Fabio Palma

Infinite jest

febbraio 4, 2018
di Fabio Palma
0 commenti

MARC GIRARDELLI

“So che e’ strano chiamare team una coppia, ma e’ cosi’. Io da quando ero ragazzino non ho mai conosciuto altra realta’ di squadra. Quindi non so neppure cosa rispondere quando mi chiedono cosa si prova ad allenarsi sempre in solitudine, perche’ quella e’ stata la mia vita. Mi è sempre mancata una don a in questi anni di sport, non avevo tempo per cercarla e per averla”.
Siccome la rigidità di pensiero è sinonimo di coglionaggine, non mi tiro indietro a dire che ci sono dei genitori che hanno fatto bene ad essere genitori nel senso più negativo del termine nel seguire, stimolare, far fruttare, etc etc la carriera sportiva del proprio figlio. O figlia. E se la celebre biografia di Agassi (scritta molto bene e con le prime 50 pagine folgoranti perchè in realtà a scriverla è stato un ottimo scrittore, a ciascuno il suo talento) ha fatto conoscere al mondo uno dei peggior padri non delinquenti del pianeta epperò in sintesi anche fautore di una carriera milionaria e sfolgorante in uno degli sport più ad alta tensione che ci sia (sport serissimo e totalizzante e totale il tennis, dove il ruolo della tensione, così a spanne, mi viene da dire essere secondo soltanto a tuffi e scherma o giù di lì), io dico che l’emblema del genitore Gestapo e che però, (purtroppo) niente da dire ebbe ragione, è uno che si chiama HELMUT (con quel nome, direte voi…) e che di cognome fece e fa, attenzione, GIRARDELLI.

Uno dei più grandi atleti di tutti i tempi, mica solo sciatore, eh. Uno che in un anno vinse tutte le specialità, che dominò prima in slalom, poi in gigante, poi in superG e discesa, che vinse ovunque, dalla Streif che in pratica è un muro mal disposto dove forse io scenderei in doppia a quei pali stretti dove solo Stennmark, Tomba e HirsCher hanno o avrebbero infilato le curve come lui.
Questo Helmut era uno convinto delle proprie idee, niente da dire. così convinto che uno così’, io dico, è pericolosissimo se si dovesse trovare a capo di una nazione, perchè è inutile che vi citi nometti di tipacci convinti delle proprie idee che hanno devastato paesi e continenti. Helmut, grazie al cielo, aveva semplicemente a pensare a un talento prodigio nello sci, ed evidentemente litigò di brutto e a muso duro con l’allenatore che la federazione austriaca aveva messo sul figlioccio. Ora, io sono un allenatore,ora in arrampicata ed è il terzo sport che alleno, e vi dico che nel passato ho visto genitori che hanno veramente devastato la carriera dei propri figli comportandosi come Helmut. ma per una semplice ragione: che il fatto che un genitore sia ANCHE un eccezionale allenatore è cosa rara quanto la buona morale in un politico attuale (sob, non ho detto impossibile, comunque…). E questo invece accadde intorno al nome Girardelli. Perchè ‘sto padre prese il figlioccio e lo portò via dalla federazione austriaca (che è come dire la Nuova Zelanda nel Rugby o l’Australia nel nuoto o San Antonio nel basket insomma il MEGLIO come organizzazione), lo fece tesserare per il Lussemburgo (che è come dire che porti via Federer dalla Svizzera e lo fai tesserare per Andorra, non so se mi spiego. E intorno ad un fuoriclasse, sapete, ci dovrebbe essere tipo uno staff, una società…) e cominciò ad allenare il figlio sulle piste di tutto il mondo, tutti gli altri con equipe e allenatori e ‘sti due padre e figlio soli e sfigati MA VE LA IMMAGINATE LA SCENA tutto il mondo dello sci era allibito, ma an vedi ‘sti due pazzi, ma guarda come va a rovinare quel talento E INVECE NO!!! e Marc Girardelli vinse, si ruppe, vinse, si ruppe, vinse, si ruppe, perchè solo la nostra Deborah Compagnoni si ruppe in fondo più di lui (e forse la Vonn, in fondo) e per esempio dopo la prima operazione subita ai legamenti del ginocchio sinistro nel 1983 un professore gli disse: ragazzo, hai una disabilità del 15% sull’arto operato, camminerai un pò così. e lo sci? Sci? Pensa a camminare…e poi una cosa dell’altro mondo, a tavola per scacciare una mosca si lussò una spalla e perse una stagione, insomma un vero e proprio SFIGATO DEGLI INFORTUNI (n aeroporto non passa inosservato. Il “metal detector” lo ferma sempre. Non si tratta di un terrorista, ma di un paziente. Un uomo tenuto insieme da borchie e placche di metallo. La sua cartella clinica e’ lunga come una genealogia biblica. Per limitarci alle operazioni, affrontate di solito in primavera – “tenevo duro durante la stagione, e poi mi facevo riaggiustare” ) eppure uno dei più vincenti della storia dello sport e non solo, con il ruvidissimo e scostante Helmut, simpatico come la sabbia nelle mutande, sempre dietro o davanti, odiati in fondo da tutti ma dagli austriaci poi immaginate un pò, e giusto per finire con una precisazione e ricordando che lo sport agonistico è usurante quanto un lavoro DURO, oggi Mark zoppica, ha dolori a dormire e tutto il resto, dice che ha consigliato a tutti i suoi tre figli di fare sport ma NON agonistico per forza, e però è anche ambasciatore di una microchirurgia utile agli invalidi, e insomma io dico che dovevo scrivere prima o poi di uno sciatore, e c’era Stenmark che sta allo sci come Phelps al nuoto, e Tomba che sta allo sci come Iverson al basket (con vittorie, però) e Zurbriggen come Uchimura alla ginnastica e Hirscher come Michael Johnson all’atletica epperò alla fine sono partito da questa famiglia da non copiare, da questa storia che Mio Dio non siate mai Helmut nella vita e però, anche, sappiate che non c’è mai solo un’unica verità soprattutto quandi si tratta della vostra…
Ah, se siete curiosi…
1980 piede sinistro per frattura da stress; 1983 legamento crociato del ginocchio destro, tibia e femore della gamba destra (ridotte con placche e viti) dopo una devastante caduta in discesa a Lake Louise; 1983 prima operazione alla spalla per una lussazione riportata a Furano ’81 in slalom; 1984 operazione per togliere le viti; 1987 seconda operazione alla spalla; 1988 frattura di piu’ costole per una caduta in discesa a Leukerbad; 1989 sutura del quadricipite della gamba destra per una caduta grave, al Sestriere, in superG (e lesioni a milza e fegato); 1991 pulizia tendine rotuleo del ginocchio sinistro; 1993 operazione al crociato anteriore del ginocchio sinistro; 1994 pulizia della rotula del ginocchio sinistro; 1996 operazione col laser agli occhi, a Venezia; 1996, in dicembre pulizia delle rotule delle ginocchia. Potrebbe essere la scheda di un invalido

