«Prendili tutti». «Ma come li portiamo a casa?». «Non li portiamo, li mettiamo in una buca». «E se li trovano?». Il fratellino piegò verso il basso l’angolo acuto degli occhi. È capace di piangere in un attimo, pensò. «Stai tranquillo, la copriamo ben bene. E poi qua non ci viene nessuno fino a giugno». L’altro si tranquillizzò. La spiaggia era disseminata di sassi il cui colore spiegava tutte le tonalità di rosso del creato. Striature, forme, punti e tracce. Una tavolozza senza fine. Drazen non capiva e non sapeva perché lo stesse facendo, ma andava avanti, come un salmone non conosce la verità che lo sospinge ma per intima pulsione insegue il destino senza troppe domande. Lavorarono per mesi. Per lui era un lavoro, davvero, per il fratellino un gioco. Anche se gli faceva male la schiena. Avevano trovato una buca perfetta, al di là della fine della spiaggia di sassi. Forse un tempo un ruscello era morto così, in un ultimo affanno, sotterrando le ultime velleità, e cercando il mare più sotto, dove non si era dato a vedere. O forse la buca l’aveva costruita lui stesso, Drazen, a forza di quel sogno ricorrente. Sassi, sassi, coi loro disegni. Sassi su sassi. E quel sogno in cui Dio gli parlava attraverso infiniti disegni. Gli spiegava il perché del fratellino col braccino monco, come mai il padre era così cupo ogni sera, il padre che tornava tardi e spesso tormentava la mamma – si rifiutava di dire picchiare – . I sassi mi diranno tutto. Drazen aveva 13 anni quando Patrick divenne il suo primo e più grande amico. Non si capivano, non si capirono mai, davvero. Altre lingue, lui veniva da lontano, la prima volta proprio a giugno, e la gelosia di un segreto, che è la molla di ogni odio, quando scoprì la buca Drazen ebbe l’impulso di ucciderlo. Lo aveva trovato lì, silenzioso, davanti all’enorme ammasso di sassi, illuminati da un’alba violacea. Poi si erano scambiati le cose, incubi e sogni, pensieri e illuminazioni. Non c’era molto da fare, nell’isola, a giugno, prima che arrivassero i barconi dei turisti, e quelli invadevano il porticciolo soltanto da metà luglio in poi, quando l’isola cominciava a scoppiare dal caldo, forse portato anche dal sudore di tutta quella gente. In qualche modo, crebbero insieme. Patrick con la sua scuola di computer, che Drazen neppure sapeva cosa fossero, e Drazen perfezionando il suo sogno ossessivo, che piano piano si trasformò in una complessa teoria. L’idea che nella natura ogni disegno volesse dire qualcosa, ma che tutto fosse immutabile tranne quello plasmato nella pietra.
Avevano 18 anni ed erano molto diversi quando Patrick si presentò una mattina di giugno con un oggetto nero e pieno di bottoni e rotelle. «È una macchina fotografica con una camera oscura incorporata» disse. «Metti dentro l’oggetto, e lei lo fotografa da più angolazioni». Impiegò un’ora a spiegare all’amico il concetto, e altrettanto per dirgli che con quella e un computer si poteva fare qualcosa per dipanare i suoi dubbi. «Quali dubbi?» domandò Drazen. «Su chi guida nel mondo» rispose sorridendo Patrick. Fotografarono tutti i sassi, ma proprio tutti. Ci misero quasi una settimana. Avevano tempo, d’altronde. Ancora a giugno in quell’isola non c’era nulla da fare se non guardare il mare, scottarsi al sole, e aspettare che la sera facesse quello che doveva fare, abbassare le luci e il termostato di quel piccolo torrido mondo dimenticato. «E adesso, puoi farlo anche qui?». «Certo» disse Patrick, allegro. «Sono qui per questo, no?». Diede in pasto al computer migliaia e migliaia di foto, poi diede il via a un programma che cominciò a sezionarle, analizzarle, sviscerarle. Ogni foto tranciata, ruotata, e poi regredita alle sue fondamenta. «E adesso?» chiese Drazen, impaziente. «Ehi, hai aspettato anni, puoi attendere ancora un po’, no? Adesso con questo programma si cercano le correlazioni». «E che cosa sono?». «Somiglianze». «Ma sono tutte forme diverse. Anche nei colori». «Questo è quello che vediamo noi. Che ci vogliono far vedere. Ma vedi queste forme? Sono delle curve. Non curve semplici. Sono risultati di studi di funzione. Questo programma è capace di trovare le funzioni da cui provengono, e poi di confrontarle. Così da scoprirne similitudini, comunanze». Decisamente, l’amico era cambiato, in quegli anni. Soprattutto dall’anno prima. «Non ho capito molto, sai?». «Non ti preoccupare, è normale. Sono cose tecniche. Difficili, ma stupide. Sei tu che hai avuto l’intuizione giusta». «Intuizione?». «Sì. Ora aspettiamo. È l’ultimo modello, ma ci vorranno giorni. La memoria dinamica è satura». «Memoria dinamica?». «Sì, non ti preoccupare. Tu sogna, sogna». Due settimane dopo Drazen aveva davanti delle stampe. Patrick aveva perfino portato una stampante a colori, dietro al sogno dell’amico. Chissà perché l’aveva fatto, poi. Capita che si abbia una pulsione nel cuore, no? Una forza. Una cosa da salmoni, diciamo. Fatto sta che Drazen aveva davanti ora disegni di foglie, scheletri, arti, particolari anatomici. L’unghia di un rapace e quella di una tigre, il becco di un picchio e la trama sottile del calco di un ago di pino. Decine e decine di forme naturali note e decisive. Le cose che avevano portato avanti le cose. Patrick raggelò, alle prime stampe. Erano quasi mille, quando la stampante cessò di avere i colori. «È finito il toner» disse all’amico. Drazen non domandò neppure cosa fosse. Davanti, aveva altri sogni da fare. «E adesso?». «Ci devo pensare un po’ su» gli rispose. «Già. C’è da pensare parecchio, mi sa». «Tu cosa ne pensi?». «Non credo ci sia da pensare. Comunque, non da parte mia». Quell’estate i barconi furono più del dovuto e del solito. Ormai l’isola era diventata una meta famosa e diffusa. Un anno dopo, avviarono la costruzione di un villaggio turistico, squadrato e neppure così brutto alla vista. Riempirono la buca con del cemento, comparvero giardinetti curati e dal verde soffuso, e la prima cosa che Drazen notò, a costruzione conclusa, fu che ogni tipo di rosso, dal porpora al diafano arancione, era stato annullato. Poi la vita se ne va dove deve andare, indipendentemente da quello che la gente si dice. Fu Patrick, un giorno, a denunciare la scomparsa del vecchio amico. Erano trascorsi degli anni, sempre più vuoti, anche di loro due. La lontananza si era allargata come un compasso a cui qualcuno aveva comandato la rotellina centrale. Ma un compasso ha sempre un centro, in fondo. Forse per questo Patrick trovò il tempo di avere dei dubbi, quando l’amico non rispose più, un mese di giugno. In un singulto nostalgico, gli aveva telefonato dalle Antille Olandesi, vacanza dorata come un pane appena sfornato. «Non c’è, se ne è andato» gli risposero. Drazen gli aveva detto, l’anno delle foto: «Ma sarà solo una cosa di qui, o tutti i sassi del mondo hanno dentro queste cose?». Non aveva saputo rispondergli. E l’amico slavo aveva aggiunto, serio: «Sai, di notte, i miei sogni, non sono poi così belli. È come essere in un sudario. Dormo male. Certe volte molto male». Soltanto adesso Patrick si fece la domanda se fossero convulsioni, quel dormire male del vecchio amico.
