Fabio Palma

Infinite jest

Portami via

PORTAMI VIA, un’avventura nel Wenden

L’inizio Ore 19.00… il messaggio “porta gli sci” non era uno scherzo… c’è neve dai 1600 metri, tanta, tantissima. Forse per questo la sera, per la prima volta nella mia vita “outdoor”, ho paura. Telefono a Simone, che mi richiama e mi dice cose private e belle; la paura l’ho avuta altre volte, ma sul momento, sul fatto. Qui è incrostata di brutti presentimenti, e mi spazza la sera prima. Io e il misto ci siamo appena sfiorati, le mie fedeli scarpe da ginnastica tradiscono il solito equipaggiamento inappropriato. Simone, che per molti è Simone Pedeferri e per me è oramai il grande amico Simo, mi consiglia di non salire, di parlare al “bocia” della mia paura, e mentre mi parla mi dà coraggio… anche Paolo mi manda un messaggio che invita a desistere, come facemmo la prima volta su Cleopatra, e poi la salimmo, la regina. Le chiamate e i messaggi terminano all’una, c’è una persona che vivrà il giorno dopo con angoscia, sono egoista nel pensare che la alleggerirà un po’ dal mio zaino.

Mattina: allo spiazzo scalatori di tre nazioni discutono, restano tutti giù tranne io, Matteo, e due tedeschi, che sul nostro esempio partono insieme a noi. Matteo è Matteo Della Bordella, negli ultimi due mesi ha salito le vie che uno scalatore di livello si prefigge in qualche anno, ha uno Spirito sensazionale, e la calma del fenomeno. Quando arriva la neve, l’impatto è desolante. Si scivola ovunque, e dai 1800 metri lo strato diventa sempre più alto, in certi punti affondo piena tibia; mi distraggo coi pensieri che mi tormentano da settimane, e mi ritrovo lontano dagli altri tre, su un tratto molto verticale. Io adoro lo zoccolo del Wenden, fa parte della verticalità di questo posto, le vie, in fondo, partono da trecento metri più in basso, anche quando hai scalato venti metri le foto parlano di trecento metri di vuoto. Ora, però, lo zoccolo non c’è più, c’è un pendio ripido innevato.

Scivolo, e mi scappa un NO. La scivolata dura al massimo mezzo metro, le mani affondano nella neve e mi fermano, ansimo qualche secondo poi il terrore è investito da uno dei pochi talenti che mi affibbio, quello di stare lucido nel pericolo. Mi sono fermato, quindi sono vivo, quindi da qui devo uscire. Scavo nella neve un traverso, trenta minuti dopo raggiungo Matteo sotto la via, il nostro pilastro, la cui base non c’è più, oggi esce direttamente dal bianco. Mi manca il Dodo, che non è potuto venire, avrebbe stemperato la tensione con qualche battuta.

In pochi minuti le due cascate ai lati del pilastro diventano imponenti, lassù è iniziato il disgelo, noi invece iniziamo a gelare, infradiciati come in un torrente. Risaliamo lungo le fisse i due tiri, mentre i tedeschi scappano. Quando raggiungo Matteo, ha freddo e vuole scendere. Qui mi ricordo che ero un bravo allenatore, un buon trascinatore, gli do tutto il vestiario pesante che abbiamo e gli propongo di partire lui per il tiro. So di solleticare lo Spirito di un ragazzo che ha la stoffa del fuoriclasse, e infatti in pochi secondi Matteo recupera forza, voglia, mentre la calma ce l’ha già, quella è una stimmate che deve aver ricevuto quando ancora scalava, appena due anni fa, neanche sul 6c.

Quello che segue è una normale cronaca di apertura, magari noiosa, ma non per me, che assisto a una grande dimostrazione di Matteo, anche se dimostrare, lo so, è un verbo sterile, freddo, non rende l’idea di un giovane che sale con eleganza in apertura chiodando con discrezione, firmando a lettere maiuscole nel tempio della scalata “engagéé”; addirittura uno spit lo deve aggiungere solo perché la cascata lo investe improvvisamente sul muro difficile, impreca senza insulti e dispiaciuto perché quello spit non ci voleva. Già, sarebbe stato un inderogabile di 6c+, invece così, Matteo, hai semplicemente messo 4 spit in 24 metri difficili, in condizioni climatiche da birra davanti a un camino… Poi arriva un tiro che necessiterà di relazione per sapere dove andare, così chi parla a vanvera di spit che tolgono il gusto dell’orientarsi saranno pregati di affrontare senza foglietto 38 metri in cui due spit vengono messi giusto per non avere la coscienza sporca.