dicembre 22, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

ARTHUR ASHE

LONDON – JULY 5, 1975: Arthur Ashe of the USA holds up the championship trophy for men’s singles of the Wimbledon Lawn Tennis Championships after defeating Jimmy Connors 6-1, 6-1, 5-7, 6-4 July 5, 1975 at the All England Lawn Tennis and Croquet Club in London, England. (Photo by Focus On Sport/Getty Images)


Se nasci nel 1943 in Virginia e sei di colore, ti va bene se riuscirai a fare il lavoro di tuo papà, profetizzano tutti, che era essere custode di un circolo, ovviamente esclusivo e per bianchi, di tennis. Arthur Ashe, però, è un ragazzino sveglio e di grande destrezza, e vuole provarci nello sport. Da dove partiamo? dalla madre di tutti gli sport americani, il football americano. Già allora, però, dovevi essere piuttosto grosso, e quindi il nostro ragazzino viene scartato senza pietà, pur saltando gli avversari come birilli. A tempo perso, va dal papà al circolo, e siccome il padre è benvoluto, i ricchi soci del club gli fanno scambiare qualche colpo. Beh, pochi scambi, e tutti si accorgono che il ragazzino. nero o non nero, è di un altro livello, non solo come colore. A qualcuno non va giù, ma è un fatto.
Siccome nella vita devi anche assolutamente avere un pò di fondo, Ashe ce l’ha facendosi notare da un allenatore che aveva portato a vincere a Wimbledon addirittura un tennista di colore. Devi andare via da qui, gli dice. E se lo porta con sè. E ti dico di più, ragazzo, se vuoi diventare qualcuno in questo sport per bianchi e per ricchi, devi essere colto, misurato, e fargli vedere chi sei anche fuori dal campo.
Il ragazzo prende alla lettera il suggerimento e non solo si laurea in scienza delle finanze a UCLA, ma addirittura va all’accademia di West Point diventando tenente. Intanto, continuando a migliorare nel tennis…quando torna con praticamente due lauree nel mondo del tennis che conta, è in assoluto quello che parla e discute meglio, e diciamo pure che anche negli scambi puramente sportivi non è l’ultimo arrivato.
Il resto è storia sportiva: parallelamente a battaglie politiche sempre misurate e colte contro la segregazione razziale e l’intolleranza (riuscirà, caso divenuto mondiale, a farsi invitare dal Sudafrica, dove vigeva l’Apartheid, in un torneo internazionale), Ashe scala i vertici delle classifiche mondiali, vincendo con quasi tutti ed entrando nei primi dieci, a volte nei primi 5.
Sta per ritirarsi senza l’ebbrezza del più grande dei titoli quando una vocina gli dice comunque di provarci ancora nel 1975, quando ha 33 anni e alcuni giovani leoni, come Connors e Borg, stanno o dominando (Connors) o emergendo prepotentemente. Sembra proprio che ci sia una svolta tecnica del tennis, tanto da diventare uno sport professionistico, con Ashe in prima fila ( eh sì, persino i bianchi ormai si affidano a lui quando si tratta di decidere e discutere…perchè ragazzi, leader un pò di nasce e un pò si diventa, anche con l’esempio, non ci si improvvisa, anche perchè chi si improvvisa senza una storia diventa un disastro per tutti quelli che, incautamente, si fidano…un leader vero deve pensare a quelli che ti seguono, non a se stesso. Deve avere una statura culturale, morale e anche sportiva maiuscola, e zero egoismo…fine parentesi), buono, si dice, per essere appunto leader politico, visto l’età. E nel 1975 non c’erano gli allenamenti di oggi, che permettono (si veda Lebron James e molti altri super campioni) di essere a 33 anni ancora più forte che a 25.
E invece Ashe fa un’annata sensazionale, addirittura vincendo proprio a Wimbledon battendo sia Borg che Connors in due memorabili partite.
E’ il trionfo e tutto sembra condurre Ashe verso presidenze importanti, anche fuori dal tennis, perchè come lui ce n’è veramente pochi, in generale diciamo, non solo nello sport. Qualcuno scherzando gli dice, saresti migliore dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, Arthur. Piace ai neri, ovvio, ma piace anche, e forse soprattutto per la sua pacatezza, ai bianchi illuminati.
Solo che la vita va per cacchi suoi, non ascolta sempre le voci del popolo, e della vita stessa. Ritiratosi dal tennis, diventa scrittore per Times e Washington Post, capitano della Nazionale USA che con il super irrequieto John Mc Enroe vincerà la Davis (e Mc Enroe confesserà che Ashe era l’unico al mondo che non gli tirava fuori parolacce…), opinionista chiamato in TV su temi delicatissimi.
Il suo cuore avrebbe forse bisogno di una vita meno tambureggiante, prima gli piantano ben sei peacemaker poi è costretto a un secondo intervento nel 1983, ma Ashe ha una pulsione nel cuore e nel 1988 pubblica un’opera in tre volumi dal titolo emblematico “A Hard Road to Glory: a History of the African-American Athlete” (“La difficile strada verso la gloria: la storia degli atleti afroamericani“), in cui affronta il tema a lui più caro, come largamente sottolineato… “Gli atleti neri e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata, dobbiamo cambiare questa mentalità…“.
Il libro è uno scossone mica da ridere ma proprio negli stessi giorni gli dicono che è malato di AIDS a seguito di una trasfusione di sangue infetto nel corso del secondo intervento chirurgico subito al cuore. Continua a lottare sino all’ultimo, si impegna in prima persona nella lotta contro “la peste del XX secolo“, dice che il giorno più importante della sua vita non è stato il successo a Wimbledon, bensì quello della liberazione di Nelson Mandela il quale, da carcerato, aveva dichiarato che la prima persona che avrebbe voluto incontrare era Arthur Ashe).
Ashe muore a 50 anni, di Aids, non prima di averci lsaciato queste frasi, quasi da moribondo, “l’Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, l’esser nato negro sì …“, “campione è colui che lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato“, per concludere con il suo ultimo messaggio, a pochi giorni dalla morte… “vi prego d non considerarmi una vittima, io sono stato un messaggero…“.
Soprattutto, pochi giorni di morire, scrisse questo, e scusate se non lo traduco, è troppo bello così
” Why did God have to select you for such a bad disease?”