«Veramente, ci sarebbe quel Pinna…». Silenzio. Forse il primo istante, di silenzio. Perché si urlava da ore, se lo ricorda bene, chi c’era. Avevano iniziato presto paventando una cosa lunga, ma era oramai notte fonda, e di vie d’uscita, niente. La notte, poi, lì, non era proprio una di quelle notti a cui si è abituati. Il nero era nero davvero, quando mancava la luna ed era un po’ nuvolo. Cosa che era normale, d’inverno. Intanto nel paese era un dramma, di quelli veri, da telegiornale, anche se da quelle parti la tv non prendeva, e invero non prendeva nulla di nulla. Come essere in castigo nel mondo. Erano isolati da tre giorni, e quello poi si accettava, si era isolati per natura e tradizione, a Pepato. Lo diceva la storia, meglio, la leggenda, visto che il mitico Pepato, fondatore, pare nel ‘300, del villaggio, altro non era che un fuori uscito, in tutti i sensi. Non erano bastati secoli, a farci diventare uguali agli altri, e morire se lo si auspica, di uniformarci. Eravamo orgogliosi, o testardi, diciamo anche presuntuosi, insomma felici di essere a modo nostro, veramente diversi non so, eravamo una comunità, questo sì. Cattiva, anche. Perché gli stranieri non ci piacevano, eravamo razzisti nell’anima, anche verso i turisti che ci guardavano dall’alto in basso, e poi se ne andavano via contenti dell’olio, del formaggio, che poi glielo vendevamo sempre del peggiore, si capisce. Solo che senza strada, franata il venerdì, si era davvero fuori, in tutti i sensi. E la frana si era portata via anche l’acqua, e al lunedì era scoppiato tutto, una bomba, tutti contro tutti, la frana aveva trascinato quella minima patina di gentilezza che avevamo pennellato a fatica, così che ci si odiava, per niente e tutto, mancava l’acqua e allora rancori e dispetti non erano più dilavati via, tremila anime che si accusavano di tutto. E poi c’era la questione territorio, si capisce. Nel senso che Pepato era un ecosistema delicato, mille anni prima, intendo, e noi l’avevamo inteso come nostro, senza rispetto. Case grosse nel piccolo, palizzate e terrapieni sradicando alberi e pendii, e le macchine, almeno dieci, dieci, capite? Nostre. Ma molte di più quelle che venivano da fuori, che per Pepato era come un’invasione, barbara, per di più. Le macchine avevano, giorno dopo giorno, divorato la terra che Pepato aveva incontrato come grazia ricevuta quel tempo infinito addietro, e l’avevano fatto con stile. Perché non ci si accorge, di quello che fagocitano quotidianamente. Ti cambiano le pendenze, le curve, gli argini, tutto, impercettibilmente, come una mola che ti gratti via uno spigolo in cento settimane invece che con un taglio e via. E il risultato era che la terra, alla fine, si era ribellata con un amen, la grande frana. Pinna. «Il pastore?!?». «È l’unico che lo conosce, il nostro territorio». Era una frase carogna, quella, l’unico forestiero accettato perché non s’era potuto farlo fuori legalmente proposto come soluzione al dramma. Era troppo, ma il granellino di dubbio si era insinuato subito, fastidioso. A notte fonda, dicono che i sogni portino folate di realtà, e lì eravamo svegli, assonnati ma svegli, così che si capì il senso al volo, del Pinna. Pinna era arrivato a Pepato due anni prima, e in un lampo aveva capito come fare il formaggio, coltivare le vigne, vezzeggiare gli uliveti, cose che non sapevamo fare più. Cose che ci frenarono nel mandarlo via, così che lo si detestava, ma faceva comodo, quel pastore lì. Che scompariva per giornate, e tornava sempre, e realmente non si allontanava mai, solo che lui sapeva veramente tutto, di Pepato, dove arrivava e dove si librava, noi invece, senza macchine o al massimo due passi in piazza, si era diventati schiavi del contorno comunale. Si diceva che Pinna si era impossessato della stazione, la casa colonica, quella dietro la montagna, per questo aveva acqua per fare quello che faceva. La mattina, presto, rintracciarono Pinna, e lo portarono in assemblea. Cioè in piazza, tra la fontana e l’osteria. «Pinna, ci serve una strada, un tracciato, un modo per far passare un furgone, una cisterna, per uscire dalla valle». Silenzio. «Il perito dice che non si può fare, che le pareti sono troppo ripide». Silenzio. «L’ingegnere calcola da venerdì, ma chissà che cosa». «Dice che il terreno non va bene, dice». «L’architetto propone l’elicottero, ma a noi serve una strada». Silenzio. «Piccola, sterrata, anche, ma una strada». Pinna alzò appena un sopraciglio, l’altro non si degnò di farlo, c’era da pensare poco, alla risposta. Che venne fuori secca, senza frange. «Vera?». «Come vera?». «Non come quella di prima». «Cosa c’era che non andava, nella strada di prima?». «Era sbagliata». «Sbagliata?». «Illogica». Illogica proprio non se l’aspettavano, come parola, dal Pinna. Perfino quel diavolo dell’oste lo diede a vedere. «Spiegati» disse l’oste, asciutto. «Non c’era una curva giusta, e aveva tagliato la montagna, per questo è venuta giù». Per essere un pastore, parlava mica male, il Pinna. Si mormorava leggesse molto, nelle sue giornate al sole o all’umido, che fosse l’unico lettore dei libri dell’osteria, quelli sopra le mensole. Pare che solo lui e l’oste li leggessero. Sembrava vero, da quel piglio lì… «Va bene, Pinna, può darsi. Senti, non siamo qui a processare una strada che non c’è più. Cosa consigli?». Silenzio. Il Pinna ruotò la testa come seguendo un’orbita. «Dove mandare la ruspa?» chiese uno. L’oste lo fulminò con lo sguardo. Ma intervenne un altro: «Per aprirci un varco» disse quello. «Fate seguire il mulo». Silenzio. Più che altro, non s’era capito bene, si pensò. «Come dici, Pinna?». «Il mulo, fate seguire il mulo dalla ruspa, e dagli operai. In due giorni, avrete la strada, l’unica, ma per sempre». «Cosa c’entra il mulo?». «Il mulo non sbaglia mai, va lento, ma senza fatica, e passa dove è sicuro, e non smotta mai. Calcola, a modo suo, ma calcola, fiuta il territorio, lo odora, e lo accarezza. E lo ascolta, anche. Se c’è un vuoto sotto, lo evita, se la pendenza è inversa, ci gira in basso. Sono cose che sapevate anche voi, una volta». Così seguimmo davvero il mulo, e Pepato fu liberata. Nel senso che fuggirono tutti, l’anno dopo. Era troppo, farci insegnare da un mulo, e rimproverare da un pastore, forestiero. E la strada è venuta fuori così. Se non hai un macchina che sale come un mulo, non ci entri, in Pepato. Pepato ora non c’è più, case abbandonate, niente macchine, e alberi che crescono. Dicono sia tornato il lupo, l’orso, che il territorio si sia riappropriato di se stesso. Noi abbiamo perso il nostro, cioè l’anima, perché quando si deve seguire un mulo per scappare da se stessi vuol dire che anche l’anima se n’è andata via. O magari è rimasta, ma spiumata. Lo si capisce quando la gente ti legge e non gliene frega niente di vuoto e dolore, ma solo delle apparenze. Muore la coerenza quando vedi solo il fine.
Tuomas Holopainen, intanto, era un bambino. Davanti a lui, ogni mattina, si stendeva una monotona distesa di verde, con deboli spazi e riflessi uniformi. «Tuomas diventerà qualcuno, sai?». «Qualcuno come?». «Come nessuno. Hai visto, anche ieri ne ha letto un altro». «Credi che i libri lo renderanno diverso da noi?». «Io penso di sì». Diede un bacio alla fronte della donna e uscì, nello stesso istante di ogni mattina. L’abitudine un rito. Quando finiva la scuola, in estate, Tuomas raggiungeva il padre nel bosco finto, e approfittava della luce perenne. Guardava il padre e gli altri adulti ora frenetici ora lenti e misurati, tagliare, abbattere, accumulare. Gli alberi, una risorsa. Così aveva letto. «Papà, io leggo sulla carta che produci, sai?». «Sì» gli aveva risposto il padre, «il mondo è così. Ognuno deve fare qualcosa per gli altri. E noi tagliamo gli alberi affinché si insegni». «Si insegni a chi?». «Beh, a tutti. Ai bambini. Ma anche agli adulti. Ogni libro è una lezione, no?». Già a quell’età, ai bambini si insegnava il lavoro. Il taglio, l’ordinare, il produrre. «Non gli fai fare qualcosa, a Tuomas?». «Sta osservando». «Osservando? Ah» gli rispondevano. «Lui sa capire le cose. Le guarda diversamente» aggiunse il padre. Da quelle parti certi giorni erano smilzi, senza grasso alcuno. Si poteva pensare, anche perché non c’era molto da fare. A scuola Tuomas era così bravo da potersi permettere di fissare le maestre con i pensieri molto più in là di muri, cortili, penisole. Pensieri spesso intrecciati, ma alla fine, sempre e comunque, depositati come limo su un fondo costituito da alberi. Alberi. Quelli fuori di casa, quelli tagliati e accatastati come giganteschi bastoncini di pesce, quelli che venivano su con velocità rigorosa e prevista. Soltanto ai margini di quel piccolo e piatto mondo gli alberi erano cresciuti senza troppe pressioni. Aveva dieci anni quando osservò che gli alberi più bassi erano come più forti. A volte morivano, è vero, ma per mancanza di luce, non per malattie interiori. Quelle che attaccavano, invece, le conifere più alte e maestose. Tuomas non diceva mai nulla agli altri e parlava poco anche con se stesso, e allora non si disse che aveva notato come gli alberi altissimi erano pieni di insetti, mentre altri più bassi avevano la corteccia pulita e deserta di attacchi. Non si disse neppure, qualche mese più in là, che degli alberi rimanevano bassi senza apparente motivo, così, magari