Fabio Palma

Infinite jest

I GIOVANI CRESCONO PIU’ VELOCEMENTE

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«I giovani crescono molto più velocemente».

La frase di Julio Velasco mi ha sempre fatto pensare a un aspetto del lavoro dell’allenatore che viene spesso sottovalutato: non è l’atleta che deve adeguarsi alla velocità dell’allenatore. È l’allenatore che deve essere capace di adeguarsi alla velocità con cui cresce l’atleta.

Con Beatrice Colli questo problema è diventato particolarmente evidente.

A 16 anni aveva già una maturità che, in molte situazioni, era grandemente superiore a quella di numerosi adulti con cui si trovava ad avere a che fare. A 18 anni questa distanza era diventata ancora più evidente: la sua capacità di comprendere, collegare, decidere e soprattutto di elaborare rapidamente ciò che accadeva intorno a lei era superiore a quella di praticamente qualunque adulto che incontrasse nel suo percorso sportivo.

A quel punto il mio compito non poteva più essere semplicemente quello di allenare una ragazza che cresceva fisicamente.

Dovevo affiancare una crescita fisica rapidissima a una velocità di pensiero altrettanto rapida.

Ed è qui che, secondo me, il lavoro con un atleta di élite diventa qualcosa di molto diverso dalla semplice programmazione dell’allenamento.

Un atleta veramente evoluto non cresce soltanto nei muscoli, nella forza, nella coordinazione o nella tecnica. Cresce nella velocità con cui percepisce la realtà, riconosce gli schemi, prende decisioni utili e costruisce soluzioni.

È una caratteristica che ritroviamo anche negli artisti di altissimo livello.

Gli sportivi d’élite e gli artisti d’élite appartengono, sotto questo aspetto, a una categoria particolare di esseri umani: elaborano la realtà a una velocità che può mettere in difficoltà chiunque non sia abituato a seguirli.

E non importa quale sia la professione dell’interlocutore.

Un ingegnere può avere una preparazione tecnica straordinaria. Un medico può possedere una quantità enorme di conoscenze. Un economista può conoscere modelli e dati che un atleta non potrebbe nemmeno immaginare.

Ma quando entra in gioco la velocità con cui bisogna percepire, selezionare informazioni, riconoscere una situazione e produrre una risposta, un atleta d’élite può letteralmente dare la paga a qualunque categoria professionale.

Questo non significa che sia più intelligente.

Significa che ha sviluppato una forma particolare di intelligenza operativa, percettiva e decisionale.

E proprio per questo commette anche errori.

Anzi, talvolta commette errori cognitivi giganteschi.

È uno degli aspetti più difficili da accettare per chi lavora con talenti eccezionali: maggiore velocità non significa maggiore infallibilità.

Al contrario, una mente molto veloce può costruire in pochissimo tempo una conclusione completamente sbagliata.

Il problema dell’allenatore, allora, non è soltanto correggere l’errore quando si è manifestato.

Deve imparare ad anticiparlo.

Deve riconoscere la traiettoria del ragionamento dell’atleta prima che arrivi alla conclusione sbagliata. Deve, quando possibile, anestetizzare l’errore prima che diventi comportamento, e poi dirottare il processo verso una soluzione migliore.

È una delle ragioni per cui allenare un talento vero è molto più difficile che allenare un atleta mediocre.

Con un atleta normale spesso devi costruire, ed è difficile prevedere cosa gli passa per il cervello perché non possiede le parole per esprimerlo.

Con un talento devi anche contenere, orientare e proteggere una velocità che non puoi fermare.

E questa è stata una delle grandi trasformazioni del mio lavoro con Beatrice, eccezionale per la capacità di comunicarmi, quasi sempre per iscritto, emozioni positive e negative. In maniera aperta.

All’inizio potevo pensare a lei soprattutto come a una giovane atleta da far crescere.

Poi, progressivamente, ho dovuto cambiare posizione.

Non potevo più essere semplicemente quello che diceva cosa fare.

Dovevo diventare quello che anticipava ciò che sarebbe successo dopo.

La crescita fisica imponeva di modificare continuamente i carichi, i volumi, i recuperi, la programmazione. Ma la crescita cognitiva imponeva qualcosa di ancora più difficile: modificare continuamente il modo in cui comunicare, spiegare, correggere e perfino il momento nel quale intervenire.

Perché un atleta che cresce rapidamente non è lo stesso atleta dopo sei mesi.

E soprattutto non è la stessa persona.

Questa è forse la vera lezione contenuta nella frase di Velasco.

I giovani crescono molto più velocemente di quanto gli adulti riescano normalmente ad aggiornare la propria immagine di loro.

L’errore più grave dell’allenatore è continuare ad allenare il quindicenne quando ha davanti un diciottenne.

Io ho dovuto imparare a non farlo.

Con Beatrice, adeguarmi alla sua crescita ha significato accettare che, a un certo punto, il mio lavoro non fosse più soltanto quello di portarla più lontano.

Era quello di riuscire a starle abbastanza vicino da poter ancora vedere dove stava andando.

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