To this Arthur Ashe replied :
⁃ 50 Million children started playing Tennis,
⁃ 5 Million learnt to play Tennis,
⁃ 500 000 learnt Professional Tennis,
⁃ 50 Thousand came to Circuit,
⁃ 5 Thousand reached Grand Slam,
⁃ 50 reached Wimbledon,
⁃ 4 reached the Semifinals,
⁃ 2 reached the Finals and

When I was holding the cup in my hand, I never asked God:
“Why Me?”

So now that I’m in pain how can I ask God:
“Why Me?”

Happiness … keeps you Sweet!
Trials … keep you Strong!
Sorrows … keeps you Human!
Failure … keeps you Humble!
Success … keeps you Glowing!
But only, Faith … keeps you Going!

Sometimes you are not satisfied with your life, while many people in this world are dreaming of living your life.

A child on a farm sees a plane fly overhead dreams of flying, while a pilot on the plane sees the farmhouse and dreams of returning home.

That’s Life!

Enjoy yours … If wealth is the secret to happiness, then the rich should be dancing on the streets.
But only poor kids do that!

If power ensures security, then VIP’s should walk unguarded.
But those who live simply, sleep soundly.

If beauty and fame bring ideal relationships, then celebrities should have the best marriages!
Live simply, be happy! Walk humbly and love genuinely!

Sono le storie che racconto, ogni tanto, ai miei atleti, anche se con l’arrampicata non c’entrano una mazza. Non so se servano a vincere gare, a vivere credo di sì
“se sono diventato una persona migliore, lo devo ad Arthur Ashe” John Mc Enroe

dicembre 10, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

ISOLA DI SKYE

Dunque
una tenda comoda, spaziosa, da piazzare in un’area tranquilla, superbamente verde, docile e attraente, con viste da panico e possibilità infinite di riprese e video. Perchè scopo primario del viaggio di 9 giorni, appunto, era quello di filmare e fotografare, per un video che fosse all’altezza dell’inizio del film Prometheus, girato appunto dove si voleva andare: l’isola di Skye.
La richiesta è partita da lui, Yuri, mio figlio, e dico la verità, non mi ero mai interessato alle zone nordiche e quindi ne sapevo pochino. Per carità, che fossero interessanti e belle lo sapevo, ma distrattamente, ho radici mediterranee molto solide e i miei viaggi sono sempre stati a latitudine calda, in tutto il mondo. Certo, sono uno scalatore, ho aperto vie in montagna, ma quella è un’altra cosa. Per me, viaggiare ha sempre significato giungla, deserto, quelle cose lì.
Solo che Yuri ha sempre saputo il fatto suo sulla scelta dei posti fotografici, e poi mi piace supportarlo, per cui sono andato da Bertoni con nozioni vaghe su quest’isola, e specifiche di tenda puramente geometriche. Insomma, basta che sia grande, comoda, una casetta accogliente e magari pure tiepida alla fine di una lunga giornata di camminamenti placidi con panorami da urlo. In Scozia, poi, si può campeggiare ovunque, sarà una figata, mi dico.
Certo mia moglie mi aveva detto, guarda che c’è vento adesso, da fine Agosto è variabile e c’è vento, ma un’occhiata pressapochistica mi aveva riportato un valore sui 40 km/h, che sì, a scalare dà fastidio, un vaso te lo fa anche cadere, ma insomma cosa vuoi che faccia ad una tenda…
Così arriviamo all’isola di Skye, superiamo il ponte, e immediatamente ci dirigiamo a sinistra, con guida a sinistra anche, ovvio, contenti di incrociare pochi o nessuno. Neppure cinque km e vediamo subito una laguna da urlo, scendiamo enstusiasti, vai di zaino fotografico, vai di zaino porta Ronin M (stabilizzatore elettronico piuttosto costoso…), 4 metri di cammino su erba e felci ed eriche lussureggianti e…zac, fango fin sopra la caviglia.