lontani da vicini più pronti nel crescere. Rimanevano chini quasi fosse un’intima scelta. Seduto, osservava, e con gli anni continuò meramente a guardare le cose, le stesse cose che guardavano gli altri. Su cui lavoravano gli altri. Si potrebbe dire, un’occhiata incessante. Anni dopo formulò una teoria, e cioè che le piante avevano degli ormoni che rispondevano a degli speciali sensori che le foglie avevano disseminato in ordine sparso. Questi ormoni spingevano la crescita, mentre altri erano dedicati a schierare difese chimiche indigeste ai nemici. Era una questione di energia, come, qualcuno dice, lo è tutto il divenire o il regredire del mondo, e perfino cose nostre come baciarsi, piangere o sentirsi assalito dall’onda lunga della tristezza. Per gli alberi, i cui sentimenti sono ancora di là da sondare, la questione energia era, aveva pensato Tuomas dopo anni e anni di guardare, guardare, e ancora guardare, un duopolio di scelte. Impiegarla nel difendersi dagli insetti, o nel crescere per tendere alla luce più svelti. Forse la pianta decide come meglio far fruttare la propria energia, si disse. Perché, cresciuto, ora si ripeteva spesso le cose. Ad alta voce, per giunta. Lo disse prima a se stesso, e poi lo scrisse, in un articolo poco diffuso. Quando scomparve, senza un preciso perché, pochi colleghi si allarmarono e la stessa denuncia fu fatta per dovere e poco convinta. Passò di mano in mano e di computer in computer, fino ad arrivare sotto gli occhi di Rudy. Lavorare. Che nobilita l’uomo, lo sappiamo, e quando ce ne dimentichiamo non mancano personalità al di sopra di ogni sospetto che ce lo ricordano con panegirici intensi e copiosi. Quale lavoro? Qualcosa che la facesse scavare negli sguardi. Puntare gli occhi in quelli di un altro, dargli prima fiducia e poi allarmarlo, fino a sentirne l’odore acre della paura. Si fece assumere in una multinazionale, ufficio del Personale. Avrebbe selezionato la gente. Iniziò così. «Quindi lei cerca…». «Responsabilità, mi piace gestire le persone». «Il potere, quindi». «Beh, controllare le risorse, potere è una parola forte». «Supervisionare…». «Sì, ecco…». «Condurre, gestire». «Appunto». «Per il suo successo». «Beh, per quello dell’azienda, anche». «L’azienda. Cos’è per lei? La definisca». «Una famiglia». «Una grande famiglia». «Sì, grande». «Interessante. Anche in una piccola azienda vede una grande famiglia?». «Beh, sì, non è il numero che conta». «E cosa?». «La dimensione… cioè, l’attaccamento delle persone. Io vivo per l’azienda, se l’azienda mi dà responsabilità». «Qualunque cosa faccia?». «Mah… sì, direi di sì. Il contenuto è secondario. Successi e sconfitte. Voglio dire, ciò che conta sono queste cose qui». «Capisco. E la carriera?». «Beh, è importante, certo». «Scalare la gerarchia aziendale». «Sì, certo, nell’azienda». «Come scalare di ruolo in una famiglia». «Sì… sì… crescere nella famiglia». «Ma se questo volesse dire far fuori qualcuno? Metaforicamente, dico». «Nel senso di spodestare?». «Sì. Supponga di essere nella famiglia, e di voler diventare padre. Capofamiglia». «Succede anche in natura, non ci vedrei niente di male». «Come quando un leone diventa vecchio e i giovani lo cacciano o lo sbranano per prendergli il posto». «Beh… sì, è un’immagine forte. Ma direi di sì». «E se succedesse a lei?». «A me?». «Sì. Non penserà mica di non invecchiare mai, nel branco. Volevo dire nella famiglia». «Lo accetterei, penso». «Pensa». «Sì… penso di sì. Magari soffrendone. Soffrendone un po’». «Una ruota». … … «Come dice, scusi?». «Una ruota. Prima lei fa fuori gli altri, e poi un bel giorno arrivano i giovani a far fuori lei». «Beh… un po’ crudo, però penso sia così». «E la libertà?». «Scusi?». «La libertà. La sua. La sua autonomia. Possibilità di fare, capisce? Mi spiego?». «Beh, sì… mah… non penso mi mancherebbe». «Lei dice?». «Direi di sì». «Lo sa che un capo-branco non può fare ciò che vuole? Se lei si assume delle responsabilità, le rimane ben poco tempo libero. Ben poca libertà». «Mah… ma la mia libertà è nel condurre gli altri verso il successo». «Lei dice». «Sì, dico di sì». «E se l’azienda dovesse chiederle di spostarsi di 1000 km, di abbandonare le sue radici? Tutto?». «Per motivi di lavoro?». «E di cosa stiamo parlando?». «Sì… volevo dire, per motivi di logistica». «Di logistica… o per motivi di cui non le è dato di sapere». «Capisco». «Non so se capisce fino in fondo». «Prego?». «Le sto dicendo che da una mattina alla sera le chiedono di muoversi». «Sì, l’ho capito». «E quindi anche di lasciare responsabilità in cui si sentiva sicuro. Le dicono che è una nuova sfida». «Nuove responsabilità?». «No. Lei para sempre lì. Invece l’azienda, per compensarla di certi successi, le propone di gestire da solo un progetto». «Da solo». «Da solo. Responsabilità di se stesso». «La vedrei… non è una retrocessione?». «Me lo dica lei». «Prego?». «Me lo dica lei. Siamo qui per questo». «Sì. Mi scusi». «Non deve scusarsi. Solo rispondere alle mie domande». «Sì. Mi scusi. Cioè, volevo dire, non è facile». «Cosa?». «Lei mi fa domande difficili». «Non mi pare. Le illustro situazioni». «Sì». «Per esempio, qual è il suo stile di vita?». «Prego?». «Stile di vita. Quello che contraddistingue la sua vita privata. Sport, letture, hobby. Pratica qualche sport?». «Qualcosa. Un tempo giocavo a pallavolo». «E ha smesso». «Sì. Sa, l’università». «No, non so. Mi racconti». «Beh, non riuscivo a gestire gli studi». «Le piace la parola gestire». «Sì… la uso un po’ spesso. Mi scusi». «Le ho detto di non scusarsi. Comunque mi sta dicendo che non riusciva a giocare a pallavolo e a studiare». «Sì, gli allenamenti…». «Non bastava organizzarsi un po’?». «Beh… forse ero giovane. Sono stato precipitoso». «Non si sente più giovane?». «Mah, non ho più 20 anni». «Pericolosa, come affermazione». «Prego?». «Dico, se non è più giovane, quelli veramente giovani inizieranno già a spodestarla dal suo ruolo». «Ah… beh, ma nell’azienda conta anche l’esperienza». «Dice?». «Beh, sì. L’esperienza è fondamentale. Si impara a riflettere, a…». «Einstein scoprì la teoria della relatività senza bisogno di alcuna esperienza». … «E non fu il solo a non aver bisogno di quella che lei chiama Esperienza, con la E maiuscola. L’esperienza serve ai medi, cioè ai mediocri. Che hanno bisogno di tempo per imparare ciò che i geni assimilano in secondi. I mediocri sono lenti, e accusano i veloci di non conoscere la pazienza, la contemplazione… tutte palle, sa? I veloci contemplano tanto quanto i mediocri, solo che lo fanno in breve. In sintesi. Perché guardano e integrano. Capiscono. Digeriscono. E accumulano. E costruiscono. In secondi. Quella che lei chiama Esperienza è la scusa dei mediocri, che affossano i geni, specie se giovani, perché invidiosi e terrorizzati di perdere il proprio scettro. Conquistato con anni di lentissima tessitura. Sa quanti anni ho?». «…No… no… insomma… non si chiede a una donna, no?». Cercò di ridere, poi sorrise. Ma ebbe il tempo di un attimo. Come un flash di una macchina fotografica, fu attraversato dal velocissimo pensiero di voler essere lontano da lì. «Non me l’ha chiesto. Glielo sto dicendo io». «Sì». «Ne ho diciannove. Dieci meno di lei». «Sì… com… complimenti». «Grazie. Però eravamo rimasti allo stile di vita. E al suo ruolo nell’azienda. Traballante, direi, perché una come me potrebbe già cercare di farle le scarpe». «Sì, signora». «Signora? Ho diciannove anni. Presto per essere una signora». «Sì. Mi scusi… non volevo offenderla». «Non mi ha offeso. Solo che la vedo confuso». «Sì… effettivamente… effettivamente mi aspettavo un colloquio diverso». «Non è tranquillo?» «Mah… non è questo…». «Cos’è, allora?». «Lei è molto… d’attacco…». «Dice». «Beh, sì… io…». «Sa, posso dirle una confidenza?». «Certo». «La vedo confuso sui suoi valori». «Dice?». «Già». «Mah, è che…». «È tremendamente confuso, lei». «Sì… è che…». «Dovrebbe essere più pratico. Più sicuro di certe sue stesse ammissioni». «Sì». «Non si offenda. Si è offeso?». «No… ». «Bene. Può andare, mi farò sentire, nel caso». «Sì». «Le auguro buona fortuna». «Sì». «Giornata bastarda, oggi, eh?». «Prego?». «Dicevo per il tempo. Un vento che ti entra dentro». «Sì. Ha ragione». «Già. Anche se vento ce n’è pochino. Arrivederci». «Una volta si presentò un tipo sul riflessivo, con la pelle del viso come una buccia di agrume, corrugata dall’osservare, sempre e comunque. Aveva modi tranquilli, si sedette con calma, esordì con flemma, proseguì con parole misurate. Ogni gesto una prolunga». Era molto sicuro della sua velocità, del modo giusto di correre, così Genius gli fece una domanda, interrompendolo. Si vide che non l’aveva presa bene, l’interruzione, lo si notò da un grumo di espressione raccolto sul sopra ciglia destro, e Genius intravide la possibilità di divertirsi. «Lei è mai stato in montagna?». «Sì, certo. Ci vado spesso. Anche a scalare». «Ah, è un alpinista?». «Sì, potrei definirmi così. È la mia passione, ci vado ogni week end». «E dove va? Mi racconti. Anche a me piace la montagna». «Oh, ci ritroviamo, in due o tre. Sa cos’è una cordata?». «Certo» rispose Genius. «Me ne intendo, un po’. Ho letto alcuni libri». Voleva farlo parlare. «Davvero? Per me è stupendo, andare in montagna. Permette di riflettere sulla vita, di muoversi con calma, nel silenzio della natura. Percepire gli odori, osservare