Scendiamo, non dico a Matteo quanto freddo ho preso e quanto ho tremato, ora la via è arrivata a metà pilastro e il fardello del finire è meno pesante. Mentre scendiamo penso che attraversare il torrente formato sullo zoccolo dalla cascata sarà impossibile, ma il Wenden, in fondo, non è così orco come lo si dipinge, così quando arriviamo alla base la neve è ormai accennata e il torrente scompare, le cascate si addolciscono. Un po’ di attenzione in discesa, e via allo spiazzo, mangiando tutto quello che troviamo in giro.

Il giorno dopo ci concediamo una via di cui non esiste relazione, aperta nel 2004. Riusciamo a non trovare una sosta, e a correre abbastanza veloci da finire in tempo prima dell’arrivo del previsto temporale. Scendono tutti, noi siamo all’ultimo tiro e io urlo a Matteo, che è arrivato in cima, di scendere in doppia, meglio correre e a me, francamente, di barattare un 6c con un temporale sul Pilastro Excalibur proprio non mi sembra glorioso.

Il giovine si inventa una discutibilissima spiegazione nella quale la somma della mia salita più la discesa in doppia sulla via a fianco, in due, è più veloce della sua discesa in doppia verso di me, su un tiro rinviato… insomma, il 21 enne voleva far finire la via anche a me, questo penso mentre salgo più veloce che posso. Il Wenden si leva anche il cappello di fronte alla sfrontatezza del giovane, perché in tutta la Svizzera tedesca l’unico lembo di cielo che non scarica rimane perpendicolare a noi…

Ecco, insomma, il racconto di due giorni intensi, davvero intensi, ho anche scalato male perché la tensione, se non sei spigliato nel gesto come Matteo, annebbia i movimenti. La via era proprio tagliata per me, bella di resistenza con qualche tetto, e non l’ho scalata tutta a vista. Naturalmente qualcuno penserà che averla salita è tutto, e invece no, lo stile conta quanto e a volte più che arrivare in cima, chiamatelo tarlo, ossessione, menata, brutta contaminazione dell’arrampicata all’alpinismo, ma è così, le vie vanno salite bene, sennò ti lasciano quel piccolo amaro in bocca che assaporo mentre scendo lo zoccolo, oggi amico.

Però ogni amaro ha il suo tampone dolce, mentre scendiamo si parla di Spirito e di vie, Matteo non vede l’ora di scalare Dingo o, dice, una via in cui è costretto a tornare indietro. Una via, insomma, in cui l’incognita potrebbe avere una soluzione negativa… è quello che scelgo sempre da tre anni, ma lui lo dice e gli brillano gli occhi. Ci sono delle persone che è bello aver conosciuto, non lo si dice mai perché non ci vergogniamo di tante falle e invece di dichiarare: sono contento di conoscerti!! è qualcosa che, chissà perché, fa minoritario, o minorile… allora lo scrivo qui, a me piace “sparare cazzate” e fare il tamarro per il centro di Meiringen con l’Hard Rock a manetta e le scarpe di ginnastica appese agli specchietti, ma quando scrivo mi sembra giusto aprirmi un po’ nel lato serio, dire che è stata una fortuna incontrare e diventare amico di ragazzi come Simone, Dodo, Paolo e Matteo… poi la sera un certo Manolo mi manda un sms (ma li mandano proprio tutti, gli sms!!) chiedendomi del Wenden, io gli rispondo orgogliosamente e, diciamolo, con fare da teatro, che tra cascate e neve abbiamo aggiunto due tiri, e il Mago mi affibbia un EROICI, tanto ironico quanto divertente. La scalata in montagna, gente, è la cosa più bella del mondo!