Ma porc…scarpe che non si vedono dai grumi e primo Ko subito, che pure il cielo era appena nuvoloso e tutto sembrava innocuo e da pic-nic al parco di Monza.
Va beh…si ride e si filma, si torna in macchina, si fanno 15 km, forse meno. Finisce la stradina, davanti un sentiero e a circa duecento metri si vede un piccolo spazio, intorno il mare e colline e prati superfangosi, tanto belli quanto intoccabili, ma soprattutto…un vento che mi pare assolutamente superiore ai 40 all’ora…peraltro, stranamente siamo solo noi…
Non abbiamo filmato il montaggio tenda, e un motivo c’è: abbiamo un nome, non volevamo fare una figura fantozziana…ma qui lo scrivo, con terreno che ha rifiutato i picchetti, e sassoni dai 3 ai 10 kg intorno e dentro la tenda, il metterla su è stato tragicomico.
Dormirci, un film comico…la tenda sembrava Luna Rossa le rarissime volte che ha battuto Oracle e New Zealand, solo che di skipper non ce n’erano. Avete presente le foto di questo articolo? Ecco, è quando la tenda stava su…un secondo dopo era giù schiacciata altezza uomo-che-dorme-preoccupato. Yuri dormiva beato come in un lettino a dondolo, io ero convinto finissimo in mare, pur lontano duecento metri. La mattina, tutti spostati di mezzo metro, noi tre, la tenda, e almeno 80 kg di sassi. Da quella mattina so che una barca a vela può portare via un peso a piacere, esattamente come una leva: datemi una leva abbastanza lunga etc etc. Beh, datemi una vela abbastanza grossa, e vi porto in giro quello che volete. Nella fattispecie, la tenda Bertoni scelta, ottima secondo me per una vacanza mediterranea, deve aver pensato, ma questo è scemo…
Ah, poi c’è la questione variabilità…

Da noi cosa vuol dire variabile? Boh, passano delle nuvole, forse piove, poi esce il sole. Magari prima di sera piove ancora…
Ecco, a Skye, da fine Agosto, sappiate che variabile significa che il cielo rigurgita rovesci anche apocalittici almeno dieci volte al giorno, seguiti da sole che asciuga tutto in dieci minuti, e poi di nuovo tempesta, etc etc. Cielo paurosamente bello per film e foto, infatti Yuri non stava nella pelle, ma per l’attrezzatura fotografica un mezzo incubo, e in fondo pure per la povera tenda, che se avesse potuto parlare credo sarebbe stata messa all’angolo per linguaggio scurrile, ma poi perdonata per ovvie circostanze attenuanti.
Mi tocca dire che dopo sei giorni siamo dovuti andare in B&B, la tenda mostrava segni di usura diciamo ancora non preoccupanti sul breve ma a fine serata chissà, l’avremmo poi trovata? Magari la prossima volta sarò un pelo più attento alle specifiche del luogo…però, fotograficamente e cinematograficamente, che ne dite? Yuri voleva produrre qualcosa da Nationa Geographic livello Top, ed è contento. Io mi sono sporcato, e qualche giorno all’anno, devo dire, la parte selvaggia di me mi piace venga fuori. Bertoni ora sa come progettare una tenda da campo base sferzato da vento da 80 all’ora con dieci tempeste all’anno, e in fondo siamo tutti contenti perchè outdoor, non dimentichiamocelo, significa fuoriporta. Ci sta, che si venga sbattuti a terra…anche non metaforicamente.
ll video eccolo qui, mi raccomando, condividetelo a più non posso!! E lasciate i vostri commenti, anche (con gmail, è immediato)

Invece per le foto, visitate il suo account Instagram
https://www.instagram.com/palmayuri/
Prossima meta? Dunque, abbiamo in mente SudAfrica, Azzorre, ma anche Baffin, Patagonia. Bolivia, Colombia…

novembre 8, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

Iolanda Balas

1960 forse l’Olimpiade più bella di sempre, forse il punto più alto della storia d’Italia del dopoguerra, e lasciamo perdere che non siamo più in grado di farle, le Olimpiadi, andiamo un attimo nel 1960 perchè in quell’Olimpiade ne accaddero di tutti i colori, tipo Bikila e Alì per dire, ma per l’annosa questione della disparità di sessi non passò a fama immortale una donna che, di fatto, fu altrettanto gigantesca di altri nomi leggendari.
Il nome è Iolanda Balas, ed è rumena, quindi se vogliamo anche meno portata alla leggenda, paese dell’est etc etc. Anche se Nadia Comaneci divenne un vessillo umano, molti anni dopo, ma nel 1960 era molto presto, per una donna rumena, per diventare immortale.
Iolanda non corre non nuota non volteggia non tira pugni, ma in compenso fa una delle cose in cui la nostra specie è meno portata: salta verso l’alto. Non ce n’è, sul salto in alto siamo proprio piuttosto mal portati, lo dicono confronti ccn altre specie, e tanto altro. se sei una donna, poi…un casino. E’ maledettamente difficile, saltare in alto, e prima che un americano geniale inventò un altro stile, che poi prese il suo nome ed è quello che si vede oggi, il fosbury, tutti saltavano con la pancia che guardava in giù, ventrali, insomma. Dire che fosse goffo non rende, di più.
Questa donna magra ma non troppo è alta 185 cm, non male per una donna di allora, e a Roma si presentò già conosciuta, perchè era arrivata quinta nell’Olimpiade precedente.