senza stress i colori, le forme. La montagna è così diversa dal mondo che ci siamo costruiti. In montagna trovo me stesso, e riesco a farlo con i miei amici. E lo si può fare lentamente, gustando fino in fondo quello che tocchiamo o sfioriamo». «È un poeta, lei». «Ma no. O chissà… siamo tutti un po’ poeti, in montagna. Andando piano, ci si perde in se stessi, e si scopre la poesia. Sì» aggiunse con un sorriso largo e diffuso, «forse siamo tutti poeti, in montagna». «Forse ha ragione. E, mi dica, è mai stato, che so, sul Bianco? O in Patagonia?». Quasi rise sguaiato, nel rispondere. «Oh, no» le disse, «non sono a quei livelli. Vado più che altro qui vicino». «Ah… no, le chiedevo questo perché sono stata sul Bianco, con una guida alpina. Su una via, sembra, abbastanza famosa. Forse la conosce… Divine Providence… le dice qualcosa, il nome?». Lui piegò il collo sulla sinistra, e rispose battendo due volte il sopra e sotto degli occhi. «È una via famosa» disse. «È molto difficile…». «Ah, mi pareva… sì, mi sembrò difficile, in effetti. Più che altro, non facile. Il nome, poi, lo trovai azzeccato» proseguì Maddalena. «Sa perché? A un certo punto il cielo cambiò completamente, minacciò tempesta, di quelle da telegiornale, insomma, quando dicono che ci sono alpinisti dispersi sul Bianco». Fece una pausa, non piccola. Proseguì. «La guida a cui ero legata mi urlò due o tre cose sulle manovre, e cambiammo il passo, completamente. Incredibile quanto fummo veloci, da lì in poi. Dei razzi. Sa, un conto è essere lenti sulle cose facili, un altro andare veloci sul difficile. Mi capisce?». «Sì… sì, dipende dalle circostanze, certo». «Non solo, non solo. Dipende anche da se stessi. Da come ti sai muovere. Dalla bravura. Vede, se uno è bravo in una cosa, è per sua natura veloce nel farla. Per gli altri, intendo. Lui, in sé e per se stesso, si muove e agisce e pensa normalmente, potremmo dire lentamente, però per gli altri è veloce, un razzo, appunto. E sa cosa suscita, di solito? Lo sa?». «Mmm… beh, ammirazione, direi». «No, ammirazione lo dice qui, davanti a me. Ma nella realtà desta invidia, gelosia. Non si sa gustare le cose, si dice. Guarda come cammina, guarda come scala, guarda come legge… chissà come capisce e come si gusta le cose, quello lì. Di sicuro non sa neanche quello che sta facendo, dicono. Conosce un po’ Mozart?». «Mozart… il musicista? Beh… sì, certo…». «Sa che a 6 anni aveva già composto un mucchio di roba? Complessa, cose che gli altri avrebbero composto in anni, e non con quella profondità. Lui l’aveva fatto VELOCEoceMENTE. Il suo pensiero correva. Agile. Si destreggiava dove gli altri compositori inciampavano, o si arrestavano. Lui saltava. Come quel matematico, l’indiano Ramadayan. Mai sentito?». Maddalena detta Mad e un giorno da Rudy chiamata Genius incalzava, e l’altro stava faticando. Come appoggiandosi a un bastone fra ogni volta che doveva rispondere. «No… no, non mi intendo di…». «È stato uno dei più grandi matematici di tutti i tempi, sa? Non aveva ancora venti anni e aveva già scritto alcuni dei più grandi teoremi della storia della matematica. Volava sui numeri, letteralmente. Le operazioni più complesse scomposte a mattoni come solo un moderno computer sa fare. Beh, su quella via di montagna cominciammo ad andare così. Veloci. Anzi, in realtà semplicemente scalavamo al nostro livello, o meglio io al livello della guida, ed era un modo di procedere veloce, lesto. Giusto, per dove eravamo. E poi, lei citava il silenzio… a un certo punto scoppiarono i tuoni, da qualche parte. Letteralmente. Delle bombe. Altro che silenzio della natura. La natura ha il suo spartito, e mica è così silenzioso, sa? Anzi, un tuono in montagna fa molto più rumore che cento tubi di scappamento in città. La natura segue le leggi del caos, nell’ordine e nei suoni, e il caos si fa sentire a volume altissimo. D’altronde, sa, i più grandi musicisti della storia della musica classica sono diventati sordi. La musica va sentita a volume alto, non si deve sussurrare, quello va bene in chiesa, dove non si deve alzare la voce. Se non nei canti, verso Dio, e allora anche lì si alza la voce. E provi ad ascoltare i capolavori del rock, li deve ascoltare a volume alto, per comprenderli nella loro massima potenza espressiva. Ma torniamo a quella volta in montagna» continuò Genius, «sa cosa pensai, quella volta? No, non lo sa… glielo spiego, pensai che nella mediocrità ci si può affidare alla tenacia e alla sofferenza, alla lentezza e all’osservazione fine a se stessa, ma se ci si vuole innalzare verso qualcosa, allora bisogna essere veloci… bisogna essere veloci per rincorrere le nuvole, disse un famoso alpinista, sa? E poi quella guida, che era un fuoriclasse, un alpinista famoso, mi disse che in Patagonia, dove era stato più volte, i venti soffiano sempre a oltre 140 orari, un frastuono che neanche una somma di catapulte amplificate, e la velocità è tutto, bisogna essere svelti nelle minime cose, e così ad alta quota, sopra i 5000 metri, su tutte le vette, si avanza lenti per carenza di ossigeno, ma comunque ci si deve affrettare, perché ogni minuto in più è un’esposizione al pericolo. Mi capisce?». L’uomo era ormai scomposto, sulla sedia. Tracimava insicurezza. «Sì, un po’» rispose. «Un po’… certo, capisco. Riesce a capire solo un po’. Si vede che la velocità non è proprio il suo forte. Lei ama vivere lentamente, la vita le appare fin troppo veloce e allora se ne va in montagna, lontano dal logorio della vita moderna, come diceva una pubblicità. Ma cosa va a fare in montagna? Cose così, passeggiate. Piccole escursioni, dove può andare a piacer suo. E il piacer suo è fermo. Non si muove». «Non vado solo a camminare, noi facciamo le vie» protestò l’uomo. «Vie di montagna, anche lunghe». «Oh, certo, le SUE vie. Quelle che riesce a fare. Vie così… da corso di montagna, diciamo. Immagini un genio, un fuoriclasse, su quella che lei chiama via. Un sentiero per una corsetta, la chiamerà. Tutto è proporzionale al genio che uno si ritrova, sa? Ma questo, in sé, non è mica un problema. Non è un problema non essere veloci quanto una guida, essere lenti rispetto a lei, e non è un problema fare i conti lentamente, e cose così. Sa qual è, il vero problema? Anzi, ce ne sono due. Sa quali sono? Mi dica». L’uomo deglutì, poi per la tredicesima volta piegò la testa verso destra, per la ventiquattresima volta contrasse il muscolo facciale sinistro, poi irrigidì il muscolo trapezio della spalla sinistra, assumendo quindi una posizione deforme, un pupazzo scardinato nel progetto di mantenere una posizione eretta e definitiva, in questo disattendendo il grande progetto dell’umanità di camminare a posizione eretta e di sedersi senza afflosciarsi in una molle depressione addominale, delegittimando la volontà della schiena di porsi regale, e quella donna, lì davanti, gli apparve austera e regina, superiore, VELOCE nel pensiero, nei riflessi, in tutto. Tentò una risposta, ma fu lento nel comporla, nell’esaminare le alternative, e infine nel costruirla. Come avere davanti cento pezzi di cose, e costruirci qualcosa, di sapiente, di sensato, e non farcela, mentre davanti un altro, un’altra, riusciva intanto a farci una casa, e poi disfarla e farci una barca, e poi ancora altro, e altro ancora. «Non si sforzi, glielo dico io». «Sì… sì». «Si calmi». «Sì». «Il primo problema, il primo per l’uomo e la società tutta, è che arroganza e stupido orgoglio fanno sì che l’invidia travalichi l’ammirazione e il giusto consenso, ed eventualmente l’apprendimento, così che il genio venga criticato, deriso, messo alla sbarra, perché troppo veloce, troppo avanti nel costruire le cose, superiore esploratore della realtà e di quanto è irreale, necessario a tutti nel presente e nel passato, perché tutti hanno bisogno del genio per progredire e avanzare, ma nessuno lo ammette, e lo si mette alla gogna, salvo poi esaltarlo da morto. Il secondo problema è che per questo lavoro l’azienda esige brillante inventiva e capacità di reagire alla dinamica dei problemi e dei progetti, piuttosto complessi, niente di trascendentale ma comunque superiori alla media, e l’inventiva è propria del veloce a pensare, di colui che reagisce di scatto e nel giusto, riflessivo quando serve ma mai lento, reattivo, diciamo. Mi dispiace, può andare». E lo disse veloce, così rapida che neanche ci fu il tempo di un saluto gentile. Tanto che passò appena un secondo che Genius alzò al testa, e inflessibile disse: «Ho da fare, può andare, glielo devo ripetere lento?». Di quello che accadde nei successivi secondi, è perfino superfluo narrare, perché Genius risolse a mente una combinazione di colori e di forme generando un quadro mentale che nessuno avrebbe mai potuto ammirare, mentre l’uomo se ne uscì con maldestra attenzione, un sospiro nell’aprire la porta, e i muscoli gonfi di acido lattico come dopo una via di montagna difficile, una di quelle che non aveva mai voluto attaccare, troppo difficile, aveva sempre pensato, e così concluse più avanti, sarebbe stato un lavoro troppo difficile, si disse, e lo criticò aspramente, quando ne parlò agli amici la domenica dopo. Nel reticolo nascosto dei suoi pensieri sapeva di non raccontare la verità, ma gli amici gli credettero, e succede sempre così, basta non raccontare la verità quando agisci torbidamente.
