso l’atleta non distingue la propria identità di “persona” da quella di “atleta”. E’ convinto di avere sufficiente maturità tecnica e mentale per adeguarsi in fretta a un cambiamento radicale ottenendone benefici, entrando in una dimensione anche strategica completamente distorta. “sono dieci anni che nuoto, so come correggermi” è chiaramente una considerazione errata (peraltro nel nuoto e in generale in sport evoluti rarissima, mentre comune negli sport con poca cultura sportiva, come l’arrampicata, assai infantile a livello culturale)

  • Cosa succede: Avendo avuto lo stesso allenatore dai 14-15 anni fino ai 20, l’atleta ha sviluppato una dipendenza emotiva e decisionale. Le statistiche cliniche mostrano che oltre il 50% dei giovani atleti in questa situazione sperimenta forti picchi di ansia da prestazione e disorientamento nei primi mesi post-separazione. Senza la “voce guida” storica a bordo campo, il giovane atleta si sente letteralmente “scoperto” di fronte all’errore o al fallimento. Tanto più se la voce storica viene sostituita da un gruppo di sostegno coetaneo, evidentemente inadeguato a corrette indicazioni tecniche e comportamentali. Il caso di gruppi di Prospetti che si allenano da soli senza la presenza costante di un allenatore (per ragioni economiche) mostra statisticamente un crollo globale dei risultati di tutto il gruppo.
  • confronto continuo: Il giovane atleta tende a rifiutare inconsciamente i metodi del nuovo allenatore, usandoli come termine di paragone continuo con il passato. Questo avviene sempre, anche nel caso di scelta volontaria.
  • Fattore Genere e Stile: Studi sul turnover degli allenatori nei settori giovanili dimostrano che se il nuovo coach impone cambiamenti drastici troppo velocemente o ha uno stile comunicativo opposto (es. passando da una guida “democratica/paterna” a una “autocratica/distante” o viceversa), la performance subisce un crollo immediato nel 75% dei casi, accompagnato da una forte frustrazione dell’atleta. 

In sintesi: i tempi di recupero raddoppiano

Mentre un atleta maturo impiega dai 6 ai 12 mesi per resettarsi, un under 21 che perde il coach dell’adolescenza può impiegare fino a 18-24 mesi per ritrovare l’equilibrio psicofisico e la stessa efficacia prestazionale, poiché deve completare sia un percorso di maturazione tecnica che un processo di crescita personale e autonomia emotiva. La ristrutturazione tecnica e il “rimpiazzo” nei piani precedenti, che non potevano che essere quantomeno triennali visto l’età, dimostra statisticamente a percentuali che sfiorano il cento per cento come, per un’atleta under 21, la fine di un rapporto di oltre 5 anni non sia mai un semplice cambio di scheda d’allenamento, ma una linea di demarcazione psicologica che costringe l’atleta a ridefinire la propria identità sportiva in totale autonomia, con esito negativo.

5. Quando cambiare, se necessario?

Cambiamento di allenatore intorno ai 14 anni di età sono invece prevalentemente positivi e spesso necessari perché si passa dalla figura Istruttore alla figura Allenatore, che deve possedere competenze grandemente superiori. In aggiunta, gli istruttori di età puberale tendono a sovrastimare i risultati degli U15, che sono assolutamente disgiunti dai risultati senior e anzi spesso legati puramente a differenti età biologiche. Una quattordicenne che vince nella categoria U15 diventerà un atleta ad alto livello in meno del 3% dei casi. E spesso la responsabilità di questo declino è dovuto alla inadeguatezza del gruppo di supporto (società, istruttore, famiglia).

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