Beh, la nostra Iolanda si mise lì a studiare, studiare, studiare. Evidentemente, aveva anche un Signor allenatore. E modificò parzialmente quella brutta tecnica di ventrale, arrivando a, ma leggete bene e meditate sulla vita in generale, che come sappiamo anche vincere due volte consecutive è un casino, figuriamoci tre etc etc…
due Olimpiadi consecutive
record del mondo portato da 175 cm a 191cm e battuto soltanto dieci anni dopo grazie all’introduzione del Fosbury
154 gare vinte consecutive.
Ok, il salto in alto femminile non ha la partecipazione di altre discipline, proprio perchè è terribilmente incasinato.
Ma provate ad immaginare la cosa migliore che vi sia mai venuta in vita vostra, che so, pure fare una foto, o cucinare una frittata, ed essere perfetti per 154 volte consecutive…perchè in fondo vincere nello sport è come fare al meglio un compito di matematica, sviluppare un sw, cucinare una torta, mettete in campo qualunque cosa esiga un minimo di tecnica, cioè praticamente tutto, e però immaginate di non essere soli, cioè voi soli a fare la frittata o il sw o la foto, ma in perenne competizione, e di riuscire ad essere per 154 volte consecutive il migliore. alzi la mano chi non volesse neppure partecipare per la cosa più umanissima che ci sia data di avere: la tensione di essere sotto gli occhi di tutti…(incidentalmente, è per questo che prima i forum poi i social, con i nickname, hanno spopolato: un sacco di gente, al riparo di sguardi, confronti diretti,e tc etc, ha potuto dire la sua, generalmente cazzate, senza un giudice che gli dicesse, ma lascia stare…sei ultimo)
A me piace allenare perchè mi pare che si cresca molto, a fare sport, e ogni tanto racconto queste storie ai miei ragazzi, e spiego perchè sia così difficile o impossibile vincere, e poi racconto di queste cose qui, di quegli essere disumani che vincevano sempre o perdevano col botto, perchè così va la vita, se non conosci il meglio, pensi che la mediocrità sia legge di vita, per giunta personale

novembre 5, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

NON ERA SOLO UN EUROPEO DI CALCIO

E’ il 1992, e in Europa sta succedendo qualcosa che farà sì che nulla sarà mai più come prima. La devastante, agghiacciante, guerra dei balcani, che dimostra come l’uomo sia una specie animale bestiale, e che le cose truci non sono da terzo mondo, ma dentro di noi, a fianco e con noi, e partono da deviazioni di concetti che dovrebbero essere basilari, quali onestà, trasparenza, tolleranza, accettazione della diversità.
Su un piano degli eventi molto, molto più piccolo, qualcuno deve decidere cosa fare per gli Europei di calcio, e si decide di chiamare la Danimarca al posto della Jugoslavia, dove tutti sono contro tutti.
La Danimarca è una buona squadra, che non ha nulla da perdere, che non ha nulla da chiedere, che non è preparata. Ha un paio di ottimi giocatori, ed un uomo a cui sta accadendo il peggio del peggio: Kim Vilfort ha una figlia piccola, 7 anni, e mentre è in pieno della fase eliminatoria gli dicono che sua figlia ha una malattia. Non bella, la leucemia.
Kim non sa cosa fare, ed è convinto che la sua squadra stia per tornare a casa, come da pronostico, molto presto. Corre dalla famiglia, e la bambina gli chiede di giocare, vuole vedere il papà in TV. E allora, frastornato, torna alla sua squadra, che nel frattempo aveva vinto i quarti di finale, e segna un rigore decisivo per la semifinale. La Danimarca la vince, Kim vuole tornare dalla famiglia, ma al telefono la figlia gli dice, papà, ti voglio vedere ancora in TV. in finale. Sapete, a sette anni un bambino NON ha il concetto di competitività, arriva qualche anno dopo, discorsi complessi di età biologica, età cronologica, etc etc (come allenatore, queste cose le devo sapere…) E il gol finale degli europei lo segna lui, e pensa che tutto si sistemerà, che potrà sorridere con la figlia guarita di questa sorpresa sportiva.
La figlia morirà poche settimane dopo, e della storia degli europei di calcio si dice che la vittoria della Danimarca sia stata una delle più grandi sorprese di sempre. E invece, in fondo, c’è molto di più. Una tragedia di milioni di persone, e una tragedia personale.

settembre 27, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

YURI PALMA SHOWREEL

“il meglio del mio ultimo anno”, dice.

C’è di quelle due volte che siamoa ndati a Milano per grattacieli, di quella volta che a meno 10 era sull’elicottero, di sentieri a Skye, di una modella bellissima per il lago di Como, di Timelapse attesi per giorni per la luce migliore, di quei fantastici atleti che sono i freerunner MilanMonkey

Insonna, gustatevelo

settembre 25, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

IL BACIO DI ROBERTO DURAN

“Zio rompeva le noci di cocco con un pugno, nonna finì in gabbia per aver steso il sindaco di Guarare, la notte in cui nacqui andò al bar a cercare nonno, che stava con una puta, e lo sdraiò con un destro. Mio bisnonno con la testa aperta in due da un machete strisciò fino alla sua fattoria prima di morire. Siamo fatti così in famiglia, il dolore non c’impressiona.”