Turbato da un grande senso di tristezza per una profonda delusione umana, da fine Giugno mi sono tuffato nella lettura, letteralmente divorando oltre dieci romanzi ritenuti pilastri della letteratura di ogni tempo.
Lauren Groff è stata, più che una scoperta, una rivoluzione, con una scrittura a tratti abbacinante a tratti più lineare e scorrevole, con trame a colpi di scena che sono poi, a ben vedere, assolutamente realistici per quello che siamo noi come genere umano. I segreti personali la fanno da padrone, niente è come appare e ogni protagonista ha più storie da nascondere ma che inevitabilmente lo segnano. Una scrittrice fuoriclasse, assolutamente.
Annie Proulx scrive come Cormac Mc Carthy, ovvero meglio non si può. Centinaia di frasi che non saprei neppure copiare, figuriamoci avvicinare in sintassi e creatività. La raccolta di racconti Distanza ravvicinata ha almeno cinque capolavori, tutti pervasi da una tristezza che ricorda appunto Cormac e il suo pessimismo assoluto. Leggerla è come aprire gli occhi senza filtri sulla brutalità nei rapporti umani di una società civile certamente distante dalla nostra (Wyoming), ma purtroppo fortemente reale e che inevitabilmente porta ad interpretare con occhi diversi tanti fatti di cronaca della società in cui viviamo.
Il lirismo di Annie Proulx porta a una epicità manifesta in gare di rodei, isolamento, ostilità dell’ambiente, solitudine domestica, cambiamenti irreversibili del territorio, con conclusioni rabbiose e, devo dire, di una tristezza che mi ha ricordato Furore e le pagine più pessimiste di Mc Carthy.
Due scrittori, dunque, che entrano nella mia personale Top all time a fianco di Cormac, Wallace, Steinbeck, Bolano
Queste parole sono del Dott. Massimo Barbieri, colui che in seconda liceo, poco dopo essere uscito, portò il disco Blizzard of Ozz.
Mr Crowley, Crazy Train e per me più di tutti Revelation stravolsero le nostre attitudini. Eravamo già evidentemente portati ad essere poco controllabili, ma grazie ad Ozzy qualunque istituzione perse con noi, nei decenni a venire, qualunque speranza di gestirci facilmente. Da Ozzy imparammo tutto ciò che qui è scritto. Ogni mio comportamento, soprattutto quelli che danno fastidio a chi ha interessi di potere, e’ spiegato qui. Il mio approccio con ragazzi e ragazze, e anche cocentissime delusioni arrivate inaspettate dal punto di vista umano, sono spiegate qui e nella scelta da parte di Ozzy di assumere un ragazzo timido e sconosciuto che sarà poi il compositore di uno dei capolavori della musica del ‘900, il brano Diary of a Madman
“ E alla fine siamo rimasti anche senza Ozzy.
Non solo un’icona del rock. Si è spento un simbolo, un punto di riferimento per generazioni intere.
La sua voce, strana ma unica, imperfetta e inconfondibile, ha fatto da colonna sonora a milioni di vite, inclusa la mia.
Ozzy era tutto ciò che non dovrebbe funzionare… eppure funzionava.
Troppo esagerato, troppo sopra le righe, troppo fuori controllo. Ma anche troppo umano per non essere amato.
Il suo corpo ha pagato gli eccessi: alcol, droghe, Parkinson, interventi alla colonna.
Eppure ha continuato a salire sul palco, anche quando la voce tremava e le gambe cedevano.
Anche quando lo davano per finito.
Non ha mai smesso.
Ha mostrato le sue fragilità senza vergogna. Le ha rese forza.
Ha aperto la porta di casa sua al mondo in un reality borderline grottesco, ma profondamente autentico.
Ha amato sua moglie Sharon, i suoi figli, i suoi amici, i suoi fan.
Ha aiutato tanti artisti a emergere, senza mai dimenticare da dove veniva.
Ozzy è stato importantissimo per tanti ragazzi (e ragazze) che si sono sentiti diversi, inadeguati, esclusi.
Perché lui era come loro. Come noi. Come me.
E ce l’ha fatta. A modo suo.
Non ha vinto. Ha resistito. E nel farlo è diventato leggenda.
Sui social oggi tutti dicono la loro. Ma chi lo ha davvero capito – anche solo attraverso una canzone, un live, una frase –
sa che se ne va qualcosa di molto più grande di un artista.
Se ne va un pezzo di adolescenza. Un punto fermo. Un fratello maggiore strano e fortissimo.
A me mancherà profondamente.
Non il cantante, ma l’uomo che mi ha insegnato che puoi essere sbagliato, fragile, pazzo… eppure valido. E degno d’amore.
Ti sentirai soddisfatto di importi a loro; confessalo: ti sei imposto perché ti accettassero come un loro pari: poche volte ti sei sentito più felice, perché da quando hai cominciato a essere quello che sei, da quando hai imparato ad apprezzare il contatto delle buone stoffe, il gusto dei buoni liquori, l’odore dei buoni profumi, tutto ciò che negli ultimi anni è stato il tuo piacere unico e solo; da allora hai mirato lassù, al nord, e da allora sei vissuto con la nostalgia dell’errore geografico che non ti ha permesso di farne parte in tutto e per tutto: ne ammiri l’efficienza, le comodità, l’igiene, il potere, la volontà e ti guardi intorno e ti sembrano intollerabili l’incompetenza, la miseria, la sporcizia, l’abulia, la nudità di questo povero paese che non ha nulla; e ti addolora ancora di più sapere che per quanto ti sforzi non puoi essere come loro: puoi essere solo un calco, qualcosa di approssimativo, perché dopo tutto, di’: la tua visione delle cose, nei tuoi peggiori o migliori momenti, è stata mai così semplicistica come la loro? Mai. Mai hai potuto pensare in bianco o nero, buoni o cattivi, Dio o Diavolo: ammetti che sempre, anche quando pareva il contrario, hai trovato nel nero il germe, il riflesso del suo contrario: perfino la tua crudeltà, quando sei stato crudele, non era soffusa di una certa tenerezza? Sai che ogni estremo contiene il proprio contrario: la crudeltà la tenerezza, la viltà il coraggio, la vita la morte: in qualche modo (quasi inconsciamente, per essere quello che sei, di dove sei e per quello che hai vissuto) sai tutto questo, perciò non potrai mai assomigliare a loro, che non lo sanno. Ti dispiace? Si, non è comodo, è fastidioso, è molto più comodo dire: qui sta il bene e lì sta il male. Il male. Tu non potrai definirlo mai. Forse perché noi, più indifesi, non vogliamo che si perda quella zona intermedia, ambigua, fra luce e ombra: quella zona dove possiamo trovare il perdono. Dove tu lo potrai trovare. Chi non sarà capace, in un solo momento della sua vita (come te) di incarnare nello stesso tempo il bene e il male, di lasciarsi guidare nello stesso tempo da due fili misteriosi, di colore diverso, che provengono dallo stesso gomitolo, affinché poi il filo bianco vada in su e il nero discenda e, ciò nonostante, tutti e due si ritrovino fra le tue dita? Non vorrai pensare a questo. Detesterai il tuo io perché te lo ricorda. Vorresti essere come loro e ora, da vecchio, quasi ci riesci. Quasi, però. Soltanto quasi. Tu stesso eviterai l’oblio: il tuo coraggio sarà fratello gemello della tua viltà, il tuo odio sarà figlio del tuo amore, tutta la tua vita avrà contenuto e promesso la tua morte: non sarai stato né buono né cattivo, né generoso né egoista, né fedele né traditore. Lascerai che gli altri rivelino le tue qualità e i tuoi difetti; però anche tu, come potrai negare che ognuna delle tue affermazioni negherà se stessa, che ognuna delle tue negazioni affermerà se stessa? Nessuno se ne renderà conto, eccetto te forse. La tua vita sarà intessuta con tutti i fili del telaio, come le vite di tutti gli uomini. Non ti mancherà, né ti avanzerà, una sola occasione per fare della tua vita quello che tu vuoi che sia. E se sarà una cosa, e non un’altra, sarà perché, malgrado tutto, dovrai fare una scelta. Le tue scelte non negheranno il resto della tua possibile vita, tutto ciò che ti lascerai alle spalle ogni volta che sceglierai: solamente, te l’assottiglieranno, la renderanno sottile al punto che oggi la tua scelta e il tuo destino saranno una stessa cosa: la medaglia non avrà più due facce: il tuo desiderio sarà identico al tuo destino. Morirai? Non sarà la prima volta. Avrai vissuto tanta di quella vita morta, tanti momenti di pura gesticolazione.
Ride e risponde. Ma no, non mi ha mai pesato la fatica, nessun allenamento può mai avvicinarsi a quello che facevo da bambino.