Quarto e quinto giorno

Lo ammetto, se leggessi quanto segue, penserei a una semi-bufala giornalista e a sensazionalismo da strapazzo. Per cui vi comprendo, prendete il tutto come un racconto romanzato, così, da passare dieci minuti. E’ la mattina di Domenica 4 Settembre, siamo sul quinto tiro, aperto per trenta metri il Sabato, con chiodatura super-expo, la più lunga del Wenden da noi conosciuto (ma non abbiamo salito ancora Dingo e Letzer Mohikaner) e delle vie delle Alpi conosciute da Matteo, che negli ultimi tre mesi di cognizione ne ha accumulata un bel po’… Io sono volato il giorno prima per cinque volte, nel vuoto, sicuro. Riparto con carica positiva, ma al terzo volo capisco che dovrei stare lì per ore, per passare da quell’obbligato. E se non finiamo la via oggi, la mente ci abbandona, siamo esausti.

Parte Matteo, e a differenza di me lascia tutto all’ultima sosta, trapano, martello, e, con molta incoscienza, anche friends… non li abbiamo mai usati, ma all’imbrago la serie piccola c’è sempre, tutto sommato fanno scena, oltre che infondere una certa sicurezza. Matteo vola al primo tentativo, mille metri sotto, col binocolo, Dodo commenta i nostri voli a metà fra il divertimento e lo stupito. Il giorno prima aveva sentenziato: “la prossima volta porto una pistola così lo fermo oltre i sei metri…”. Comunque, il giovane dimostra che level is level, e il suo novello ma già consolidato settec a vista lo impiega con sapienza, intuito e , perché no, fortuna. E va… Quando Matteo va, da sotto non si può che rimanere a bocca aperta; crescono i metri di distanza, e lui prova e riprova i movimenti come se fosse con la corda dall’alto, o lo spit al ginocchio.

Si rimane talmente contagiati dalla sua calma che anch’io, in questa apertura, col progredire della via mi sono ritrovato ad aprire senza pensare a dove fossi ma, semplicemente, a scalare. Se l’avessi visto al secondo tiro, rimpiango, pensando ai sei spit del 7a, dove pure mi sembrava di essere stato discreto…sono talmente rilassato che ormai non mi preoccupo più nel vederlo ormai a quasi dieci metri dall’ultimo spit, ed ecco che parte la vera storia: Matteo recupera la corda di servizio ma il trapano non arriva… una, due volte…e d inizia la disperazione… impossibile cadere da dove si trova, sarebbe una tragedia, e difficile, soprattutto con la mente sempre più stressata, scalare all’indietro. Immagino le peggiori scene di un’arrampicata in montagna, mentre tento di ragionare, ma non c’è che una soluzione, e ci arriviamo insieme: calata su cliff… Ne ha due, li incastra, e inizia a calarsi, cercando di arrampicare; io trattengo il fiato, ho l’idea di slegarmi dalla sosta e di lanciarmi all’indietro nel vuoto nel caso di cedimento dei cliff, ma la sosta ha purtroppo alle spalle una cengia, non posso farlo. Passano i dieci minuti più lunghi delle nostre vite, fino alla salvezza.