L’uomo di sinistra sta morendo, gli mancano pochissimi giorni di vita. L’uomo di destra è uno dei più feroci e straordinari pugili di tutti i tempi, probabilmente il più grande peso leggero della storia e poi capace di diventare campione nel mondo anche nelle categorie successive, sfidando con sorti alterne Hagler. Leonard e Hearns.
L’uomo di sinistra ha l’Aids, e in quel momento nel mondo non è chiaro se sia contagioso o meno per via aerea. Anzi, a dirla tutta, la gente pensa che lo sia, ovunque. L’uomo di destra si chiama Roberto Duran, ma molti lo chiamano Mano di Pietra. Ha uno dei volti più cattivi che si sia mai visto su un ring di boxe. Non recita, ha proprio un volto così. Si china, e lo bacia, in bocca, dicendogli ti Amo, Esteban. Poi ordina alla figlia di fare altrettanto. Il fotografo nella camera d’Ospedale rabbrividisce, ne parla il mondo. L’uomo di sinistra si chiamava Esteban De Jesus, e sfidò Roberto Duran, Manos de Pietra, quando era imbattuto su 71 incontri. 71 incontri, 71 vittorie!!!! Lui, Esteban, lo affrontò con 40 vittorie su 41. Vinse, e fu la prima sconfitta in carriera di Duran. che poi, in due terrificanti scontri, si prese due volte la rivincita. Nel terzo incontro, Duran vinse per Ko alla dodicesima ripresa, e poi salì di categoria per affrontare il bello e il buono, ovvero Ray Sugar Leonard, già Campione Olimpico e super vezzeggiato dai media americani. Quando Duran lasciò la categoria dei pesi leggeri, si scrisse che “finalmente è finito il regno del terrore fra i Leggeri”. Un solo uomo era riuscito a finire in piedi, anzi a vincere, ed era Esteban De jesus. La seconda fotografia dice tante cose, su come fossero sul ring quei due uomini. Ancora, Duran è a destra, e Esteban è a sinistra.


Il pugilato salvò Duran dalla strada, dal carcere, dalla violenza, da chissà quali altre cose, mentre Esteban fu sconfitto più volte dalla vita, macchiandosi di un assassinio, storia di droga, di un 17enne, durante un litigio. In carcere Esteban, che era anche un campione di Baseball, cambiò vita. Fondò una squadra di baseball del carcere stesso, che vinse anche contro squadre professioniste normali. Poi divenne predicatore cristiano, nello stesso periodo in cui si scoprì che aveva da tempo l’HIV. Fu graziato un mese prima della morte, che avvenne a 37 anni.
Duran, negli stessi anni, divenne miliardario grazie agli scontri infuocati prima contro la superstar Ray Sugar Leonard, poi contro Hagler. Duran vinse in 15 riprese violentissime contro Leonard la prima volta, ma nel mese successivo si diede ai festeggiamenti ingrassando di 40 kg, e sei mesi dopo perse la rivincita tornato al pelo nei limiti di peso. Negli anni successivi più volte si pensò fosse finito, ma diede qualche bella sorpresa al suo paese, Panama, e chi sempre scommise, e forte, su di lui. Prima del match contro Hagler, che perse ai punti in 15 riprese, dichiarò “non so come finirà domani sul ring, ma so come finirebbe in una cabina telefonica”. Oggi è un tranquillo nonno cittadino, perfino troppo pacato per ricordare chi fosse. Uno che disse la prima frase di questo post, ma anche “Ken Buchanan nel 1972 mi disse: non ti dimenticherò mai, ti penserò ogni volta che vado a pisciare. Alla tredicesima ripresa l’avevo colpito lì e gli avevo distrutto una vena nel testicolo destro. Sarà anche stato un colpo basso, non voluto, ma se si fosse rialzato l’avrei massacrato ancora di più. Pedro Mendoza a Managua era l’idolo del paese. L’ho messo ko in un solo round. Sua moglie però aveva da ridire. Dio, com’era molesta. L’ho allontanata dal quadrato con il dorso della mano. Sono passato professionista nel 1968, con un KO: mandai De Leon dritto al pronto soccorso. Non boxò più. Avevo battuto un eroe, Sugar Ray Leonard, che odiavo perchè era un ragazzino elegante che neppure voleva essere quello che era, un nero, quindi ero il migliore, e anche campione del mondo. Noi dell’America Latina non eravamo affatto male. Quando tornai a Panama trovai 700 mila persone a portarmi in trionfo. Mia mamma ricordò a un reporter quanto fosse stata dura la nostra vita e che da piccolo le avevo detto: non preoccuparti, quando sarò grande tutto cambierà. Nel 1989 Esteban de Jesus era alla fine. Molto drogato, eroinomane, molto malato. Ma gli uomini coraggiosi vanno onorati. Soprattutto quelli che combattono, che non si tirano indietro. Era un guerriero, l’ho pestato, gli ho tolto ogni orgoglio, ma lo ho anche ammirato. Non mi frega di cosa fosse malato [Aids]. Era solo un grande uomo, ridotto male. Era stato anche in carcere per omicidio. L’ho preso dal letto, l’ho sollevato, l’ho stretto a me.”