Quando iniziai con la squadra, come esempi non citavo scalatori, ma portavo Phelps e lui. Phelps per la mentalità da cannibale in ogni allenamento, Pacquaio in più perché decise di fare sport dopo che, non mangiando da giorni, il padre gli uccise il cagnolino per sfamare la famiglia. Aveva 16 anni, lavorava per una ciotola di riso 16 ore al giorno spaccandosi la schiena ma stavano tutti morendo di fame, e allora mentì sull’età e iniziò con combattimenti clandestini. E’ diventato l’unico pugile a diventare campione in 8 categorie diverse di peso (Follia), guadagnando centinaia di milioni di dollari, dando molti milioni di dollari in beneficenza. Il prossimo sabato a 46 anni torna a combattere per un titolo mondiale. Non per soldi, ovvio, è la domanda è’: perché? L’immortalità sportiva l’ha già raggiunta, ha perso il combattimento del secolo contro Mayweather che prima lo evitò’ nel suo Prime assurdo e poi nel 2015 furbamente corse All’indietro per 12 round, ma ha vinto eccome sulla vita.
E allenarsi per un titolo mondiale di boxe (faccio 1000 sit up al giorno più 1000 addominali di altro tipo, molto obliqui. 4 ore di Cardio continuo, un paio d’ore di pesi e poi Sacco e sparring. Ogni giorno, gli chiedono. Certo, risponde gentile e sorridendo) non è come allenarsi per uno sport NORMALE.
Per me Manny Pacquaio è uno dei treni 4 sportivi del millennio, e per storia personale il primo ex aequo con Giannis Antetoukumpo. Un’infanzia come la loro la sopporteremmo piangendo per una settimana (forse), e chi da milionario si spaccherebbe la schiena come loro, ogni giorno? La boxe poi non è solo sfida sportiva, rischi veramente il Parkinson, e Manny lo sa, a 46 anni non è come andare a scalare o anche Thriatlon.
Quindi è incomprensibile la sua scelta e neppure intelligente forse e…ma davvero nella vita non trovi altro da fare?
Però niente, lo adoro. Molti anni fa un amico andò a Favignana, dormi’ in una casa di pescatori e c’era il nonno di 80 anni, magro e muscoloso con i tendini in vista, bruciato da decenni di sole e salsedine. La notte figlio e nipoti uscivano a pescare, e lui…anche
Lo ammetto, quando sento qualche atleta o lavoratore normale dire, Non ho voglia, dentro di me penso che qualche giorno a 16 ore senza mangiare e spaccarsi la schiena pur di rimanere vivo, farebbero bene
In questi anni, precisamente da metà gennaio 2020 ad oggi, ho avuto la fortuna e l’onore di affiancare una persona che, nel pieno della voglia di sfondare nella propria passione, ha avuto un problema fisico che sembrava potesse pregiudicare tutto.
E siccome ormai sapete che il mio cervello ama divagare e correlare e collegare, e per questo David Foster Wallace è tra i miei tre scrittori preferiti e sempre do’ ai miei atleti da leggerne, in questi giorni quelli che è accaduto dal 2020 ad oggi non posso che associarlo a quello che avvenne in un garage di Birmingham a fine anni ‘60.
Un ragazzo di 17 anni, mentre lavorava per guadagnarsi i soldi per poter fare quello che voleva, si taglia le prime falangi di due dita. Il verdetto è impietoso: si scordi la chitarra, magari la batteria o lasci stare la musica.
Il ragazzo piange ore e giorni e va in depressione, poi da qualche parte del suo cervello parte qualcosa di indefinibilmente geniale:
Quando ho avuto quell’incidente ho capito di dover fare qualcosa perché mi era stato detto che non avrei potuto suonare mai più, ho consultato vari dottori e tutti mi hanno detto ‘Faresti meglio a lasciar perdere’.Ma io non potevo accettarlo, dovevo trovare una soluzione per continuare a suonare. Così ho iniziato a costruire delle punte da una bottiglia di plastica.Ho fuso la plastica e ho fatto un buco nel mezzo, poi l’ho modellata sulle mie dita e in seguito ho continuato a perfezionarla per settimane per fare in modo che coprisse le dita nel modo giusto. Alla fine ho ricoperto queste punte con del cuoio per riuscire ad avere presa sulle corde della chitarra, è stata una procedura piuttosto lunga, ma ha funzionato.Il passo successivo era quello di realizzare un set di corde sottili dallo spessore minimo. Le ho create utilizzando inizialmente delle corde per il banjo.In pratica ho creato un mio set personale di corde extra light, in modo che potessero rispondere alle mie esigenze. Anche questa volta è servito molto tempo per trovare le corde giuste, in grado di mantenere l’accordatura nonostante il loro spessore minimo. Poi il problema fu il tatto, perché ovviamente non sentivo più niente, mi sono dovuto abituare a tutto questo e ho avuto bisogno di molto tempo. In seguito, molti anni dopo, ho proposto ad alcune aziende produttrici di corde per chitarre di creare delle corde più sottili di quelle esistenti. Pensavo che non avrebbe mai funzionato e invece alla fine un’azienda del Galles mi ha detto che le avrebbe prodotte.E fu così che crearono le prime corde extra light della storia. Intanto avevo conosciuto Ozzy, lo chiamavano così perché era dislessico e non riusciva a pronunciare il suo nome, diceva Ossie, era bullizzato da tutti, anche professori. Io ero fra quelli che lo bullizzavo ma dopo l’incidente venne da me e mi disse, almeno siamo in due a piangere. Ozzy si presentò’ al provino alla stregua di un matto semiritardato, con un guinzaglio a cui aveva annodato una scarpa, come fosse un animale domestico. Era completamente pazzo in ogni cosa che faceva con pressoché totale assenza di senso del limite ma non avevamo mai sentito una voce cosi, ci faceva paura…,Abbiamo realizzato il nostro primo album in un solo giorno, si trattava semplicemente di andare lì e suonare, ecco tutto. Ma le canzoni non piacevano al produttore e così mettemmo noi tutti i soldi per farlo uscire. Non mangiammo per giorni e le riviste lo stroncarono. Il suono cupo era dovuto alla mia accordatura e la voce di Ozzy era qualcosa di mai sentito. Le canzoni Black Sabbath, NIB e The wizard però piacquero molto ai concerti e la gente telefonava alla radio per farle passare. Allora registrammo subito un secondo disco perché non volevamo più lavorare in fabbrica. Paranoid nacque in 20 minuti, Iron Man e War Pigs un giorno a testa. Il disco vendette 4 milioni di copie solo negli USA e diventammo miliardari. Mai avremmo pensato che quelle canzoni sarebbero state usate in film contro la guerra e in pubblicità 50 anni dopo. Ozzy scriveva dei testi sotto influsso di droghe di ogni genere e chissà che altro. Non so come sia sopravvissuto oltre i 25 anni.”
E io non so se siete arrivati fino a qui. Certo Bea non diventerà mai famosa come i Black Sabbath e tantomeno con centinaia di milioni di dollari in banca e quando si ritirerà forse farà una festa di addio ma non davanti a 45000 presenti più decine di milioni di persone in streaming, non saranno scritti articoli per tutti i Tg del mondo e non saranno coniate monete in suo nome e mentre scrivo non so se il suo sogno di diventare la donna più veloce del mondo sarà coronato. Però ha combattuto tanto da quel gennaio 2020 a oggi. Tante volte è stata insopportabile e non nego che tante volte non ne potevo proprio più, appunto andavo a rileggermi la storia dei Black Sabbath o quella dei Pinkfloyd o quella di Tamberi e papà allenatore, gente che non si poteva vedere e che ha realizzato la storia. Se sei intelligente o hai un cuore che palpita fino alle labbra superi qualunque incomprensione e ragioni sulle differenze e così abbiamo fatto noi, proprio come loro.
Sono stato proposto per i Ragni e ci sono entrato nel 2003, insieme a Gio, e a Cristian Brenna. Era fine autunno o inizio inverno, tavolata della cena. Conoscevo Gio e certamente pochi sapevano chi fossi io, non avevo ancora aperto le vie, non ero nessuno, ma tutti sapevano chi fosse Cristian. Cioè…era quel tipo che da elettricista era arrivato in catena a un Rock Master. Era quello che si era formato sulle placche lecchesi, a Erna soprattutto, e poi siccome era diventato forte ma le gare si svolgevano su strapiombo, si era fatto a casa sua il pannello più strapiombante del mondo. Non lo sapeva, me lo ha detto giusto qualche mese fa, aveva un sacco di storie divertenti e una delle ultime fu questa, che andarono a casa sua garisti stranieri e tutti rimasero attoniti da quanto strapiombasse. E dai suoi circuiti di 70 movimenti. All’inizio la sfida era fare 4 movimenti, poi piano piano arrivarono i circuiti. Ma quanti? Ah, 10×70. Ma finiti, eh. Se cadevi non contavano
Siccome l’alternativa era fare l’elettricista, ci diede dentro come quelli che hanno fame di una vita migliore. Ed entro’ in Finanza. Arrivo’ anche secondo in Coppa del mondo, la sua sfiga fu la presenza di Legrand, che sullo stile di quei tempi, infinita resistenza su prese discrete quasi tutte uguali, era veramente imbattibile. E perse anche molto da Yuji Hirayama, il primo giapponese della storia dell’arrampicata, che divenne suo grandissimo amico. Era molto difficile non essere amico di Cristian.
In questi ultimi due anni entravo nei palazzetti delle gare e lui mi salutava sempre per primo, era velocissimo a salutare. Com’è Fabio. Lui a me.
Dissi più volte chiaro e tondo a chi di dovere che lui avrebbe dovuto fare una lezione di due ore o più a tutti gli agonisti italiani. Lui aveva vinto e perso davanti a 10000 persone, aveva lottato contro lo squadrone francese, contro la NON federazione italiana e l’organizzazione francese e il talento di Yuji. Lui e Zardini erano stati eroici.