Il resto, al confronto, è niente. Gli ultimi due tiri ci vedono di nuovo convinti nella chiodatura, senza usare Friends anche se sarebbero usabilissimi; abbiamo deciso di aprire secondo l’etica delle vie moderne a spit e basta, dove lo spit non uccide l’alpinismo neanche di striscio e dove le protezioni veloci sono usate solo in caso di emergenza. Il 6a si poteva tranquillamente proteggere solo a Friends, invece uso due spit, e un Friend di sicura al posto del cliff di fermata, che alla via di questa via non avrò mai usato. Arrivo in una sosta espostissima nel vuoto siderale del Wenden, manca una lunghezza e la rincorre Matteo, verso la fine del pilastro, il quaderno firma che lasciamo, e due pensieri a testa, un po’ romantici, un po’ retorici, ma molto veri. Finita? Non sia mai detto… dopo cascate che ci hanno investito in apertura, neve al ginocchio all’accesso, calata su cliff, non poteva mancare la doppia incastrata… e cordini di lunghezza errata per una risalita veloce… un’altra ora di stress infinito, poi la pulizia delle fisse e il ritorno con due zaini di peso che forse anche Jason Smith avrebbe apprezzato… C’è ancora un tiro da liberare, ci tocca tornare, sulla nostra Portami Via, nome dai molti significati che ho scelto per questa avventura e che infine ha convinto anche gli scettici, Dodo per primo. Crediamo sia una via da bella a bellissima, in alcuni tratti la roccia non è wendeniana ma la linea è superba ed è il massimo che potevamo tirare fuori dal nostro livello, medio il mio e di Dodo, e già alto quello di Matteo. Mal influenzato al parcheggio, Matteo ha messo un piccolo cordino al secondo spit della terza lunghezza, che lui ha invece rinviato dal basso senza aiuti, e poi liberata, gradandola 7c. Anche perché sempre da stanchi a esausti abbiamo dato delle gradazioni che forse sono severe, e comunque in linea col Wenden, i cui gradi ho sempre trovato più duri della maggior parte della falesie di calcare. Ma questi sono discorsi tecnici, bisogna anche dire che la via è rischiosa e, più che di obbligatorio (7a+? 7b? qualcosa del genere) bisogna parlare di inderogabile fino al 6c+ e di impegno psicologico notevole da L3 in poi. Una via, insomma, pericolosa, alpinistica, sicuramente suscettibile di raccogliere molte critiche come tutte le cose che non stanno né da una parte né da un’altra ma che vivono di propria personalità. Portami Via non è una via sportiva ma ha gli spit, 25 su 230 metri, freddamente pochini emozionalmente. Al di là di sciocche catalogazioni, è una via, quindi un sogno realizzato, con molta ossessione dietro e parecchi patemi. Ci abbiamo aggiunto del nostro, a renderla in certi momenti incubo reale, questo i ripetitori non lo potranno mai sapere esattamente e a loro auguriamo, semplicemente, di vivere la linea e il pilastro come li abbiamo vissuti noi: passionalmente. Di Fabio Palma PORTAMI VIA (pilastro della Strada del sole, Wenden) Primi salitori: M. Della Bordella, F. Palma, D. Soldarini 08-09/2005 sviluppo: 230m difficoltà: 7c+ (7b obbl.) S5, L5 ancora da liberare materiale: per un ripetizione sono sufficienti6 tinvii e 2 corde da 50m, tuttavia la chiodatura dei tiri più facili si può integrare con friends di tutte le misure discesa: in doppia lungo la via “Strada del sole” accesso: dal parcheggio di Wenden seguire il sentierino che per prati sale verso le pareti. Arrivati a una fascia rocciosa la si supera sula sinistra, attraversando il letto di un torrente, proseguire poi diritti e, giunti a una seconda fascia rocciosa costeggiarla verso destra, finché il sentierino non permette di superarla. Si sale dapprima verso sinistra, poi decisamente verso destra per ripidi prati e rocce; si traversa il letto di un fiume e si giunge alla base del pilastro. la via attacca 10m a destra di “Strada del sole” (spit alla base). 1 ora e 3a min. dal parcheggio. Lunghezze: L1: 38m, 3 spit, 6b; L2: 25m, 6 spit, 7a; L3: 24m, 4 spit, 7c+; L4: 45m, 2 spit, Expo 6c; L5: 40m, 5 spit, Expo 7c/8a non liberata; L6: 35m, 2 spit, 6a; L7: 30m, 3 spit, 6b+. I primi 4 tiri sono stati liberati M. della Bordella, per gli altri i gradi sono stati dati o stimati in apertura. Difficoltà da confermare. Note: via molto impegnativa e di gran soddisfazione, la prima chiodata da italiani al Wenden. la roccia è in generale molto buona, solida e compatta e molto tagliente, anche se non manca qualche tratto di roccia delicata, in particolare nella prima metà del 5° tiro e in uscita dal 7°. L’impegno richiesto è elevato sia a livello psicologico che fisico; la chiodatura è in alcuni punti molto distanziata e i voli possibili superano i 15 metri. Prestare particolare attenzione alla L4 dove il primo spit è molto alto (15 metri dalla sosta) e alla L5: questo tiro è molto pericoloso in quanto nei primi 20/25 metri la roccia non è della migliore qualità e in caso di volo si può andare a sbattere direttamente contro il pilastro che si ha alle spalle con conseguenze che potrebbero essere letali. La via è da percorrere in condizioni meteo assolutamente stabili; in caso di maltempo infatti si formano due enormi cascate dai colatoi a destra e sinistra del pilastro che rendono estremamente problematica una eventuale ritirata. Tuttavia la via asciuga rapidamente dopo le piogge. Nel complesso l’itinerario non è di tipo sportivo, come la maggioranza delle vie del Wenden, ma di tipo alpinistico, nonostante l’uso del trapano e la presenza di spit, e richiede buone doti di esperienza e capacità di valutazione dei rischi. relazione e disegno: Matteo Della Bordella

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