 

agosto 14, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

GRAZIE BOLT

Ieri vado a scalare, ci fermiamo in un bar, c’è un giornale color rosa, pare sia sportivo, mi cade l’occhio sulla prima pagina, c’è solo calcio anche se non è periodo, nomi di squadrette e presunti squadroni, nomi di calciatori ad oltranza, discreti sportivi ma non fra i primi 100.000 sportivi al mondo ( mica ho esagerato…), poi una piccola finestra, sulla destra, ma piccola piccola, e c’è un lungagnone per terra, nell’ultima corsa della sua vita.

epa06141112 Jamaica’s Usain Bolt falls to the track after sustaining an injury during the men’s 4x100m Relay final at the London 2017 IAAF World Championships in London, Britain, 12 August 2017. EPA/SRDJAN SUKI

Quest’uomo è fra i primi dieci, forse fra i primi 5, qualcuno dice il più grande, sportivi di tutti i tempi. Non dell’atletica, di sempre.
Opinabile, come fai a dire che sia più grande di Phelps, o di Jordan, o di Owens, o di Alì. Fra l’altro, è pure un pò così, sì, bello è bello, ma ha la scoliosi, una gamba più alta di un cm dell’altra, quindi mal di schiena quasi cronico da anni, si infortuna spesso ed è il velocista che ha corso meno gare in carriera, praticamente era un record se ne faceva 10 all’anno, contando anche le batterie olimpiche dove camminava facendo 10”15, che non so se mi spiego. Provo a spiegarmi, in Italia 10”15 non lo fa nessuno da mille anni, Mennea fece poco sotto una volta, per dire. Il lungagnone è favorito, ovvio, è alto come mai nessuno nella storia della velocità, infatti gli dissero, da ragazzino, tu vai per i 200 e i 400, e avevano dei dubbi pure lì, troppo alto. Ma in jamaica non c’è la pallavolo e neppure il basket, viene venerata l’atletica, nelle scuole chi alza la mano alla domanda, chi vuole fare atletica, viene subito portato in carrozza come esempio riverito, omaggiato, coccolato. Il vero doping è questo, rispetto a noi e molti altri. Certo, hanno avuto anche loro gli Schwarz, qualcuno, ma molto molto pochi, la realtà è che se cammini per strada in un’isola caraibica son tutti figli della perfezione e capisci che geneticamente sono di un altro pianeta, e se un sistema provvede ad allenarli, ciao.
ma torniamo al fulmine, Bolt. Questo dice, voglio correre i cento, glieli fanno provare, la prima volta arriva terzo, perde tipo un secondo alla partenza, e non partirà mai veramente bene, ma appena finiscono quei 20 metri successivi…capiscono subito che questo qui ha diciamo delle potenzialità. E infatti da allievo, ovvero da pischello, è già uno che non si era mai visto.
Il resto è storia, storia di un cristallo fragilissimo che si allena con cura meticolosa e certosina per non spaccarsi, è stato sempre questo quello che si doveva fare con lui. Lo sportivo di punta più fragile al mondo non HA MAI AVUTO PROBLEMI a vincere, il suo problema era non frantumarsi. Tanti atleti pazzeschi che potevano arrivare ad un oro olimpico non ce l’hanno fatta perchè si sono spaccati, sapete? Lo sport VERO è usurante quanto un lavoro duro, anche molto di più. Li sport non fa bene, in quel senso. E’ pratica seria quanto lavorare al Cern di Ginevra, devi avere testa cuore e voglia da panico, ma è usurante su TUTTO. E se sei un cristallo come Bolt, per arrivare alla cima del mondo SAPENDO DI ESSERE UNO COME NON C’è MAI STATO NESSUNO, devi essere attento anche a scendere le scale….lui, alto quasi due metri ma capace di mulinare le gambe ad una frequenza come quelli alti 180cm…nel basket NBA ce n’è uno così, Russel Westbrook, ma ha scelto di giocare (alla grande…) in uno sport di squadra, come una decina di altri super bionici atleti di coloro. Sì, perchè i vari Lebron, Westbrook, Curry, Durant hanno delle capacità tecniche e fisiche tali che in atletica avrebbero dominato in una certa specialità. Ma l’atletica è poverissima, rispetto alla NBa, e in jamaica il basket è inesistente. Pensate che un certo Duncan, uno dei più grandi pivot di tutti i tempi, era un caraibico che fu dirottato al basket perchè un uragano distrusse la piscina dove si allenava, a pochi mesi dalla Olimpiade dove avrebbe partecipato…anche Bolt avrebbe furoreggiato in baseball o NBA, è ovvio. O forse NBA no perchè, appunto, troppo fragile.
Così io mi sono voluto scrivere queste righe in barba al giornale rosa, che non è neppure colpa sua ovvio, solo di chi lo compra, perchè sabato sera ci sono stati gli ultimi metri di questo figlio di Dio, e io mi sono commosso come quando salutò Phelps. Solo che Bolt è finito così, e io me lo voglio ricordare così, non quel bambino minkione che w i minkioni, quello che faceva il buffone alle partenze e W I BUFFONI E I BIMBOMINKIA, no, me lo ricorderò da adulto che soffre, da adulto che ha i lacrimoni (ieri sera quando ha salutato tutti), improvvisamente vecchio, molto più vecchio dei suoi 31 anni. Avrà mal di schiena tutta la vita ma cercherà di non farlo vedere, in totale ha regalato al mondo meno di 3 minuti di esaltazione perchè se sommiamo le sue vittorie leggendarie non arriviamo a tre minuti!!! Ma quei tre minuti hanno fatto crescere un sacco di persone, io perlomeno mi sento cresciuto. Scusate gli errori, sapete che scrivo di getto e non rileggo mai

agosto 2, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

FREERUNNING

Verso Aprile Yuri mi ha chiesto se potevo organizzare delle riprese sul Parkour, così mi sono messo di impegno e ho contattato i MilanMonkeys, dei fuoriclasse in quell’ambiente.