Era incazzato come una bestia per i conflitti di interesse italiani. Non avrebbe mai fatto certe cose in favore di sua figlia, e per questo quando a dicembre fu scritto che era nel team federale dissi, finalmente. Meritava la totale responsabilità perché nessuno ne capiva quanto lui e nessuno avrebbe mai stimolato e consigliato quanto lui. Infatti gli chiedevo sempre tutto e gli sottoponevo tutto. Sul piano politico, eravamo d’accordo su tutto. Siccome era per la competenza e la meritocrazia, era ovvio ma era ancora più netto di me. E aveva un occhiometro incredibile. Domenica, domenica scorsa, al piede che va via dice, ancora questi blackout, mi fa. Fretta, fretta, fretta. Gli dico, i piedi li guarda, e’ concentrata. E lui, a Milano, riguardati il video della finale, io non l’ho fatto ma ho avuto la sensazione che guardasse il piede, poi alzasse la testa e lo caricasse, e quindi lo perdesse. Perché aveva fretta. Invece stava bene, doveva guardare il piede, metterlo, sentirlo, spingere e andare su lentamente. Su quei piedi devi spingere con calma.
E sulla finale di sabato mi fa, Franci e la Hofer erano marce, lei no. Ha fatto quel lancio come loro, perché non ha usato l’intermedio? Faceva retroversione bacino, intermedio pinza del volume, passava tranquilla. Aveva tutto il tempo. Non fanno mai retroversione bacino.
Guardava tutto di tutti e tutte, si era calato molto bene nel ruolo. Io ero contentissimo e un paio di volte gli avevo anche telefonato, lui sempre disponibile. Lo avevo messo dentro nel libro Uomini&Pareti, insieme a Hirayama, Manolo, Moffat, Moon, Edlinger, Berhault, Huber, Glowacz. I grandissimi, le leggende dell’arrampicata. Gli altri erano alpinisti, in totale 16. Per me era nel 2000 uno dei grandi 10 della storia dell’arrampicata, e questo forse lo aveva sorpreso e da allora e per allora forse mi salutava sempre per primo. Com’è Fabio.
Abbiamo perso tantissimo perché quella cosa di starlo a sentire per due ore la volevo proprio fare. Il ragazzino con i Dreds che da elettricista era finito in cima al Rock master, poi era diventato professionista. Lui odiava due cose, proprio non le sopportava e si incazzava oltre le regole (e per questo fu sospeso dalla nazionale e fu mandato in punizione per tre anni dalla finanza…): le ingiustizie meritocratiche e il lamento da fatica. Chiunque si lamentasse per lui era da pigliare a sberle. Qualche mese fa mi disse proprio così, “se uno ha uno stipendio per fare le gare, deve allenarsi 40 ore alla settimana e fare tutte le gare, 4 settimane al massimo di ferie l’anno. Ma deve sapere che c’è chi non le fa e gli finirà davanti. Ma ti rendi conto che c’è chi dice che è stanco perché ha due gare consecutive?” Usava sempre la frase “ma ti rendi conto?”
Quando venne fuori che sarebbe andato al Pier Giorgio, io rimasi senza parole. Ma che cazzo c’entra Cristian Brenna con la Patagonia?
Ero al Ratikon con Paul e Dodo quando dissi così, e Paul ebbe la risposta pronta: una di quelle risposte che te le ricordi per sempre.
Brenna? Uno che si è allenato per le gare come ha fatto lui si mette 10 ore al giorno a fare dislivello con il saccone e nessuno gli sta dietro.
E naturalmente avvenne questo. E negli anni successivi divenne guida alpina, faceva alta montagna come se niente fosse, gli venne un po’ di pancetta ed io con sei anni in più ero fisicamente messo meglio.
all’apparenza.
Perché con la pancetta venne a Ponte Brolla sul famoso spigolo di 8a con tallonaggi e naturalmente lo fece a vista, e per lui andare a vista era rigorosamente mettendo i rinvii. Infatti c’era un mio fisso lungo al terzo perché era un rinviaggio delicato e se lo sbagliavi non era bello e mi disse, ah io l’ho rinviato dopo. Minkia ma se va via il tallone su quel liscio arrivi a terra da 5 metri e sotto hai tutti quei massi appuntiti.
Rise come sapeva ridere lui e rispose, eh, l’ho rinviato dopo
Nel 2000 intervistai Edlinger per il libro Uomini&Pareti
Per motivi di spazio, la sua intervista e quella di Berhault ebbero piccoli tagli, che però non furono poi così logici. Eccola nella sua versione integrale
Why was Patrick Edlinger the most famous climber in the world?
I think it happened because I dedicated myself totally to climbing, and then above all for the films of Jean-Paul Janssen, which developed and mediated the climb, which showed a boy climbing and who had devoted his life to climbing. And it wasn’t just the climbing, there was a person who lived in nature and freedom, there was a way to live in the joy of natural life. And he was a happy character to experience this, and so I think people liked this
And I also think that in France, in the 80s, there was this need for freedom, so films also responded to this need. It was a combination of circumstances, personally everything fell from above. I was taking a driving course to continue living, I liked climbing but it wasn’t me who composed these films; which were very successful, and thanks to them I was able to live a superb life, the freedom to climb every day all over the world.
And how did becoming so famous affect your behavior?
Personally nothing, I think I’m serious and honest, I think about what I do and not what I am. It was convenient to have the economic freedom to climb every day, there was also the disadvantage of popularity… going to Fontainbleau and having about thirty people following me from block to block (laughs). It is hard to find certain moments of tranquility in certain places. However what matters is climbing and you get used to it, whether they look at you or not. People’s gaze is not really that important.
When did you start embracing free climbing?
Before climbing was a training for the mountains, between 74 and 80 I saw what was in the mountains and I did a lot of it … and I asked myself some questions, I took stock of the situation and compared it with climbing. And I understood that there was a lot to invent and create and I totally consacrated myself because I liked it more.
Charisma: you have some, today many are very strong but they don’t have any, and they give few messages. Why?
(laughs) I can’t tell you, what can I say? The others say so. My generation had many charismatic climbers, perhaps because the climb was more “exposed”, engagee ‘, so there was more awareness and decision. The exhibition forges personalities. I am not the one who has more, as others of that time were forged by what we did. I think that even today there are charismatic climbers, and maybe they are the ones who do something special. You should ask others …
You have opened routes that have become milestones and historical free-climbing: did you realize that you are, with a few, ahead of everyone?
In those years those were the things that were done, 7c / 8a. I dedicated myself totally to climbing, and it was also a way of getting to know each other better. It was also my temperament, every day a new challenge, trying to make things evolve, progress technically. And it has also helped me to progress in life and to move forward with things.
The philosophy was to try to do something better every day than the day before, and I applied it in the climb. And those were the grades you did, and there were other people doing just as hard things in the world. I tried to predict by trying to imagine what I could do in the next ten years, also putting bolts on routes I couldn’t do at that moment. But I didn’t like to work the routes too much, and I left them there … like those who do 9a today. Go beyond what you’ve done. Except that someone else does it for the glory, then I really don’t, it was just a personal search. I have never been one who did things to become the strongest, this is true for when you are 15 or 16, at that age it is normal to want to be a protagonist of the scene … but after that it is more important to be there, without point of reference point, and imagine moving forward, inventing new points of reference. For me this is the progress of climbing, not being a 15 year old who wants to be the strongest.
The important thing is to be you, with your training, your imagination, your way of seeing things… and that way.
And the competition, was it there even before the first Bardonecchia event?
Competition… it depends on what you mean. It’s been around since you were little, but there’s good and bad competition. There is the one that forces everyone to go forward, and there is the one that encourages you to go and try a very hard route somewhere … and there it is not on a personal level, you have no references and the the competitive aspect is going to see new horizons. It was a competition on the street, not on men. I’ve always felt that way.
It’s been a long time since I stopped. At that time there was the 19 poster, remember? I personally wasn’t for the competitions but I didn’t care that they were. They could have existed, also because it was the logical sequel of things. It is not representative of the totality of the climb but of a part yes.
And it is rewarding when you are young, you are 15/20 years old, even 25, and you are looking for an identity … I gave credit to the climb, the least I could do was participate. But I had one event a year, the biggest. Then one year I decided to do the whole World Cup, and something strange happened: I was stronger than before, but my head was obviously gone, because I went worse. It was no longer my place, and it had become too much. My real place is within myself, that’s for sure
But it’s okay that they exist, they make climbing known.
Was climbing ever a prison for you?
Absolutely not, because it’s my way of life. It’s my life. I am a person who needs great freedom, and therefore it could not be a prison. Everything, even the films, I did in great freedom.
How would you define your style compared to that of a Menestrel or others? Well, I have my own way of climbing… and I’m not looking for elegance, the important thing is to be effective, style matters nothing! Economize, even in gestures … and this, yes, gives a style. The impression of lightness you give on the rock is due to the fact that you make less effort, you take advantage of the inertia of the previous movement to do the next one and this gives my style, and it has never been a search for elegance. In fact, there are people like Manolo born to climb and others born to be musicians! A question of feeling …Antoine, me, Stefan and Manolo have probably always seemed more elegant because we have always been efficient, and also because we have a style that derives from our strong point, joint mobility. But what counts is what you manage to climb and I wasn’t able to climb Om and Action Directe, so as you can see our qualities didn’t count there, as well as if a pitch requires a very closed breaststroke position or a split I fear that someone is doomed (laughs, ndr), or maybe they say that something is broken (laughs even harder, ndr).