Hanno girato in Milano per quasi sei ore consecutive, un’esperienza…densa. Con anche qualche momento di panico, sono atleti che rischiano, e non poco…

Sia nelle riprese che nel montaggio e color, Yuri ha voluto metterci dentro tecnica a profusione. E siamo tornati due pomeriggi a Milano per delle cornici video.  Fra l’altro, primo al mondo, ha voluto fare gli Hyperlapse con il Ronin M, e in sostanza significa riuscire a camminare sopra le teste della gente e riuscire poi a…insomma, vedete quando entra in galleria di Piazza Duomo. C’è un messaggio, dentro, nei commenti qualcuno lo ha colto in pieno. Ma probabilmente sono un paio di minuti da gustarsi, per la spettacolarità, anche senza volerci interpretare nulla.

Siete gentilissimi se volete lasciare un commento, e anche il classico pollice su, al video

luglio 3, 2017
di Fabio Palma
0 commenti

KEVIN DURANT e una lezione

Quello che il basket insegna a praticamente tutti gli sport ma SOPRATTUTTO alla vita in generale è convivere con l’errore.
Il 10, la perfezione, rara come il diamante viola ma di fatto esistente in tutte le discipline (ci sono stati rarissimi 10 in ginnastica artistica, tuffi, Honnold è ovviamente andato da 10 su El Capitan, si sentono 10 anche a scuola- e fra l’altro Yuri ha preso 10 e 10 in filosofia nel secondo quadrimestre ok l’ho messo per orgoglio ma insomma il prof. a colloquio ha detto mai visto una cosa così potevo non aprirmi a pavone? capitemi fine capoverso orgoglioso-dicevo il 10 esiste ovunque TRANNE nel basket. dove per dire Jordan da tre tirava sotto il 35%, LeBron è ora il più forte del pianeta e sta giocando a percentuali senza senso ma sempre e comunque perfino un 70% è una chimera PER TUTTI. E quindi anche i migliori giocatori di tutti i tempi sbagliano come noi ci metteremmo a PIANGERE se sbagliassimo così in QUALUNQUE cosa della nostra vita.
E quindi è meraviglioso vedere delle partite tiratissime dove la posta in gioco è qualcosa che non riusciamo neppure a comprendere, una finale per dire, ad esempio la finale NBA di questi giorni, centinaia di milioni di dollari in gioco, il ritmo, ragazzi, è inimmaginabile, questi corrono e saltano in maniera disumana e quello che è appena accaduto è che negli ultimi due minuti Cleveland di Lebron James si è suicidata e Golden State Warriors, che ha dentro una chimica di fuoriclasse-tiratori che mai si è vista nella storia del basket (davvero, di squadre leggendarie ne possiamo citare almeno dieci, ma con i tiratori di questa qui, mai successo. Uovo di colombo, forse: l’allenatore, un certo Kerr, tiratore coi fiocchi che regalò un titolo a Jordan con tiro decisivo, si è detto, ehi, me ne frego di avere uno grande e grosso sotto canestro, mi cerco negli anni i migliori tiratori in circolazione e li alleno a fucilare a fucilare a fucilare) e allora Kevin Durant, l’atleta morfologicamente più allungato del pianeta (già, Sport Science lo ha sezionato, e Durant, alto 206cm, ha le braccia lunghe come uno di 220cm, e una mobilità di gambe di uno alto 185cm, e un tempo di reazione di uno alto 180cm, quindi fondamentalmente è DISUMANO capite? arriva prima di chiunque altro ed è rapido come un piccoletto….) negli ultimi 90 secondi NON HA SBAGLIATO perchè il fuoriclasse del basket OCCULTA i suoi errori precedenti, non ci pensa, non ha mai scoramento, ho sbagliato un minuto fa per cinque volte? e chi se ne frega…io provo una cosa difficilissima e quindi IMMAGINATEVI VOI CHE AVETE APPENA FATTO UN PAIO DI ERRORI DA MARTELLARSI LE BALLE PROVARE A FARE UNA COSA DIFFICILISSIMA. Sì, adoro il basket, mi insegna a fregarmene dell’errore e, sapete, io ero uno che a scuola si sentiva onnipotente, lo ammetto, studiavo poco e mi mettevo sotto solo quando serviva per prendere il massimo, e quindi mi ero costruito una consapevolezza del tutto errata, e cioè che nella vita basta volerlo e le cose le fai, niente di più FALSO, quando la vita comincia a farsi sentire veramente, e dipende da dove vivi e come vivi che senti la sua voce (ad Aleppo, per dire, la voce gutturale della vita la ascolti appena nasci…e capisci subito che sei solo un pollo d’allevamento, è questione di giorni od ore e puff…mangiato) e dicevo vedo queste partite e mi dico, ‘sti ca…, questo qui non ha paura di niente, se ne frega di avere sbagliato, se ne frega di avere in mano un pallone che vale un miliardo di dollari e non ho scritto male, io provo una cosa difficilissima e…ecco, imparo da questi atleti, nessuno mi ha insegnato nelle varie scuole che anche se si sbaglia si è del tutto in grado di essere TOP, a scuola e nella vita ti guardano storto e ti prendono pure in giro se sbagli ma pensateci un pò, tutti quelli che vi prendono per il culo per aver sbagliato NON HANNO MAI FATTO NULLA DI BUONO NELLA VITA, io almeno ho notato questo, i grandi devono aver visto almeno una partita di basket di alto livello nella vita e hanno quindi imparato a guardare, sempre e comunque, all’obiettivo finale.