Really, both strengths and weaknesses matter. It is like this in all sports
Two protagonists of the book, Berhault and Dal Pra, told me that you impressed them. And you, who has ever impressed you?
Many and none. Who climbs while having fun but at the same time pushes to the maximum. There are many, happy people on the rock and totally dedicated to climbing. The latter is not always evident. There are people who have little time and use it to climb as much as others who have a lot, and this means passion.
However, I was almost baffled by Alex Huber when he went on the Salathe. Sure, I knew about his pitches at crags, but that he went there to the land of American specialists to free a legendary route…incredible. I was struck when in the early 80s they called me to tell me about Manolo at the Verdon, he had onsighted all my hardest pitches and had come from Paris several times to try them.
I remember that on the phone with Patrick (Berhault, ndr) we laughed a lot about this, because for us it was wonderful that there was someone so ahead of us while in Paris they certainly didn’t take it well. Then Manolo bolted and immediately climbed those two pitches, I can’t remember the name now, I went to try them and he had given 7b and my friends had seen him do it with ease but it took me a really long time and I understood that he belonged to another category.
Climbing Free solo, the only integral. Tell me a little …
I can tell you about Orange Mecanique. I started climbing after high school, in the Toulon region, in 1976. went with friends, but during the week there was no one. At first I traversed below, then I said to myself: why not make a route? Then they became two or three, and finally a necessity. And it has become a need because it allows me to reach a state of extreme concentration. It is a bit of a very strong form of Yoga, a very strong concentration because it is your life that is at stake. Subtle sensations difficult to express. It’s an amazing way to get to know you, because if you’re wrong there is death. And you can’t slip. In the end, the most exposed and difficult route arrived, Orange Mecanique. I did others, but less exposed. She is in Cimai, I used to do it to warm up, I can do it ten times a day without falling, and I said to myself: why not do it alone? Because soloing is another thing, everything changes. Also because it is so subtle in terms of sensations that you can lose focus, and this is the purpose: to see if one can concentrate enough to do it. And you learn a lot of things. It is also the purest way to climb, no artifice, the highest purity on the rock.
However, you and Manolo have been criticized because you have spread a message of the No Limit type of climbing …
I don’t understand the question well… criticisms, honest ones, allow us to evolve, and I accept them. I have not seen the films of Manolo, a person that I appreciate very much as a man and as a climber, in mine I also wanted to show the aspect of the soloists, which is a face of climbing. It is a dangerous thing, it takes time and training, and I did not want to make people dream with free solos, but only to show this aspect too. I’ve had a lot of positive echoes, many people told me that they started climbing after seeing my films, and it’s quite rewarding. As for me they were the projections of Bonatti, Desmaison. Each generation passes something to the next.
Yeah … but your previous one was mountaineering. Haven’t you found it again?
I haven’t fully returned to it yet. In 76/77 I realized that to reach the climbing level I could not continue with the mountain. I realized that one year, having trained for a whole Spring, I had become strong, but then I did the summer season in the mountains and on my return it had taken me three months to get back as before. And then I decided that the climb suited me. I went back to mountaineering a bit, accompanying Patrick in his first part of the traverse, but I don’t know if the Dolomites can be considered as a real mountain, there is a lot of rock and it falls within my specificity. I liked it a lot, more in there I will definitely be mountain and mountaineering, it is magnificent, I like the elements and I think I will have the physical capabilities. Now I have to take advantage of what I can do on rock.
You are also known for Ceuse type bolting, not exactly in fashion today …
Ceuse is a beautiful place, and it is also known for its falls, the bolts are a bit far away, but you know, in 83/84 the routes also opened from below, then a certain type of limestone arrived and rigging from below was impossible… so they agreed to bolt from below. But it was difficult for me to accept it, even though I understood that it was necessary to progress. For me, putting bolts meant climbing, I used as little as possible because I was used to finding one every ten / fifteen meters and so planting one every five meters seemed to me a well protected route. Maybe people said it was a little exposed but if you don’t fall to the ground it’s a huge confidence compared to where I came from. And in fact I think Ceuse is well equipped, she has allowed us to progress, she has begun to say: let’s go to the maximum.
Today it is often abused, some super-equipped crags … I don’t think it is beautiful or necessary.
When is a route beautiful?
When it attracts me! It is subjective, like a woman… some like it, others don’t! The important thing is that it is completely natural, and that the place is natural; otherwise all styles are beautiful and interesting… limestone, granite, fissure, overhang, slab, everything can be magnificent… a crack can be perfect, for example.
And what’s your opinion on bolted long routes, like Ratikon?
I think it is very good for sport climbing, plus there is a beautiful environment. I can chain hard lengths one after the other, and it’s certainly not the same thing to do them on the ground or 200 meters above the ground. It takes a lot of concentration and preparation. However, they are not comparable to certain routes on the Marmolada where you also have other exposure.
What is the difference between today’s climbers and those of your generation?
(laughs). It is evident: those of today are young, very young. Seriously, I don’t know, there are so many people climbing. There are those for whom it is a way of life, as it was for us. There are those who consider it a sport, those who know it on the panels… for me it is an expression of freedom, if they are well, they can practice it anyway. The real difference is in the equipment, apart from England where even now there are people doing very hard but exposed things.
But I think we’re just getting started, really. If you think that we reached 8c out of nowhere in 10 years, without gyms, you can imagine what kids will be doing in 20 years. We are a young sport. And we have prepared ourselves by learning about ourselves, without coaches as in other sports. I am very flexible and strong in the big muscles and have good stamina, but Manolo was much more flexible than me, Gullich was stronger than me and Legrand’s stamina was maybe 10 times more the mine.
And I’ve never had Ben Moon’s finger strength. Imagine a coach who takes care of so many kids in every single aspect
And what’s the difference between an 8a from 83 and a 9a today?
We realized that we could go more, and we began to train specifically. It is above all the training that allowed us to bring the holds closer and keep the smaller ones. Training is the reason for today’s 9a.
For me, these years have meant making things harder and harder, working more lengths.
But is there still room for discovery?
It depends … in terms of cliffs yes, I am lucky enough to be able to travel the world and there is an incredible amount of different rock! For the progression, the space of discovery is infinite, it is evident. I would like to live a long time to see the next generations, and for this I do not conceive the chipped holds, they take away space for discovery. What today is impossible tomorrow will surely be impossible, it is ridiculous to dig the holds. The evolution is infinite, if you think that a very hard block of 4 meters can become a stack of similar blocks one on top of the other… it will give the difficulty of tomorrow, for sure.
Projects? Sure, it’s evident, it’s my temperament. My character is to always go forward. Looking for increasing difficulty, finding lines and crags that motivate me. This is simply my life, but not just for climbing, because in general I always set goals.
But where do you still find the motivation, and how do you find it? It is simply a need. I’ve been climbing for 20 years, and I need to climb every day. If I don’t go I miss it. And even after 4 years of the magazine the desire has increased tenfold (laughs). I share the effort and its moments with friends, what I like is the rest after a day of fatigue.
Why climbing and not another sport?
As a young man I practiced many sports, but when I started climbing I realized it was for me because it gave me a lot of joy. And I had aptitudes. Besides, it was a good excuse to travel and meet other people from another culture. It gave me more satisfaction, it seemed to me it gave more o my person and allowed me to learn more about myself.
Have you ever had periods of crisis, of rejection, of rejection? Never! (laughs) really no, as far as I’m concerned. When I launched Rock’n Wall magazine I started climbing less, of course. I was asked, and there was really a need. There was nothing right about climbing in France, and it wasn’t representative of what climbing meant to me, the world view of climbing, the people and the places. It lasted 4 years, but I wanted to go back to climbing more…and my vision of the rocks is certainly not in the office. This magazine needed, it overwhelmed me.
But now I climb every day.
Why so many climbers in France?
Simple, the media of the 80s, the geographical position, a federation that spurred the races and the development of climbing in general.
But we hear that the hard routes in France are simple compared, for example, to Germany, Eastern Italy … I think it’s for a different style. In France the routes are mainly of resistance, of continuity, while in Germany I have found many short routes, with Boulder crux. It is a completely different style, but those who do well on the blocks can find difficulties in the French continuity. Myself, if I had to do a short route of 5/6 movements, I would train differently.
How do you live with sponsors?
Today it is difficult for young climbers, there are many! I was lucky, they always looked for me and I never had to do anything to get them. I write for them, I test the materials, they use my image…and I have always had maximum freedom, also because I don’t have a character that can be tightened. I advise young people to draw up clear rules from the beginning
You were the first to write a book on training supported by a scientific expert; even today books written by climbers are circulating, with only personal experience behind them. What differences do you find in training today?
The difference is mainly in the possibilities. Today there are the climbing panels, the Gyms … we only had the hangboard. The training is much more specific and more playful. Once you know all the ingredients, all you need is motivation… which is what you need on the rock. And there have been advances in scientific knowledge, too.
I also like climbing to climb, but I need the stimulus. If you don’t want to improve, it can become routine.
But where do you still find the motivation, and how do you find it?
It is simply a need. I’ve been climbing for 20 years, and I need to climb every day. If I don’t go I miss it. And even after 4 years of the magazine the desire has increased tenfold (laughs). I share the effort and its moments with friends, what I like is the rest after a day of fatigue.
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.AcceptRejectRead More
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.